La pittura a Venezia del Cinquecento rappresentò una delle stagioni di maggiore splendore dell'arte rinascimentale europea, caratterizzata dall'affermazione di un linguaggio fondato sul primato del colore, sulla ricchezza luministica e su una straordinaria libertà espressiva. Grazie all'opera di maestri come Giorgione, Tiziano, Tintoretto e Paolo Veronese, la scuola veneziana esercitò una profonda influenza sullo sviluppo della pittura occidentale.

Contesto

A cavallo tra il XV e il XVI secolo, la Repubblica di Venezia si trovò all'apice della sua potenza. La pace di Lodi del 1454 le aveva garantito un solido dominio di Terraferma che comprendeva tutto l'attuale Veneto e parte della Lombardia, mentre il suo Stato da Mar era un vero e proprio impero marittimo che comprendeva l'Istria, la Dalmazia Veneta, l'Albania Veneta (tra gli odierni Montenegro e Albania), le Isole Ionie, la Morea (ovvero il Peloponneso), il Candia (ovvero l'isola di Creta), le Isole egee e Cipro. La Serenissima controllava i traffici commerciali tra l'Oriente e l'Occidente, intrattenendo solide relazioni con l'Impero ottomano (con cui aveva stipulato un trattato di pace nel 1479) e con numerosi Stati di tutta Europa, in particolare con la Germania e le Fiandre.

Questa prosperità ebbe un inevitabile impatto positivo sul contesto artistico locale che, all'inizio del Cinquecento, iniziò a vivere il suo momento di massimo splendore. Moltissimi furono i pittori provenienti da ogni parte d'Europa che raggiunsero Venezia, attratti dalle numerose commissioni pubbliche e private offerte oppure per aggregarsi alle prestigiose botteghe operanti in città. Per tutta la seconda metà del Quattrocento, il panorama pittorico lagunare era stato dominato da due botteghe: quella dei Vivarini e quella dei Bellini. Alla fine del secolo la bottega belliniana, guidata da Giovanni Bellini, era sicuramente quella che aveva raggiunto il maggior successo, avendo saputo aggiornarsi ai nuovi stili e, soprattutto, non rimanendo impermeabile all'introduzione della tecnica della pittura a olio, giunta a Venezia intorno al 1475 grazie al soggiorno di Antonello da Messina, nonché come conseguenza delle fitte relazioni con i pittori fiamminghi. La scena era ormai pronta per il pieno Rinascimento veneziano.

Prima metà del Cinquecento: pieno Rinascimento veneziano Gli inizi del secolo

Il Cinquecento pittorico a Venezia si apre, dunque, con la bottega di Bellini come centro assoluto di riferimento, attorno a cui gravitavano, più o meno, tutti i principali artisti attivi in città. È il caso, ad esempio, del bergamasco Andrea Previtali, che nel 1502 firma a Venezia come Ioanis Bellini dissipulus (discepolo di Giovanni Bellini) la sua prima opera nota: una Madonna col Bambino e donatore, oggi conservata presso i Musei civici di Padova..

Ma sono diversi i pittori lombardi che in questi anni si trovano a Venezia. Nel 1500 vi giunse Leonardo da Vinci e, sebbene il suo breve soggiorno fosse probabilmente dovuto più a consulenze militari che a commissioni pittoriche, è appurato che i suoi influssi lasciarono un segno sulle future opere prodotte in città.. Già presente in città da alcuni anni, Giovanni Agostino da Lodi dipinse nel 1500 una pregevole Lavanda dei piedi, oggi conservata alle Gallerie dell'Accademia di Venezia..

Da citare anche la presenza del tedesco Albrecht Dürer, registrata tra il 1505 e il 1507 (dopo un primo soggiorno avvenuto tra il 1494 e il 1495), durante la quale realizzò alcuni capolavori come la Festa del Rosario (oggi alla Národní galerie di Praga), che suscitò l'ammirazione dello stesso Giovanni Bellini, e il contestuale Cristo dodicenne tra i dottori (oggi al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid). L'influenza di Dürer sulla pittura veneziana si manifesta soprattutto attraverso la diffusione del suo linguaggio incisorio e del naturalismo nordico. Le sue incisioni circolarono ampiamente a Venezia, offrendo modelli compositivi e iconografici nuovi agli artisti locali. Il suo interesse per il dettaglio naturalistico e per la resa analitica delle superfici contribuì a rafforzare alcune tendenze già presenti nell'ambiente lagunare. I successivi pittori lagunari recepirono questi stimoli, rielaborandoli in chiave tonale e atmosferica.

Sempre legati sia per formazione sia per linguaggio, nel panorama artistico veneziano del tempo si erano ritagliati spazi da protagonisti anche Vittore Carpaccio e Cima da Conegliano. Il primo è legato soprattutto ai cicli per le scuole grandi, come le Storie di sant'Orsola, dipinte tra il 1490 e il 1495, o alla commissione del vasto telero per la Sala dei Pregadi in Palazzo Ducale, ricevuta al culmine della carriera tra il 1501 e il 1502, alla quale si aggiunsero poi, più tardi, altri due teleri (1510 circa) per la Sala del Maggior Consiglio con Papa Alessandro III incontra ad Ancona il doge Sebastiano Ziani e lo onora procurandogli l'insegna del parasole e Papa Alessandro III concede l'indulgenza nel giorno dell'Ascensione ai visitatori della Basilica di San Marco; quest'ultimo dipinto fu forse realizzato in collaborazione con Giovanni Bellini. Tutte queste opere furono distrutte nell'incendio del 1577..>. Negli stessi anni lavorò a un importante ciclo pittorico per la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni e a un ciclo di teleri per la Scuola di Santa Maria degli Albanesi raffiguranti le Storie della Vergine.

Vastissima fu la produzione di Cima da Conegliano, soprattutto importante nel genere delle sacre conversazioni e delle immagini devozionali della Madonna. Cima lavorò molto anche al di fuori di Venezia e, per questo, è considerato tra i maggiori "esportatori" della cultura artistica veneziana nel retroterra veneto, grazie al suo stile pittorico improntato a un raffinato classicismo.Vedi Storia dell'arte classica e italiana, opera citata, pp. 341-342. Tra le sue opere più importanti conservate a Venezia si ricordano la pala Sant'Elena e Costantino ai lati della croce della Chiesa di San Giovanni in Bragora, l'Incredulità di san Tommaso col vescovo Magno e la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Paolo, entrambe conservate alle Gallerie dell'Accademia.

Giorgione

Tra i protagonisti del primo decennio del Cinquecento un ruolo rilevante è occupato da Giorgione, tra le figure più enigmatiche della pittura veneziana. Non ha firmato alcuna opera e la ricostruzione del suo catalogo, così come l’interpretazione iconografica di molte opere a lui attribuite, è oggetto di dibattito storiografico. La sua pittura si caratterizza per l'atmosfera poetica, la fusione tra figure e paesaggio e il ruolo centrale del colore nella costruzione dell'immagine. Operò a Venezia per poco più di un decennio, contribuendo allo sviluppo della cosiddetta “maniera moderna”..

Nato a Castelfranco Veneto intorno al 1478, si trasferì in giovane età a Venezia, dove si formò probabilmente nella bottega di Giovanni Bellini. Sono inoltre riconosciute influenze di Leonardo da Vinci e della cerchia leonardesca, oltre che di Albrecht Dürer, rielaborate in modo personale. Le prime opere attribuitegli, prevalentemente a soggetto religioso, si collocano tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Al 1503 circa è datata la Pala di Castelfranco, commissionata da Tuzio Costanzo per la cappella di famiglia nel duomo di Santa Maria Assunta e Liberale.

Tra il 1506 e il 1508 realizzò la Tempesta, oggi conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. L’opera è considerata uno dei primi casi nella pittura occidentale in cui il paesaggio assume un ruolo autonomo rispetto alle figure. Il soggetto è tuttora oggetto di diverse interpretazioni.. Analoga importanza assume il paesaggio nei Tre filosofi, tela conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, dove l'ambiente naturale partecipa attivamente alla costruzione del significato dell'opera.

Giorgione si dedicò inoltre alla produzione di ritratti, caratterizzati da un’impostazione non riconducibile ai modelli quattrocenteschi. Tra le opere generalmente attribuitegli, sebbene con differenti livelli di consenso critico, si annoverano il Ritratto di guerriero con scudiero agli Uffizi, il Ritratto Giustiniani della Gemäldegalerie di Berlino, la Vecchia alle Gallerie dell’Accademia e il Ritratto d’uomo Terris al San Diego Museum of Art.

Giorgione morì a Venezia nell’autunno del 1510, probabilmente a causa di un’epidemia di peste. Le notizie relative agli ultimi anni della sua attività sono scarse. Probabilmente appartengono a questo periodo un Ritratto di comandante con la berretta rossa citato da Giorgio Vasari e un Autoritratto come David del Herzog Anton Ulrich-Museum di Braunschweig. Nonostante la breve attività, la sua opera esercitò una profonda influenza sulla pittura veneziana del primo Cinquecento, contribuendo al rinnovamento del linguaggio figurativo adottato da artisti quali Sebastiano del Piombo e Tiziano Vecellio e, negli ultimi anni della sua attività, dallo stesso Giovanni Bellini.

Battaglia di Agnadello e le sue conseguenze

La continua ascesa dello splendore di Venezia aveva allarmato le potenze europee e gli altri Stati italiani, in particolare il papato, preoccupato dell'espansione della Serenissima verso i territori della Romagna. Così, il 10 dicembre 1508, venne costituita segretamente la Lega di Cambrai in chiave antiveneziana. Il 15 aprile dell'anno seguente Luigi XII di Francia lasciò Milano per attaccare i territori di Venezia, dando avvio alla guerra della Lega di Cambrai. Fin da subito i veneziani si trovarono in difficoltà contro le truppe francesi, per poi collassare totalmente nella disfatta della Battaglia di Agnadello del 14 maggio 1509. La disfatta fu di tale portata che gli abitanti della laguna arrivarono a temere addirittura la fine della stessa Serenissima. Tuttavia, grazie a un mutamento delle alleanze e a una efficace riorganizzazione militare, Venezia riuscì progressivamente a rovesciare la situazione, recuperando in breve tempo il proprio dominio nell’entroterra. La guerra terminò con Venezia che era riuscita a conservare quasi integralmente lo Stato di Terraferma; tuttavia ne uscì finanziariamente provata e costretta ad accettare un ruolo più prudente nello scacchiere italiano ed europeo..[Altre fonti storiche]

Il disastro di Agnadello ebbe ripercussioni anche sulla storia della pittura veneziana: la crisi finanziaria dello Stato ridusse temporaneamente i grandi cantieri pubblici, mentre crebbero le committenze di confraternite e privati cittadini; le scuole veneziane assunsero un ruolo più incisivo nella produzione artistica. I tragici eventi di Agnadello agirono come fattore di svolta sulla pittura veneziana, orientandola verso soluzioni più raccolte e meditate. In luogo della fiducia espansiva della stagione precedente, si affermò una religiosità volutamente arcaicizzante, quasi come risposta identitaria alla crisi, accompagnata da un tono emotivo più interiorizzato e contemplativo.[63 solo ultima frase] Ad esempio la pala Natività con santi, dipinta tra il 1509 e il 1511 da Cima da Conegliano per la Chiesa di Santa Maria dei Carmini, mostra un’ambientazione rustica che richiama un’Arcadia di ascendenza giorgionesca, ma reinterpretata in chiave più dimessa e meditativa. Analogamente, il Cristo risorto di Marco Basaiti, oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, raffigura un Cristo non trionfante ma colto in un momento di pausa, seduto, che offre la piaga del costato alla contemplazione del fedele: "un’immagine che traduce in termini visivi il bisogno di consolazione e introspezione proprio del periodo". Nel 1510, sempre Basaiti dipinse la Vocazione dei figli di Zebedeo per la chiesa di Sant'Andrea presso l'isola della Certosa, dove, per la prima volta a Venezia, l'autore raffigurò in una pala d'altare una scena narrativa complessa allo scopo di rendere l’immagine sacra più coinvolgente e comunicativa in una fase di crisi collettiva..