La mummificazione nell'antico Egitto fu l'insieme delle pratiche con cui gli antichi Egizi cercarono di conservare artificialmente il corpo dopo la morte. La permanenza della salma era considerata necessaria alla sopravvivenza del defunto nell'aldilà: il corpo conservato serviva da supporto materiale al ka, la forza vitale; al ba, la manifestazione mobile della persona; all'akh, il defunto trasformato in spirito efficace; per questo la pratica va distinta dalla semplice conservazione naturale dei corpi, favorita in Egitto anche dalle sepolture in sabbia asciutta.
Le testimonianze egiziane più antiche riguardano sia corpi conservati naturalmente, sia materiali funerari trattati con sostanze organiche in età predinastica. Dall'inizio dell'Antico Regno la mummificazione fu praticata soprattutto dai gruppi sociali più elevati; in seguito raggiunse anche persone di condizione sociale ed economica meno elevata, con trattamenti meno costosi o meno elaborati e continuò dopo l'età faraonica fino al periodo copto in forme semplificate.
Nella forma classica il procedimento comprendeva di norma la rimozione e la conservazione separata degli organi interni, la disinfezione del corpo, la disidratazione con natron, una miscela salina naturale, l'unzione con oli, la recitazione di preghiere e l'avvolgimento in bende di lino. Nella tradizione faraonica il ciclo completo era descritto come lungo settanta giorni, ripartiti fra quaranta giorni di essiccazione e trenta di preparazione finale. La tecnica non fu mai uniforme: materiali e metodi cambiavano secondo il periodo, il laboratorio di imbalsamazione, i costi sostenuti e le scelte del defunto o della sua famiglia.
Gli Egizi mummificarono anche animali, destinandoli a funzioni domestiche, alimentari, sacre o votive. L'esame scientifico delle mummie consente di individuare gli interventi eseguiti sul corpo, le sostanze usate nell'imbalsamazione, le eventuali malattie e lo stato di conservazione dei tessuti mediante lo studio dei resti, la paleopatologia, la radiografia, la tomografia computerizzata (TAC) e le analisi chimiche dei residui.
Funzione religiosa e concezione del corpo
Nella religione funeraria egizia la mummificazione serviva a fermare o controllare la decomposizione della carne e a preservare il corpo del defunto, poiché la distruzione della salma minacciava la sopravvivenza dell'anima e dell'identità individuale; il corpo, o in alternativa le immagini del defunto, offriva un riferimento fisico alle componenti spirituali nell'aldilà. Nei testi e nelle immagini funerarie egizie il corpo poteva essere trattato sia come realtà fisica sia come immagine del defunto. La morte era descritta come una separazione fra le componenti della persona; per ricomporle correttamente erano necessari atti rituali, fra i quali rientrava la mummificazione, che consacrava il defunto come corpo incorruttibile e pronto ad accedere all'aldilà.
L'insieme delle cerimonie funerarie aveva uno scopo dichiarato: elevare il defunto dalla condizione mortale a una condizione sovrumana. Nelle recitazioni conservate egli è presentato come un dio, identificato con Osiride, come akh, cioè spirito trasfigurato, e come «giusto di voce», formula che indica l'assoluzione nel giudizio dei morti. Il corpo mummificato non era dunque soltanto una salma conservata: dopo il trattamento il defunto era presentato come un essere trasformato e, dal Medio Regno in poi, veniva spesso assimilato a Osiride; anche il bendaggio finale partecipava a questa trasformazione, concludendo il passaggio rituale alla condizione divina.
La divinità associata all'imbalsamazione era Anubi: la struttura in cui la salma veniva accolta, detta «tenda del dio», era strettamente legata a lui, e nel laboratorio dove si svolgeva la mummificazione vera e propria ad Anubi era attribuito il titolo di «signore dei segreti». Nei riti compiuti dopo l'imbalsamazione, in particolare nella veglia notturna attestata almeno dal Medio Regno, gli officianti assumevano i ruoli di Iside, Nefti, Horus, Anubi e Thot, mentre Seth, antagonista di Osiride, veniva tenuto lontano dal defunto.
L'attenzione all'integrità del corpo andava insieme alla necessità di compiere operazioni invasive: le fonti antiche ricordano l'apertura del corpo, la rimozione degli organi interni e l'escerebrazione, ma i testi rituali egizi conservati non descrivono in modo completo le procedure chirurgiche della mummificazione umana; l'incisione era necessaria alla conservazione, pur restando ritualmente delicata, perché implicava un atto violento sulla salma. Il trattamento della salma aveva anche una funzione protettiva: la difesa del corpo dipendeva insieme dalle operazioni materiali e dai gesti rituali che le accompagnavano; la mummificazione conservava quindi la salma e la inseriva nel percorso che rendeva il defunto protetto nell'aldilà.
Origini e sviluppo storico
La mummificazione egizia nacque dall'intreccio di fenomeni diversi: la conservazione naturale dei corpi nella sabbia, i primi trattamenti intenzionali di tessili e materiali funerari in età predinastica e, in epoca dinastica, procedure artificiali basate su disidratazione, trattamento degli organi, sostanze conservanti e riti funerari. La pratica continuò poi in epoca greco-romana, sopravvivendo in forme semplificate fino al periodo copto e proseguendo, secondo Ikram, in alcuni monasteri copti per monaci e vescovi di particolare rilievo.
Periodo predinastico
Nelle sepolture più antiche la conservazione dei corpi dipese spesso dall'aridità del terreno e dal contatto diretto con la sabbia. Le fosse poco profonde scavate nella sabbia asciutta favorivano la perdita di umidità del cadavere, potendo produrre una mummificazione naturale senza interventi tecnici paragonabili a quelli dell'epoca faraonica; per questo la spiegazione tradizionale della conservazione dei tessuti molli nei corpi predinastici attribuiva un ruolo principale al caldo, all'aridità e alla sabbia del deserto. La maggior parte delle sepolture predinastiche non mostra tracce di mummificazione, ma alcuni corpi della fase Naqada II rinvenuti a Ieracompoli sono stati letti come primi tentativi di conservazione artificiale.
Le analisi dei materiali funerari predinastici hanno mostrato che alla conservazione dovuta all'ambiente si affiancavano interventi intenzionali: i tessili provenienti dalle tombe a fossa di Mostagedda, nella regione badariana dell'Alto Egitto, appartengono a tombe datate circa tra 4500 e 3350 a.C. Le analisi chimiche di quelle bende hanno identificato olio vegetale o grasso animale, resina di pino, gomma o zucchero vegetale, una sostanza petrolifera naturale ed estratto aromatico vegetale; la presenza di ingredienti con proprietà antibatteriche, unita alla conservazione localizzata dei tessuti molli, indica l'inizio di sperimentazioni che avrebbero poi contribuito alla mummificazione faraonica.
Anche la mummia S. 293 del Museo Egizio di Torino documenta un trattamento intenzionale precoce: il corpo era stato tradizionalmente classificato come una mummia naturale, conservata per effetto del deserto, ma le analisi hanno individuato su tessili a contatto con la salma una ricetta funeraria con proprietà conservanti; la datazione dei campioni tessili ha collocato l'esemplare fra 3644 e 3380 a.C. circa, in una fase iniziale della cultura di Naqada. I corpi predinastici di Gebelein rimandano invece soprattutto alla conservazione naturale prodotta dalle sepolture sabbiose: la loro posizione contratta, la presenza di resti di stuoie, pelli o lino e la datazione al radiocarbonio confermano l'appartenenza alla tradizione funeraria predinastica. Questi corpi attestano dunque una conservazione naturale in ambiente sabbioso, non una tecnica artificiale completa.
Antico e Medio Regno Durante l'Antico Regno la mummificazione artificiale assunse forme più stabili e, nelle prime fasi, rimase legata soprattutto ai gruppi sociali più elevati; in seguito il trattamento dei corpi si diversificò, raggiungendo anche defunti di condizione meno alta, con risultati che cambiavano secondo periodo, laboratorio, costi e scelte familiari. Il procedimento classico prevedeva la rimozione e la conservazione separata degli organi interni, con la prima attestazione confermata nella IV dinastia; alla disidratazione con natron si affiancavano la disinfezione del corpo, l'unzione con oli, la recitazione di preghiere e il bendaggio in lino. L'uso di resine e sostanze conservanti è documentato nella mummificazione faraonica, ma gli studi sui materiali predinastici hanno modificato le interpretazioni tradizionali che collocavano l'avvio della mummificazione artificiale intorno al 2500 a.C.
Nuovo Regno
Il Nuovo Regno è considerato la fase in cui l'imbalsamazione raggiunse una relativa standardizzazione. La sequenza ricostruita per le mummie di più alto rango comprendeva, nell'ordine: rimozione del cervello; rimozione degli organi interni; sterilizzazione delle cavità corporee e degli organi; trattamento conservativo degli organi; riempimento temporaneo delle cavità toracica e addominale; disidratazione con natron; rimozione del riempimento temporaneo; nuovo riempimento con materiale permanente; unzione del corpo; applicazione di uno strato resinoso; avvolgimento in lino, con amuleti e sostanze applicati alle bende durante il bendaggio. Durante la XVIII dinastia divenne comune anche la rimozione del cervello.
Alla stessa fase risale l'uso di imbottiture sottocutanee destinate a restituire al volto e al corpo un aspetto pieno: nelle mummie di Yuya e Tuia tale trattamento è stato riconosciuto mediante tomografia computerizzata, esteso a volto, collo e torace nel caso di Yuya e limitato al solo volto nel caso di Tuia. La standardizzazione non fu però generale: le mummie di Kha e Merit, pure appartenenti a una sepoltura ricca, non presentano né escerebrazione né eviscerazione, e nella necropoli di Deir el-Medina la maggior parte dei defunti fu semplicemente avvolta in lino senza asportazione dei visceri, tanto che nelle tombe di età pre-ramesside del sito i vasi canopi sono pressoché assenti.
Terzo periodo intermedio ed Epoca tarda Verso la fine del Nuovo Regno si affermò la consuetudine di ricollocare i visceri, dopo il trattamento, all'interno della cavità corporea; i vasi canopi conservarono tuttavia il loro ruolo nel corredo funerario e furono deposti vuoti o con contenuti simulati, fino a essere sostituiti, nella parte finale del Terzo periodo intermedio, da modelli pieni privi di cavità.
Il complesso di Saqqara, datato alla XXVI dinastia, offre una testimonianza diretta del lavoro degli imbalsamatori in età tarda: nel laboratorio sono stati trovati recipienti con iscrizioni relative al contenuto, alla destinazione o all'uso delle sostanze, per esempio nel trattamento della testa o delle bende; il contesto archeologico mostra inoltre che, nella tarda età faraonica, l'imbalsamazione poteva svolgersi in spazi specializzati e con ricette distinte per parti diverse del corpo o per i materiali di avvolgimento.
Epoca greco-romana e tarda antichità
La mummificazione non terminò con la fine delle dinastie faraoniche: in età tolemaica e romana continuarono il trattamento del corpo, il bendaggio e le pratiche rituali legate alla trasformazione del defunto; alcuni testi conservati, tra cui il cosiddetto Rituale dell'imbalsamazione, appartengono al periodo romano e riguardano soprattutto gli atti rituali che accompagnavano la mummificazione, più che le tecniche materiali del procedimento. In epoca romana l'aspetto esterno del corpo mummificato poté includere ritratti dipinti: tavole lignee o sudari di lino con il volto del defunto furono posti davanti al capo della mummia, inserendo un'immagine personale greco-romana in una pratica funeraria egizia. La pratica sopravvisse in forme semplificate anche nel periodo copto.
Fonti