Le maschere oculari disruptive sono marcature mimetiche che nascondono gli occhi di un animale ai suoi predatori o alle sue prede. Sono utilizzate dalle prede per evitare di essere individuate dai predatori, e dai predatori per avvicinarsi più facilmente alle prede.

L'occhio possiede una forma caratteristica e una colorazione scura determinate dalla sua funzione ed è situato nella vulnerabile regione della testa, rendendolo un bersaglio naturale per i predatori. Può essere mimetizzato mediante un adeguato motivo disruptivo disposto in modo da raggiungere o attraversare l'occhio, formando talvolta una striscia oculare mimetica. In alcuni animali, l'illusione è completata da un falso occhio o da una falsa testa situati altrove sul corpo, in una forma di automimetismo.

Le maschere oculari disruptive sono presenti in una varietà di animali, sia invertebrati, come le cavallette, sia vertebrati, tra cui pesci, rane, uccelli e serpenti. Le maschere oculari furono notate per la prima volta dall'artista statunitense Abbott Handerson Thayer nel 1909 e analizzate estesamente dallo zoologo Hugh Cott nel 1940. Tuttavia, ancora nel 2005, lo zoologo evoluzionista Tim Caro poteva osservare che l'ipotesi secondo cui le maschere oculari avessero funzione mimetica non era stata verificata in modo sistematico.

Storia

L'artista statunitense Abbott Handerson Thayer menzionò il «mascheramento» degli occhi di uccelli e mammiferi nel suo libro del 1909 Concealing-Coloration in the Animal Kingdom, affermando che questo fenomeno si riscontrava soprattutto negli uccelli, come i pivieri, e nei mammiferi predatori. Egli osservò che «è molto efficace... poiché spezza completamente il contorno altrimenti vistoso e circolare o ovale dell'occhio»..

Lo zoologo Hugh Cott identificò l'importanza dell'occultamento dell'occhio nel suo libro del 1940 Adaptive Coloration in Animals. Egli sottolineò la «vistosità intrinseca di una macchia oculare», che «spicca rispetto a tutto il resto e cattura l'attenzione», illustrando il concetto con un diagramma contenente una piccola macchia oculare e molte caratteristiche più grandi: l'occhio attirava immediatamente l'attenzione dell'osservatore.. L'immagine è stata riutilizzata altrove, per esempio nel libro sul mimetismo pubblicato da Tim Newark nel 2007, dove Newark osservò che l'illustrazione di Cott dimostrava chiaramente il principio, poiché «l'occhio di un vertebrato, con la sua pupilla nera e densa, risalta anche sugli sfondi più confusi, come mostra l'illustrazione di Cott». Cott sosteneva che «nessuno schema mimetico può essere completamente efficace se non maschera o modifica l'aspetto dell'occhio». Egli citò come «splendidi esempi» di disegni facciali in grado di ottenere questo effetto la vipera delle paludi e la vipera del Gabon. Con le sue parole:

Cott descrisse le maschere oculari disruptive come un caso particolare di motivo disruptivo coincidente, un sistema che produce mimetismo collegando visivamente differenti parti del corpo per creare un nuovo aspetto che contraddice le reali strutture anatomiche presenti.. Riguardo alle strisce oculari mimetiche, osservò che «bande o strisce oculari più o meno ben definite» si trovano in molte specie di uccelli, tra cui il picchio muratore, il beccaccino, il chiurlo piccolo, il corriere grosso e il voltapietre, ritenendo significativo che questi motivi fossero associati a piccoli attivi che lasciano il nido precocemente, come nel corriere grosso. Egli registrò inoltre che «marcature apparentemente di analogo significato» si riscontrano in mammiferi come l'orice gazzella, l'antilope nera, la gazzella di Grant e la viscaccia..

Nel 1989, J. L. Cloudsley-Thompson osservò che le strisce oculari mimetiche sono presenti anche in numerosi rettili, compresi i sottili serpenti frustino, in molti pesci tropicali come lo scalare (Pterophyllum scalare) e il luccio dal naso corto (Lepisosteus platostomus), oltre che in una grande varietà di anfibi, tra cui la rana comune.

Lo zoologo evoluzionista Tim Caro osservò nel 2005 che «l'intero argomento della colorazione disruptiva necessita di un'analisi sistematica».. Caro notò che nei mammiferi «non sono disponibili verifiche sistematiche di questa ipotesi», ma che le macchie scure attorno agli occhi, le quali tenderebbero ad attirare l'attenzione verso l'occhio anziché camuffarlo, risultano associate ai carnivori terrestri delle praterie e agli animali ripariali, suggerendo una funzione di riduzione dell'abbagliamento oppure, forse, di aposematismo.

Disegno G. W. Barlow, prendendo in esame gli esempi citati da Cott, analizzò nel 1972 le «linee oculari» dei pesci, individuando una relazione tra l'angolo della linea e sia la forma del corpo che l'inclinazione della fronte. Osservò che le specie dal nuoto rapido presentavano linee longitudinali e corpi allungati, mentre i pesci dal corpo alto avevano barre verticali ed erano capaci di compiere brusche virate. A suo avviso, molti motivi barrati costituivano «evidentemente un adattamento al criptismo», cioè al mimetismo. Concluse che strisce e barre erano al tempo stesso segnali sociali e adattamenti antipredatori.

Nel 1981, Leah e Benjamin Gavish testarono motivi capaci di nascondere gli occhi degli uccelli utilizzando disegni e osservatori umani. Scoprirono che i motivi che permettono all'occhio di sporgere dall'area scura lo celavano meglio, definendo questo fenomeno «effetto dell'occhio al margine».

Alcuni animali, come i pesci farfalla, combinano il camuffamento dell'occhio con un ocello situato in un'altra parte del corpo, forse dando l'impressione che la testa dell'animale si trovi in quel punto. Nel 2013, Karin Kjernsmo e Sami Merilaita dimostrarono, usando prede artificiali e pesci predatori, gli spinarelli, che tali ocelli deviavano gli attacchi dei predatori dalla vulnerabile regione della testa.

Note

Bibliografia

Categoria:Zoologia