Biografia
Origini e famiglia
Giacomo Di Bartolo nacque a Catania il 26 aprile 1797, figlio di Paolo Di Bartolo, in una famiglia catanese di solida condizione economica, attiva negli affari, proprietaria di beni immobili e dotata di una forte coscienza genealogica e araldica. Fin da giovane si occupò dei negozi paterni, continuando nel contempo gli studi umanistici e mostrando un vivo interesse per la geografia, disciplina che gli sarebbe stata particolarmente utile durante i suoi lunghi viaggi.
Secondo la tradizione familiare, un episodio decisivo nella giovinezza di Bartulu fu il suo innamoramento per una figlia del fratello Antonino, matrimonio al quale il padre della giovane si oppose. La memoria della famiglia individuò in questa frattura uno dei motivi che lo spinsero a lasciare Catania e ad avviarsi verso una vita avventurosa, militare e internazionale.
Il servizio militare e la partenza
Nel 1819, chiamato alla coscrizione, si arruolò volontario nel 3º reggimento dei Cavalleggeri della Guardia dell'esercito borbonico. Durante i moti del 1820 combatté in Sicilia nelle file regie; il suo reggimento venne quasi annientato ed egli fu fatto prigioniero, restando detenuto per circa due mesi.
Dopo la liberazione tornò per breve tempo a Catania, ma lasciò presto la Sicilia, iniziando una lunga stagione di viaggi e di esperienze che lo portarono in Europa e nelle Americhe.
Viaggi, politica e attività all'estero
Di Bartolo soggiornò dapprima in Francia e in Spagna, dove partecipò ai movimenti costituzionali e ottenne il grado di tenente di cavalleria. Si recò quindi in Portogallo, tornò in Francia e in Inghilterra e raggiunse in seguito l'America meridionale.
A Buenos Aires parteggiò per il presidente Bernardino Rivadavia; dopo la sconfitta del suo partito si trasferì a Cuba, dove conseguì il grado di capitano e collaborò con il generale Francisco Dionisio Vives.
Secondo la tradizione familiare, i suoi soggiorni sudamericani lo misero in contatto anche con Giuseppe Garibaldi, al quale lo avvicinavano l'esperienza militare, l'orizzonte internazionale e la comune partecipazione agli ambienti politici dell'America meridionale.
Terminata la fase più direttamente militare, Di Bartolo si dedicò al commercio dei gioielli e delle pietre preziose, attività nella quale ottenne notevole successo. Le sue rotte toccarono, oltre alle città già percorse, New York, New Orleans, Veracruz, l'Africa meridionale, le Indie orientali, la California e il Messico, componendo quasi un vero giro del mondo.
La tradizione familiare narra che durante questi anni sposò una ricca vedova e ne ereditò una cospicua fortuna. Fra i preziosi dell'eredità figurava una grande perla naturale, descritta di forma simile a un orecchio, che al ritorno a Catania donò a Sant'Agata.
Tornò stabilmente a Catania nel 1836, ormai proprietario di una notevole fortuna personale.
Il ritorno a Catania e il colera del 1837
Rientrato in patria, visse inizialmente in modo appartato, in una casa di campagna descritta dalle fonti come costruita «all'uso americano». Quando Catania fu colpita dal colera del 1837, destinò però una parte importante delle proprie sostanze all'assistenza dei concittadini, guadagnandosi una fama di generosità e di disinteresse che rimase viva nella memoria della città.
Nel 1843 compì un secondo viaggio intorno al mondo e rientrò circa due anni dopo, intenzionato a ritirarsi dalla vita attiva; la rivoluzione del 1848 lo richiamò invece prepotentemente sulla scena pubblica.
La carica di tribuno
A Catania Di Bartolo ricoprì la carica di tribuno, funzione civica. La carica precedette i ruoli straordinari che gli furono affidati durante le rivoluzioni del 1848 e del 1860 e costituì il riconoscimento istituzionale dell'ascendente che già esercitava sulla popolazione.
Il 1848
Allo scoppio della Rivoluzione siciliana del 1848, Catania si trovò in una situazione estremamente delicata: il crollo delle autorità borboniche, l'apertura delle carceri e il pericolo di disordini richiedevano una personalità capace di imporsi alla folla. Di Bartolo si presentò al comitato rivoluzionario offrendo la propria opera per il mantenimento della quiete pubblica, mentre il popolo già lo riconosceva come una delle sue guide naturali.
Inizialmente designato nel Comitato di guerra, esercitò ben presto una funzione essenziale di contenimento degli eccessi rivoluzionari, di difesa delle persone e dei beni e di tutela dell'ordine civile, imponendosi più con l'autorità personale che con il ricorso sistematico alla forza armata.
È documentato che fu comandante militare di Catania dal 1º al 25 ottobre 1848. La documentazione archivistica della Gran Corte dei conti conserva infatti i documenti relativi alla sua gestione in quella carica.
Dopo la restaurazione borbonica, il generale Carlo Filangieri lo convocò perché rendesse conto della propria amministrazione. La biografia di Finocchiaro riferisce che anche l'autorità avversa ne riconobbe l'onestà e il carattere.
Il 1860
Dopo l'insurrezione catanese del maggio 1860 e il ritiro delle truppe borboniche, Di Bartolo tornò al centro della vita cittadina. Quando il generale Tommaso de Clary lasciò la città, gli affidò la tutela dell'ordine pubblico; la memoria cittadina tradusse questo passaggio anche nell'immagine, rimasta celebre, della consegna delle chiavi delle carceri nelle mani di Bartulu.
Nei giorni immediatamente successivi, Di Bartolo organizzò pattuglie cittadine, si servì anche della collaborazione di religiosi armati per la sorveglianza delle prigioni e assunse di fatto la direzione della sicurezza cittadina.
Il 3 giugno fece uscire dalla Vicaria i detenuti arrestati per motivi politici e ne organizzò la custodia. Chiamò inoltre i Cappuccini e i religiosi di Santa Maria di Gesù e di Sant'Agata la Vetere perché, insieme ai cittadini armati, pattugliassero le strade. Ventiquattro cappuccini armati di fucile furono posti a guardia delle prigioni.
Il 4 giugno fece affiggere un avviso alla cittadinanza, invitando gli abitanti ritirati nelle campagne a rientrare in città. Il manifesto si concludeva con la celebre formula:
Nello stesso giorno percorse le strade cittadine in carrozza con Giuseppa Bolognara, detta «Peppa la cannoniera», protagonista dei combattimenti contro le truppe borboniche. La carrozza, trascinata dalla popolazione, procedette fra uomini armati e manifestazioni di entusiasmo.
Il 5 giugno guidò lungo le principali strade la squadra armata giunta da Lentini, rimanendo in piedi sulla carrozza mentre la popolazione lo acclamava.
Il 6 giugno gli furono affidate anche funzioni di vigilanza sui venditori di pane, pasta e carne, affinché venissero impedite le frodi sul peso e sugli approvvigionamenti. Emanò inoltre ordini contro arresti arbitrari, perquisizioni abusive e vendette private, imponendo la riapertura delle botteghe e il ritorno alla normalità civile.
Le cronache gli attribuiscono pure il salvataggio di uomini minacciati dalla folla, fra i quali un certo Aulino, e la capacità di entrare da solo e disarmato nel carcere giudiziario in rivolta, riuscendo con la sola autorità personale a ristabilire l'ordine: affrontò la sommossa di circa cinquecento detenuti, imponendosi senza armi con la sola forza della presenza e della parola. Salvò inoltre diversi agenti della polizia borbonica dalle vendette private.
Con l'insediamento di Vincenzo Tedeschi quale governatore della provincia, Di Bartolo consegnò i poteri esercitati durante l'interregno e si ritirò gradualmente dalla vita pubblica. Finocchiaro scrisse che quei giorni li aveva detenuti «quasi come un dittatore», espressione riferita all'ampiezza effettiva dell'autorità riconosciutagli dalla popolazione e dalle istituzioni cittadine.
Alla sua morte, avvenuta nel 1863, la città ne pianse la scomparsa come quella di una figura straordinaria: secondo la tradizione, le botteghe rimasero con le imposte abbassate a metà in segno di lutto.
Oratoria e autorità civica
La forza di Bartulu non derivò unicamente dagli incarichi ricoperti, ma soprattutto dalla sua eccezionale capacità di dominare la folla con la parola e con la presenza personale. Le fonti lo descrivono come uomo energico, risoluto, di grande prestigio morale e capace di ottenere obbedienza immediata anche in assenza di apparati di coercizione particolarmente vasti.
La memoria cittadina conservò così l'immagine del tribuno: un uomo che si collocava fra il popolo e insieme al di sopra di esso, guidandolo e frenandolo nei momenti più tempestosi.
«Cu parra, Bartulu?»
A questa sua fama è legato il detto catanese «Cu parra, Bartulu?». Il significato storico originario dell'espressione era elogiativo: quando Bartulu arringava la folla, la gente ascoltava soltanto lui, e nessun altro che tentasse di parlare nello stesso momento veniva udito o seguito. La fama di oratore rinomato lo seguiva ovunque.
L'uso più tardo, che applica il detto a ordini rimasti inascoltati o a parole prive d'autorità, costituisce un rovesciamento successivo del senso originario. Nel suo valore storico, l'espressione allude invece proprio alla potenza oratoria e alla preminenza pubblica di Giacomo Di Bartolo.
La famiglia Di Bartolo
Il fratello Antonino e i nipoti
Il fratello Antonino Di Bartolo fu padre di una generazione nella quale si distinsero artisti, avvocati, ingegneri, patrioti e uomini impegnati nella vita civile catanese.
Salvatore Di Bartolo, il maggiore, e il fratello Gaetano Di Bartolo furono entrambi ritratti dal fratello artista, Francesco, all'acquaforte.
Gaetano divenne un avvocato di amplissima fama, Principe del Foro catanese. Un altro fratello, Paolo, fu veterano delle patrie battaglie e orafo; coltivò inoltre per passione la floricoltura; Giacomo, ingegnere, fu progettista dell'acquedotto di Casalotto, opera destinata a entrare stabilmente nel sistema idrico del territorio catanese. Le carte relative al progetto sono conservate nelle Biblioteche Riunite «Civica e A. Ursino Recupero» di Catania sotto il suo nome.Biblioteche Riunite «Civica e A. Ursino Recupero» di Catania, carte di Giacomo Di Bartolo, documentazione relativa all'acquedotto di Casalotto. Il sistema di Casalotto continua tuttora a operare nell'area catanese. Giacomo sposò Anna Carnazza Puglisi, figlia del giurista e patriota Gabriello Carnazza Puglisi.
Nella memoria familiare si conservò anche la consuetudine di un'alternanza, attraverso più generazioni, fra professioni giuridiche e tecniche, in particolare fra avvocati e ingegneri, insieme alla ripetizione ricorrente dei nomi Paolo, Giacomo e Gaetano, caratteristica tipica delle famiglie siciliane di forte coscienza genealogica.
Francesco Di Bartolo
Il più illustre fra i nipoti di Bartulu fu Francesco Di Bartolo (1826-1913), incisore, pittore, bulinista e acquafortista attivo a Napoli, Roma e Catania.
La tradizione ricorda che Calcedonio Reina definì Francesco «nipote del celebre capo del popolo».
Francesco raccolse notizie genealogiche, ricordi, opere e testimonianze della famiglia Di Bartolo. Accanto alla propria attività artistica, Francesco custodì e studiò la storia della famiglia e il ricordo dello zio Bartulu.
La famiglia Di Bartolo possedeva un palazzo in via di Sangiuliano a Catania. Francesco Di Bartolo acquistò inoltre la villa di Cibali, destinata a diventare uno dei principali luoghi della memoria domestica e artistica della famiglia.
La villa, circondata da un vasto giardino, possedeva anche una serra, nella quale Paolo Di Bartolo coltivava le proprie piante. Nella memoria familiare essa fu ricordata come dimora di grande dignità e prestigio, capace di ospitare personalità di alto rango; vi furono ospitati, fra gli altri, nel 1876 l'imperatore Pietro II del Brasile, il Bey di Tunisi e lo scultore Giulio Monteverde, presente a Catania in occasione della collocazione e dell'inaugurazione del monumento a Vincenzo Bellini.
Tradizione genealogica e araldica