Le Nemesiache sono state un collettivo femminista, artistico e cinematografico italiano, fondato a Napoli nel 1970 su iniziativa della filosofa e artista Lina Mangiacapre.

Sviluppatosi nel contesto del neofemminismo italiano, il gruppo si è caratterizzato per l'integrazione tra pratica femminista e sperimentazione artistica multimediale, legata alla reinterpretazione del mito e delle culture mediterranee.

Nel 1977 le attiviste hanno strutturato la propria produzione editoriale e artistica costituendo la cooperativa Le Tre Ghinee. L'attività del collettivo è proseguita in modo indipendente lungo i due decenni successivi, estendendosi fino ai primi anni duemila attraverso la realizzazione di film, spettacoli teatrali, la cura della Rassegna del Cinema Femminista a Sorrento (fino al 1994) e la pubblicazione della rivista Manifesta (1988–2002).

Con la scomparsa di Mangiacapre nel 2002 il collettivo ha concluso la propria esperienza militante diretta. L'eredità storica del gruppo è preservata dall'Associazione culturale Tre Ghinee, che ne cura la valorizzazione e la diffusione culturale attraverso l'organizzazione di mostre e convegni, la gestione dell'archivio (donato alla Biblioteca Nazionale di Napoli) e l'assegnazione annuale del Premio Lina Mangiacapre alla Mostra del cinema di Venezia.

Contesto e fondazione Le Nemesiache nascono a Napoli nel 1970, nel contesto dell'emergere dei primi gruppi autonomi del neofemminismo italiano.

Lina Mangiacapre, rientrata a Napoli dopo gli studi di filosofia a Roma, avvia il collettivo riunendo donne di diversa provenienza politica e culturale, accomunate dal rifiuto delle strutture organizzative miste e dalla volontà di elaborare forme di soggettività femminile al di fuori dei canoni politici dominanti.

A differenza di altri gruppi femministi sorti all'interno del movimento studentesco e della sinistra extraparlamentare, Le Nemesiache si sviluppano in un contesto maggiormente legato alla sperimentazione artistica, all’antipsichiatria e alla rielaborazione di figure e simboli della mitologia precristiana.

Tra le componenti del nucleo originario, composto prevalentemente da attiviste ventenni e trentenni di estrazione borghese e con alti livelli di scolarizzazione, figurano Teresa Mangiacapre (Niobè), Silvana Campese (Medea), Claudia Aglione (Elena) e Anna Grieco (Dafne). L'adozione degli pseudonimi mitologici rispondeva alla volontà politica di distanziarsi dall'identità anagrafica e familiare, per riconnettersi a genealogie femminili storicamente oscurate.

Poetica, pratiche e politica

Il pensiero mitosofico Uno dei principali riferimenti simbolici del collettivo, da cui prende il nome, è la figura mitologica di Nemesi, dea della giustizia distributiva, assunta non come simbolo di vendetta ma come principio di riequilibrio rispetto alla subordinazione storica delle donne.

A partire da questa figura Lina Mangiacapre sviluppò una riflessione incentrata sulla riappropriazione dell'immaginario femminile e sul recupero del cosiddetto "pensiero mitosofico". Nei manifesti del gruppo, tale approccio viene teorizzato in opposizione alla logica razionale di matrice patriarcale, rivendicando una modalità di pensiero in cui l'immagine e il concetto, la razionalità e l'emozione rimangono compresenti e indissolubili. In questa cornice teorica, il mito, il corpo e la rappresentazione artistica sono intesi come strumenti di trasformazione politica e soggettiva.

La psicofavola e il pensiero androgino Nel 1973 Mangiacapre elaborò il metodo della psicofavola, una pratica transmediale collettiva che combinava autocoscienza, narrazione, teatro, musica e performance corporea attraverso la riscrittura di miti, fiabe e leggende. Sviluppata in alternativa alla sola elaborazione verbale praticata nei coevi gruppi femministi, la psicofavola si proponeva di far emergere e trasformare in strumento di liberazione l'universo interiore e inconscio di ogni donna, liberandolo dalle distorsioni e dalle rimozioni della cultura patriarcale dominante.

Mangiacapre teorizza inoltre la nozione di "pensiero androgino" (da lei definito anche come una forma di transfemminismo ante litteram). Tale concetto non evoca un annullamento delle differenze sessuali, bensì il superamento delle opposizioni binarie e gerarchiche radicate nel patriarcato, rivendicando un'idea di essere umano "intero" e indiviso.

Questa riflessione guidò la successiva produzione cinematografica, visiva e letteraria del collettivo, caratterizzata da narrazioni incentrate sulla metamorfosi e sul superamento del binarismo di genere.

Separatismo, sessualità e femminismo meridionale Il gruppo si distinse nel panorama nazionale per un rigoroso separatismo, rifiutando qualsiasi collaborazione con organizzazioni politiche non femministe. Rivendicando esplicitamente la costruzione di un "femminismo meridionale", nel 1974 il collettivo si scontrò apertamente con la redazione della rivista milanese Sottosopra, criticando la cecità delle femministe settentrionali rispetto alle specificità del Mezzogiorno. Le Nemesiache elessero Napoli e il mito della sirena Partenope a terreni privilegiati d'indagine, per dimostrare la presenza sul territorio di modelli di femminilità storicamente alternativi a quelli dominanti.

Circolazione e influenza L'originalità delle pratiche creative del gruppo, che includevano espressioni corporee spontanee e stili di danza collettiva volti a scardinare i modelli eteronormativi, esercitò un'influenza nazionale, stimolando la nascita di un collettivo affine a Milano e attirando l'interesse di ambienti femministi francesi legati a Psychanalyse et politique.

Sul piano della sessualità, pur muovendosi in un contesto in cui il lesbismo era un forte tabù, il collettivo rifiutò le etichette identitarie rigide in favore di un erotismo libero, formulando una dura critica alla rivoluzione sessuale degli anni sessanta, giudicata una ulteriore declinazione della violenza maschile contro le donne. Impegno sociale e territorio L'esperienza antipsichiatrica Tra il 1977 e il 1979 Le Nemesiache svilupparono un'importante esperienza laboratoriale presso la sesta divisione dell'Ospedale Psichiatrico "Frullone" di Napoli, collocandosi nel più ampio dibattito sull'antipsichiatria e sulla Legge Basaglia. L'intervento nacque dall'incontro tra il gruppo e il collettivo femminista cresciuto attorno alla Mensa bambini proletari del quartiere Montesanto, guidato da Lucia e Cinzia Mastrodomenico.

Attraverso i contatti stabiliti con il personale sanitario, le attiviste ottennero accesso al reparto femminile della struttura, dove organizzarono laboratori basati sulla musica, sull'improvvisazione teatrale e sull'uso terapeutico della psicofavola. L'esperienza si basava sul rifiuto di una concezione puramente clinica della malattia mentale e sull'idea che il disagio psichico femminile fosse strettamente intrecciato alle strutture oppressive della famiglia patriarcale e all'esclusione sociale delle donne.

L'azione politica del gruppo portò a una storica modifica del regolamento interno dell'ospedale, estendendo anche alle pazienti il diritto di trascorrere alcune ore del giorno all'esterno della struttura.

I materiali raccolti confluirono nel film-documentario Follia come poesia (1977-1979), realizzato con la partecipazione diretta delle degenti alla scrittura e alla messa in scena. L'opera suscitò discussioni e polemiche negli ambienti femministi e cinematografici dell'epoca, in particolare per la rappresentazione non medicalizzata della follia.

L'impegno urbanistico A partire dalla seconda metà degli anni settanta, Le Nemesiache estesero progressivamente la propria riflessione alla dimensione urbana e territoriale, sviluppando un'analisi della città centrata sull'esperienza quotidiana delle donne, sui rapporti di vicinato e sulla critica della marginalizzazione sociale.

Dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980, il collettivo partecipò al dibattito sulla ricostruzione di Napoli, promuovendo nel 1981, insieme all'UDI e ad altri gruppi femministi cittadini, la conferenza Una città a dimensione di donne. In quell'occasione Lina Mangiacapre sostenne la necessità di una riorganizzazione urbana capace di preservare le forme di socialità e di economia popolare del centro storico, contrapponendosi ai modelli di ricostruzione fondati sulla periferizzazione e sulla separazione funzionale degli spazi urbani.

Le attiviste parteciparono inoltre alle mobilitazioni per il diritto alla casa sviluppatesi nei quartieri popolari cittadini, prendendo parte alle occupazioni abitative di Piscinola e di Palazzo Sagliocco al Vomero, un grattacielo rimasto incompiuto che venne occupato da oltre cento famiglie dal 1981 al 1987. In questi contesti il collettivo intervenne soprattutto sul piano delle relazioni sociali e dell'autorganizzazione femminile, contribuendo alla costruzione di reti di mutuo aiuto tra donne precedentemente confinate nella sfera domestica. Produzione teatrale e performance La psicofavola teatrale: Cenerella Il debutto del collettivo avvenne con Cenerella, messa in scena tra il 1973 e il 1975, opera che inaugurò la pratica della psicofavola. Basata sulla versione secentesca della fiaba campana contenuta ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, la riscrittura delle Nemesiache stravolgeva il testo classico: Cenerentola non era una figura passiva, ma una donna mossa da un desiderio di rivalsa che rifiutava il principe, poiché conscia che la scelta coniugale avrebbe significato l'espropriazione del proprio corpo.

L'opera introdusse sperimentalmente una regola politica del collettivo: l'accesso del pubblico maschile alle repliche era rigidamente subordinato alla presenza di una donna garante.

Promossa dalla giornalista Adele Cambria, la rappresentazione girò i teatri di Napoli, Roma, Milano e Amalfi, registrando reazioni polarizzate a causa del modo radicale in cui metteva in discussione l'attaccamento emotivo tradizionale delle donne verso gli uomini. L'opera ebbe un forte impatto sul movimento femminista nazionale, inaugurando una stagione di diffuso interesse politico per la riscrittura delle fiabe.

Sviluppi successivi La produzione teatrale proseguì focalizzandosi sul tema delle istituzioni totali e della reclusione con Siamo tutte prigioniere politiche (1978), per poi esplorare il legame tra genere e alienazione mentale in Per Ofelia (1980), dove la follia femminile veniva riletta come rifiuto dei codici patriarcali.

Negli anni successivi, l'attività performativa si spostò all'aperto, unendo la messinscena al rito archeologico in siti della costa flegrea, come l'Antro della Sibilla a Cuma, dove il gruppo realizzò spettacoli dedicati alle divinità del mito mediterraneo. Attività cinematografica La produzione cinematografica del collettivo si estende dal 1976 alla metà degli anni novanta, avvalendosi di formati sperimentali in Super 8 e 16mm, fino ad approdare al 35mm. I film delle Nemesiache si caratterizzano per il rifiuto delle tecniche di montaggio tradizionali e per l'adozione di una narrazione onirica e mitologica.