Il mito delle origini troiane è un mito di fondazione con cui città, popoli e dinastie del Mediterraneo e dell'Europa hanno fatto risalire la propria origine ai Troiani superstiti della guerra di Troia. Nacque fra i Greci di età arcaica e classica, che nelle storie dei ritorni degli eroi portavano in Occidente i Troiani sfuggiti alla distruzione della città e ne facevano gli antenati di popoli non greci, come gli Elimi della Sicilia e i Veneti. A dargli la forma di più lunga durata fu Roma: Ellanico di Lesbo, alla fine del V secolo a.C., è il primo autore a cui sia attribuita la fondazione della città per mano di Enea; i Romani accolsero questa discendenza non oltre l'inizio del III secolo, se ne servirono nei rapporti diplomatici con le città greche, ne fecero il titolo di nobiltà della gens Iulia e la consacrarono con lEneide di Virgilio, dove il viaggio dell'eroe diventa un ritorno alla terra italica del capostipite Dardano.
Caduto l'Impero d'Occidente, se ne appropriarono i Franchi con la Cronaca di Fredegario (VII secolo) e i Britanni con lHistoria Brittonum (IX secolo) e poi con Goffredo di Monmouth; nei secoli seguenti la pretesa raggiunse popoli, città e dinastie di tutta l'Europa, fino ai Turchi ottomani, tanto che Susan Reynolds conta le genealogie troiane fra le quattro grandi famiglie di leggende d'origine dell'alto Medioevo, con quelle bibliche, quelle scandinave e quelle nate dalla Tavola delle Nazioni franca. Elaborato da chierici e da storici di corte, il mito diede alle città un primato di antichità sulle rivali, alle dinastie una legittimazione genealogica e ai popoli nuovi un passato che li poneva alla pari di Roma e ne faceva i successori. La critica erudita cominciò a smontarlo nel Cinquecento, quando Polidoro Virgili mise in dubbio le origini troiane della Britannia, ma in Francia il tema conservò un peso politico per tutto il Seicento e oltre: nel 1714 Nicolas Fréret finì alla Bastiglia per aver detto i Franchi un popolo germanico.
Origini, diffusione e funzioni del mito Le origini greche e Roma
Gli studi sulla memoria collettiva trattano il mito troiano come un caso di «storia intenzionale», secondo la formula di Hans-Joachim Gehrke ripresa da Christian Baier: un passato costruito da una comunità in funzione dell'immagine che ha di sé, tanto più facilmente in quanto per Greci e Romani la guerra di Troia e le migrazioni che ne seguirono contavano fra gli eventi storici, in continuità con il tempo degli eroi..
Il motivo nasce in ambiente greco: i racconti sui ritorni degli eroi e sulle fondazioni di città collocavano in Occidente e in Libia i Troiani scampati alla caduta della città, e i Greci lo applicarono ai popoli non greci con cui venivano in contatto, come gli Elimi della Sicilia occidentale, che secondo Tucidide discendevano da Troiani fuggiti agli Achei, o i Veneti dell'alto Adriatico, ricondotti ad Antenore..
L'elaborazione più durevole fu quella di Roma. Furono scrittori greci a fissarne i termini: la fondazione della città da parte di Enea è attribuita già a Ellanico di Lesbo, alla fine del V secolo a.C., da Dionigi di Alicarnasso, che riferisce anche la versione di Damaste di Sigeo; nel IV secolo, alla corte siracusana, Alcimo dava a Roma un'ascendenza insieme troiana ed etrusca, e ancora nel III Licofrone, nellAlessandra, affiancava a Enea i due eponimi etruschi Tarconte e Tirreno: nelle genealogie greche, cioè, le due componenti delle origini di Roma convissero a lungo.; . Che i Romani avessero fatto propria la discendenza troiana è certo dall'inizio del III secolo a.C., quando Pirro la ritorse contro di loro, presentandosi come erede di Achille contro i Romani, eredi barbari di Troia; con Cesare e Augusto essa divenne il vanto della gens Iulia, che faceva risalire a Enea e a Iulo il proprio albero genealogico, e lEneide di Virgilio, che Joseph D. Reed considera l'equivalente romano dei poemi greci di fondazione (ktisis), le diede forma definitiva.; ; . Nelle guerre contro Filippo V e Antioco III Roma usò la parentela troiana come strumento diplomatico verso le città della Grecia e dell'Asia Minore, alcune delle quali la invocarono a loro volta per ottenere l'alleanza romana..
Il Medioevo
Dopo la fine dell'Impero d'Occidente la discendenza troiana fu rivendicata per prima dai Franchi, nella Cronaca di Fredegario della metà del VII secolo, che accanto ai Franchi pone come popolo troiano anche i Göktürk, i «Turchi» del testo, cioè il gruppo rimasto sul Danubio sotto un re Torcoth;Nel testo di Fredegario il popolo è chiamato Turchi (Torci), dal nome del re Torcoth. Quando il cronista scriveva, intorno al 660, l'unico popolo che portasse quel nome era quello del khaganato turco occidentale dell'Asia centrale, i Göktürk, che le fonti bizantine chiamano Tourkoi e che furono fra i principali alleati di Eraclio contro i Persiani: nel 625 l'imperatore offrì al khagan in sposa la figlia Eudocia. Thomas MacMaster esclude le identificazioni proposte con Avari, Bulgari, Unni e Turcilingi e ipotizza che il nome sia giunto ai Franchi attraverso la diplomazia bizantina degli anni Venti del VII secolo, quando Turchi e Franchi erano i due grandi alleati dell'impero; le cronache franche successive non nominano più i Turchi. Mario Lentano osserva che l'identità di questo popolo resta materia di congetture. ; . il mito fu poi ripreso dai Britanni nellHistoria Brittonum (IX secolo), che dà al loro eponimo Bruto due discendenze, una tratta dalla «storia romana», che lo fa discendere da Enea, e una dagli «antichi libri», che risale fino a Noè (la cosiddetta genealogia troiana di Nennio); nel corso del Medioevo la pretesa si estese a Normanni, Danesi e Islandesi, a comuni e signorie dell'Italia, ai re di Francia e d'Inghilterra, agli imperatori e, nel XV secolo, agli stessi Turchi ottomani.; ; ; . Nella classificazione delle leggende d'origine altomedievali proposta da Susan Reynolds quelle di discendenza troiana formano una delle quattro famiglie, accanto a quelle derivate dalla Tavola delle Nazioni franca, dalle genealogie bibliche e dall'ascendenza scandinava; Lindy Brady e Patrick Wadden ne spiegano la fortuna con la vicinanza e insieme l'anteriorità rispetto alle origini di Roma e con la struttura genealogica del racconto, che permetteva di innestare sul ceppo troiano, come su quello di Noè, sempre nuovi popoli.. Thomas MacMaster osserva che i popoli che si dissero troiani, con la grande eccezione dei Turchi, erano quelli privi di una memoria di migrazione, come i Franchi e i Britanni: Goti, Anglosassoni, Normanni e Longobardi potevano raccontare di essere venuti da altrove, spesso dalla Scandinavia, e presentarsi sul modello biblico come un nuovo Israele giunto nella terra promessa, mentre ai popoli autoctoni Fredegario offrì con Troia un esodo equivalente, che li rendeva insieme pari ai Romani.. Helen Fulton aggiunge che i popoli usciti dalla dissoluzione dell'Impero cercarono origini anteriori alla fondazione di Roma per legittimarsi come suoi successori nei territori che occupavano, e che il racconto di Troia, unendo l'antichità della Grecia alla grandezza di Roma, offrì a molti di essi il principio della propria storia nazionale.. In questa fase la conoscenza della vicenda troiana non passava per Omero: il modello del racconto di fondazione restava lEneide letta con il commento di Servio, mentre la storia della guerra si leggeva nelle riscritture tardoantiche attribuite a Ditti Cretese e Darete Frigio. Isidoro di Siviglia indicava in Darete il primo storico dei pagani, le cronache universali del Medioevo lo seguirono, e i due testi restarono fino al Cinquecento le fonti considerate veritiere sulla guerra, quelle che fecero di Ettore e dei Troiani i personaggi positivi del conflitto.; ; .
Funzioni e declino
Il mito ha svolto funzioni diverse a seconda dei tempi. Le città se ne servirono per vantare un'antichità superiore a quella delle rivali e talvolta della stessa Roma; le dinastie e le famiglie signorili per legittimare per via genealogica il proprio potere e, all'occorrenza, le proprie rivendicazioni territoriali; i popoli entrati nella storia con la fine dell'Impero per darsi un passato che li mettesse alla pari con Roma e presentasse la conquista come una successione all'interno della stessa famiglia; la cultura europea nel suo insieme per assorbire nel proprio orizzonte popoli nuovi e perfino avversari come i Turchi. Secondo Mario Lentano si trattò di un mito erudito, costruito da chierici, notai e storici di corte, e tuttavia comune a tutto l'Occidente, tanto che fra Medioevo ed età moderna la discendenza da Troia divenne, con le sue parole, «una sorta di indispensabile lasciapassare» per il confronto fra le potenze del continente.. Alla metà del Quattrocento la discendenza troiana delle nazioni europee era ancora opinione corrente; per la Britannia il primo a metterla in dubbio fu Polidoro Virgili nellAnglica Historia del 1534, e in Francia il mito conservò valore politico fino al Settecento: nel 1714 Nicolas Fréret fu imprigionato alla Bastiglia per aver sostenuto l'origine germanica dei Franchi.; .
Un mito di fondazione comune a più regioni dell'Europa occidentale I Romani nell'antichità, e successivamente Belgi, Francesi e Britanni dall'Alto Medioevo al Rinascimento,Attraverso i romanzi della Tavola rotonda. videro nei superstiti dell'antica Troia i propri antenati diretti.
Gli stessi Greci antichi tendevano a ricollegare i popoli con cui entravano in contatto, tra cui i Troiani, alla cultura greca e alla sua mitologia..
La leggenda dell'origine troiana dei Franchi e quella della Gallia Belgica sono le più note nel Medioevo. Furono molto popolari in Francia e nell'Hainaut dal VI al XII secolo, in particolare con l'Epitome di Fredegario e i suoi frammenti, la cronaca di Hunibaldo, Freculfo e soprattutto de Guyse. È possibile che tra l'inizio dell'era cristiana, quando è già evocata, e il IX secolo essa fosse popolare anche in quel periodo, ma mancano tracce scritte per quell'epoca. In ogni caso, oltre a Belgi e Franchi, diversi altri popoli europei, in particolare celtici, rivendicarono un legame con la città del re Priamo.
Lo schema di queste leggende La struttura della leggenda risponde sempre più o meno a uno stesso modello: Il «mito» comprende il racconto di un viaggio dei superstiti della guerra di Troia. Questo viaggio è descritto in modo più o meno dettagliato, ed è più o meno difficile e lungo a seconda dei casi; avviene per mare e sembra corrispondere alla ricerca di un nuovo territorio dove stabilirsi. Il racconto fa sempre intervenire un «eroe fondatore», più o meno eponimo. Il racconto fondativo introduce progressivamente delle particolarità dei popoli e delle regioni interessate, rivelatrici del modo in cui i popoli percepivano la propria identità. Il racconto sembra in ogni caso dare luogo a utilizzi sociopolitici a posteriori (legittimazione del potere tramite la discendenza, alimentazione del sentimento di orgoglio, di appartenenza o di unità).
Analisi del racconto leggendario e delle sue funzioni
Fin dall'antichità, con ad esempio Sidonio Apollinare,Arvernorum proh dolor ! Servitus qui si prisca replicœrentur, audebant se quondam fratres Latio dicere et sanguine ab Iliaco populos computare. Sid. Appoll. L. VII. Epistol. 7. moltissimi storici, scrittori, cronisti, religiosi o poeti hanno ripreso nelle loro opere questo tema: da Virgilio a Goffredo di Monmouth e Ronsard, passando per Lucio di Tongeren, Jacques de Guyse o Fredegario (si vedano le fonti primarie quando sono sopravvissute).
Nel XVIII e XIX secolo, la relativa costanza, persistenza e uniformità di questa tradizione antica, e la sua antica presentazione come fatto reale, incuriosiva ancora alcuni storici come M. de Fortia, che si domandavano se potesse nascondere un fondo di verità, e quale.