Lurbanistica etrusca è l'insieme delle forme di organizzazione, pianificazione e trasformazione degli spazi urbani elaborate dalla civiltà etrusca tra l'Età del ferro e la romanizzazione. Essa non si riconduce a un modello unico: accanto alle grandi città dell'Etruria tirrenica, cresciute per aggregazione progressiva su pianori e alture naturalmente difesi, si collocano centri di nuova fondazione a impianto regolare, come Kainua (Marzabotto) in Etruria padana, nei quali la forma urbana appare governata da una pianificazione unitaria di carattere insieme tecnico e religioso. Secondo la tradizione letteraria greca e latina, agli Etruschi risaliva il rito di fondazione delle città poi adottato da Roma, le cui prescrizioni erano codificate nei libri rituales della disciplina etrusca.; .
La nozione di città presso gli Etruschi Nella tradizione classica la concentrazione di popolazione e la presenza di strade e mura non erano di per sé sufficienti a conferire a un abitato il rango di città: occorreva anche una compiuta organizzazione sul piano economico, sociale e delle istituzioni. Che gli Etruschi possedessero pienamente questa nozione è dimostrato dal loro lessico istituzionale, che combina assetti costitutivi e strutture urbanistiche: spura corrisponde a civitas (la comunità organizzata), cilθ ad arx (la rocca), meθlum a urbs (l'entità topografica e architettonica), rasna a populus (l'entità socio-istituzionale), equivalenze che trovano riscontro sia in un centro di lunga storia come Felsina sia in una fondazione ex novo come Marzabotto.. La centralità della città nell'espansione etrusca è sottolineata anche dalla tradizione letteraria: secondo Livio gli Etruschi fondarono nella pianura Padana dodici città, tante quante quelle della madrepatria tirrenica, mentre Plutarco attribuisce all'area padana sotto controllo etrusco diciotto città grandi e prospere; a Felsina Plinio riconosce la prerogativa di princeps Etruriae, espressione in cui Giovanni Colonna ha proposto di riconoscere il valore di "città madre" (metropolis).Livio, V, 33; Plutarco, Camillo, 16, 1-3; Plinio, Naturalis historia, III, 115. Cfr. .
La fase protourbana
La questione se la nascita delle città etrusche sia stata uno sviluppo essenzialmente indigeno o piuttosto l'esito dell'influenza dei modelli greci ha alimentato a lungo il dibattito storiografico.. La ricerca attuale riconduce l'origine delle città a un processo avviato già alla fine dell'età del bronzo, con l'occupazione stabile delle alture e dei vasti pianori destinati a diventare le città storiche, e si è concentrata di recente anche sulle attività rituali che accompagnarono le prime fasi dell'urbanizzazione.; .
Nell'Etruria meridionale il mutamento fu rapido e radicale: nel corso del X secolo a.C., nell'ultima fase dell'età del bronzo finale, oltre il novanta per cento dei villaggi preesistenti fu abbandonato in breve tempo, mentre si formavano contestualmente quattro centri protourbani di dimensioni eccezionali (), insediati su pianori circa trenta volte più estesi del villaggio medio dell'età del bronzo e destinati a diventare le città storiche di Veio, Caere, Tarquinia e Vulci; nell'interno sorsero nello stesso momento i due grandi abitati di Volsinii (Orvieto) e Bisenzio, di circa ottanta ettari.. I siti maggiori della prima età del ferro occupavano promontori o sistemi di pianori contigui, naturalmente difesi, vicini a corsi d'acqua e a buoni terreni agricoli e pascolivi, in posizione dominante sulle vie di comunicazione; la loro ascesa coincise con l'abbandono degli abitati vicini, disegnando un assetto "monocentrico" di pochi grandi centri strategicamente collocati e reciprocamente distanziati, che prefigura le future città-stato. Non tutti ebbero seguito: Bisenzio, sul lago di Bolsena, è il caso più noto di grande centro della prima età del ferro che non divenne città, mentre all'inverso centri urbani come Roselle e Doganella non mostrano origini altrettanto antiche..
Gli stessi Etruschi facevano risalire l'origine della propria nazione a una data corrispondente all'XI-X secolo a.C., stando al computo dei saecula riferito da Varrone.Varrone in Censorino, De die natali, XVII, 5-6. Cfr. . In alcuni dei maggiori centri in formazione, tra il IX e l'VIII secolo a.C., sono state riconosciute sepolture di "personaggi particolari" collocate non nelle necropoli ma in punti elevati e strategici dell'abitato, fatte oggetto di culto prolungato: è il caso dell'inumato di Piazza d'Armi a Veio, del bambino sepolto presso la cavità naturale del Pian di Civita a Tarquinia e dell'inumazione maschile di Villa Cassarini a Felsina. In tutti e tre i casi l'area delle sepolture coincide con quella su cui sorgerà l'arce dell'insediamento storico, e queste deposizioni sono state messe in relazione con il culto degli antenati e con i processi di legittimazione del potere che accompagnarono la formazione dei centri protourbani.. A Veio-Piazza d'Armi, già nella seconda metà dell'VIII secolo a.C., sono documentati percorsi stradali ortogonali fra loro e un grande edificio ligneo destinato all'abitazione, tra le più antiche testimonianze di organizzazione pianificata dello spazio in area etrusca.. Al passaggio tra VIII e VII secolo a.C. l'evidenza archeologica registra un generale processo di riorganizzazione urbana e territoriale, riflesso del consolidarsi di un'autorità politica capace di strategie unitarie: nuove necropoli pianificate prendono il posto di quelle della prima età del ferro (a Tarquinia il pianoro dei Monterozzi, occupato in precedenza da un villaggio, viene destinato a necropoli della città, mentre a Pontecagnano le nuove aree funerarie sorgono su terreni guadagnati con bonifiche di vasta scala) e negli abitati compaiono i primi edifici di carattere pubblico, come l'Edificio Beta nell'area sacra del Pian di Civita a Tarquinia, eretto in pietra nel primo quarto del VII secolo.. Gli approcci più recenti integrano nel quadro anche i dati bioarcheologici (DNA antico, isotopi, resti vegetali e faunistici), ricostruendo la nucleazione urbana come un processo per stadi, dalla fondazione sperimentale alla trasformazione, alla resilienza e all'eventuale dissoluzione..
Il fondamento religioso: la città fondata
Le fonti antiche attribuiscono agli Etruschi la paternità dei riti di fondazione urbana: scavo del mundus, limitatio, tracciato delle mura sulla base del sulcus primigenius, ubicazione delle porte e definizione del pomerio, operazioni prescritte nei libri rituales e note soprattutto attraverso il racconto della fondazione di Roma etrusco ritu.; . L'attendibilità di questa tradizione, che riflette il punto di vista romano, è discussa: alcuni studiosi la ritengono sostanzialmente affidabile, mentre altri osservano che l'origine etrusca delle singole fasi del rito non è verificabile sulla base dei testi, scritti molti secoli dopo gli eventi.; . Sul piano urbanistico, il ricorso etrusco allo schema ad assi ortogonali è stato letto come la traduzione in forma geometrica di una concezione della città radicata nel rituale di fondazione: mediante le operazioni della limitatio, la pianta dell'abitato proietterebbe al suolo la partizione del templum celeste..
Le città dell'Etruria tirrenica
Le metropoli dell'Etruria propria (Veio, Caere, Tarquinia, Vulci, Volsinii, Vetulonia, Populonia e le altre) sorsero su pianori tufacei o alture costiere naturalmente difesi e si svilupparono per crescita progressiva, con una viabilità in larga misura adattata all'orografia. Ciò non esclude interventi pianificati e infrastrutture di notevole impegno tecnico: nel territorio di Veio sono state individuate diverse centinaia di cunicoli scavati per drenare e raccogliere le acque,. mentre a Orvieto (l'antica Volsinii) l'andamento degli assi principali dell'abitato etrusco è ancora leggibile, perché sopravvive nella viabilità della città medievale e moderna.. Impianti regolari compaiono anche in centri minori di funzione specializzata: a Regisvilla, scalo marittimo di Vulci, gli edifici di età arcaica seguono un orientamento ortogonale comune..
L'edilizia domestica documenta il passaggio, tra VII e VI secolo a.C., dalla capanna alla casa a pianta quadrangolare: a San Giovenale le case della prima metà del VII secolo presentano zoccolo di fondazione in pietra, elevato in mattoni crudi e piani pavimentali in terra battuta, mentre ad Acquarossa le abitazioni del VI secolo, articolate in due o tre ambienti aperti su un vestibolo, rispondono a una tipologia che ricorre anche a Roma (Sacra Via) e all'Accesa.. A Roselle la cosiddetta casa dell'Impluvium documenta un sistema di adduzione dell'acqua già agli inizi del VI secolo a.C., precedente gli esempi confrontabili di Marzabotto, di fine VI-inizi V secolo..
Le fondazioni a impianto ortogonale
Il caso meglio conservato di città etrusca pianificata è Marzabotto (l'etrusca Kainua), fondata ex novo su un pianoro dell'Appennino bolognese verso la fine del VI secolo a.C. L'impianto, a lungo interpretato come espressione di "urbanistica greca", è stato ricondotto a un rigoroso rito di fondazione etrusco dopo la scoperta dei cippi posti agli incroci stradali, in particolare di quello inciso con una croce (decussis) all'incrocio degli assi principali, al centro dell'area urbana.. Sull'acropoli è stato riconosciuto un auguraculum (struttura Y, inizi del V secolo a.C.) e, secondo la ricostruzione di Giuseppe Sassatelli ed Elisabetta Govi, la memoria del rito di fondazione, atto per sua natura unico, sarebbe stata perpetuata dal culto reso sull'acropoli agli "dei del rito di fondazione" nei templi e negli altari monumentali.; . Le recenti analisi metrologiche hanno mostrato che il piano urbano fu disegnato su base geometrico-proporzionale mediante un'unità lineare pari al piede attico di , e hanno permesso di ricostruire le fasi della pianificazione, dalla misurazione del paesaggio alla limitatio.. All'interno della città, il santuario urbano della Regio I, con il tempio periptero dedicato a Tinia e il tempio tuscanico di Uni, si pone probabilmente all'origine della città stessa; lo studio delle abitazioni ha inoltre rivelato una varietà di moduli edilizi e un'organizzazione delle insulae che privilegia i settori affacciati sulla plateia A, indizio di una marcata articolazione sociale.. Le ricerche più recenti, che integrano scavo, rilievo e modellazione digitale fino alla ricostruzione virtuale dell'intero abitato, hanno fatto di Marzabotto il caso di studio di riferimento per l'urbanistica etrusca.; .
Marzabotto non è un caso isolato. Dopo le precoci sperimentazioni del VI secolo (oltre a Veio-Piazza d'Armi, in area campana Capua e Pompei), lo schema a maglia viaria regolare si diffuse soprattutto alla fine del secolo, con l'adozione della pianificazione per strigas di derivazione coloniale magnogreca: in area padana a Spina, al Forcello e a Marzabotto, in Etruria interna a Prato-Gonfienti, sulla costa tirrenica negli scali portuali di Pyrgi e Regisvilla (e forse Gravisca), nel centro "industriale" di Doganella nella valle dell'Albegna, in Campania a Fratte e Pontecagnano.; . La pianificazione regolare era concepita come atto fondativo, talora suggellato da un rituale inaugurale, e produceva un paesaggio urbano "isonomico", espressione del prevalere della norma collettiva su ogni particolarismo; lo stesso nome etrusco di Marzabotto, Kainua, "città nuova", risponde al principio che in Campania aveva dato il nome alla greca Neapolis..
Città e territorio