De contemptu mundi (in latino, 'il disprezzo del mondo') è un poema satirico di Bernardo di Cluny, composto intorno al 1140. L'opera è dedicata a Pietro il Venerabile, abate di Cluny all'epoca in cui l'autore vi risiedeva.
Contesto storico e culturale L'opera si inserisce nel contesto della riforma cluniacense e del rinnovamento spirituale dell'XI e XII secolo, caratterizzato da una forte attenzione alla disciplina monastica, alla moralità del clero e alla critica dei costumi ecclesiastici. In questo periodo si diffonde ampiamente il tema del contemptus mundi, ossia il distacco dalle realtà terrene in favore di una prospettiva escatologica e ultraterrena.
Il poema riflette le tensioni interne alla Chiesa medievale, tra ideali di purezza spirituale e percezioni di corruzione istituzionale, inserendosi nella tradizione della satira morale e religiosa.
Contenuto Il testo sviluppa una riflessione sulla caducità della vita umana e sull'illusorietà dei beni materiali, contrapponendo la realtà terrena, segnata dal peccato, alla dimensione eterna della salvezza. Accanto alla denuncia dei vizi individuali e collettivi, l'autore propone una visione escatologica della storia, culminante nella rappresentazione del Giudizio universale e della Gerusalemme celeste. L'opera alterna quindi toni polemici e momenti di elevazione spirituale.
Una parte rilevante del poema è dedicata alla critica della società contemporanea, inclusi aspetti della vita ecclesiastica, con riferimenti a pratiche come la simonia e altri comportamenti ritenuti moralmente degeneri.Dictionnaire de spiritualité ascétique et mystique, Paris, 1937-1995.
Struttura e trama
L'opera è suddivisa in tre libri. Il primo libro si concentra sul tema escatologico e sulla precarietà dell'esistenza terrena. L'opera si apre con una potente evocazione del ritorno di Cristo e del Giudizio Universale, a cui segue una lunga descrizione della beatitudine celeste. In antitesi a questa visione gloriosa, viene poi descritto l'inferno come luogo di sofferenza perpetua. Qui Bernardo rifiuta esplicitamente la rappresentazione virgiliana degli inferi, considerandola errata rispetto alla verità cristianaDe contemptu mundi, I, 587-592 e 643-646. In questa sezione emergono i primi indizi della critica sociale e morale che caratterizza il secondo libro. Viene quindi sviluppato il tema del contemptus mundi propriamente detto e dell’inconsistenza dell’essere. Il libro si chiude sui presagi della fine dei tempi e l'imminente venuta dell'Anticristo.
Il secondo libro sviluppa la denuncia satirica della società contemporanea. I primi cento versi rimandano al mito dell'Età dell'Oro, dove Bernardo rievoca l'ideale di una purezza perduta, interpretata come un'allegoria della Chiesa primitiva, per contrapporla alla depravazione presente. Vengono poi passate in rassegna tutte le classi sociali in una lunga galleria di ritratti, a cui segue una violenta critica misogina. Negli ultimi quattrocento versi l’autore illustra con numerosi esempi i vizi e i peccati che affliggono la società (tra cui violenza, ubriachezza, superbia e altri).
Il terzo libro approfondisce la satira contro le istituzioni ecclesiastiche. Bernardo prosegue nell’analizzare i comportamenti viziosi e condanna violentemente la sodomia. Poi comincia la descrizione del triste stato in cui versa la Chiesa, che comprende una denuncia dei vescovi che hanno paura di predicare la giustizia e della simonia. Il culmine del tema dell’iniquità (anticipato nel primo libro) è rappresentato dalla sferzante invettiva contro la Roma papale, descritta come “Scilla vorace”, a cui si contrappone la grandezza della Roma apostolica dei martiri. Il poema termina con un riassunto delle depravazioni del tempo e una preghiera a Cristo per la restaurazione dell'ordine e della purezza.
Fonti e riferimenti Per il De contemptu mundi Bernardo ricorre a numerosi fonti, che spaziano dalla tradizione cristiana alla cultura classica. I Padri della Chiesa, ampiamente citati da Bernardo nelle altre opere, rimangono qui presenti come fonte di ispirazione teologica e filosofica, benché non siano mai esplicitamente nominati. La Bibbia è la fonte principale dell'opera, si trovano infatti numerose citazioni sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento; ad esempio la rappresentazione del Giudizio Universale nel primo libro segue il Vangelo di Matteo (25, 31-48). Anche i grandi autori dell'VIII secolo (come Alcuino e Rabano Mauro) e i quasi contemporanei dell'XI e XII secolo (ad esempio Ildeberto di Lavardin e Ugo di San Vittore vengono evocati nel corso del poemaCresson, André (a cura di) De contemptu mundi: une vision du monde vers 1144. Brepols, 2009, p. 38..
Bernardo attinge a piene mani anche ai classici latini e in particolare a quattro autori che cita maggiormente o cui allude in modo esplicito fin dal prologo: Orazio, Virgilio, Giovenale e OvidioCresson, André (a cura di) De contemptu mundi: une vision du monde vers 1144. Brepols, 2009, pp. 36 ss.. Nella lettera prefatoria, per supportare la propria concezione di sviluppo di un'opera (basato su revisioni, rimaneggiamenti e consigli di uomini colti), l'autore nomina esplicitamente Orazio e la sua Ars Poetica, affermando mentior, inquam, si non et Flaccus in arte poetica idem quod ego consentitDe contemptu mundi, prologo..
Il De contemptu mundi è inoltre un'opera ricca di riferimenti letterari. Nel testo sono menzionati uomini illustri dell'antichità, come ad esempio verso la fine del primo libro, dove Bernardo, per dimostrare la vanità delle cose terrene, elenca una serie di uomini (tra cui Socrate, Platone, Cicerone) la cui fama comunque non ha vinto la morteDe contemptu mundi, I 899-922. .
Anche mostri, divinità ed eroi tratti dalla mitologia classica trovano il loro spazio nel poema, spesso per indicare concetti specifici (come Venere è antonomasia della passione carnale e Marte della guerra). Nell'arco dell'opera emergono descrizioni della mitica Età dell'Oro e di luoghi mitologici con i loro specifici elementi topografici (come lo Stige e il Tartaro), anche se citati solo per contestarne la fattualità.
Metro e stile Il poema è noto per la complessità della sua struttura metrica. È composto in esametri dattilici, con rime interne e finali, una caratteristica relativamente rara nella poesia latina medievale. Ogni esametro è diviso in tre parti, le cui prime due terminano con una rima interna (rima leonina), mentre la parte finale del verso rima con quella del verso successivo (quindi secondo lo schema AAB CCB).
Lo stile è caratterizzato da un linguaggio ricco di figure retoriche, parallelismi e contrasti. Caratteristica dell'opera è la ripetizione, funzionale non solo a imprimere nella mente del lettore i concetti descritti (e quindi alla costruzione di un discorso didattico e morale insieme) ma anche a trasmettere la fermezza e l'importanza delle convinzioni dell'autore. Il testo abbonda di anafore che ritmano le frasi e di anadiplosi, nonché di figure sonore (allitterazioni e assonanze) che rendono i versi ancora più espressivi. L'opera gioca costantemente sulle antitesi (come tra la gloria della Gerusalemme celeste e la miseria della città terrena, o tra la bellezza effimera del corpo e la sua futura putredine). Nel De contemptu mundi Bernardo evita gli enjambement: i versi tendono a chiudersi in se stessi o a legarsi a coppie, cosa che rende il testo particolarmente compatto e denso.
Fortuna e ricezione La popolarità del De contemptu mundi nel Medioevo è ben attestata: sono sopravvissuti almeno quindici manoscritti che includono il poema e numerosi estratti appaiono nelle antologie di versi latini medievali. Durante il periodo della Riforma il testo risvegliò l'attenzione degli studiosi protestanti per la feroce satira contro la corruzione della Curia Romana e del clero. Principale artefice di questo rinnovato interesse fu il teologo luterano Mattia Flacio Illirico, che incluse il De contemptu mundi nella sua raccolta del 1557 intitolata Varia poemata de corrupto Ecclesiae statu. Questo interesse si tradusse in una fitta attività editoriale, tanto che tra il 1557 e il 1754, furono stampate in Germania ben sei edizioni del testoCresson, André (a cura di), De contemptu mundi : une vision du monde vers 1144, Turnhout, 2009, p. 10.
Nella seconda metà dell'Ottocento l'opera ottenne una fama inaspettata grazie all'innalista John Mason Neale, che pubblicò tra il 1859 e il 1866 una parafrasi libera di alcuni passaggi del primo libro del De contemptu mundi, focalizzandosi sulla descrizione della Gerusalemme Celeste. Queste traduzioni dettero origine a inni che divennero molto popolari nelle chiese di lingua inglese, come: Jerusalem the Golden (Urbs Sion aurea), Brief life is here our portion (Hic breve vivitur) e altri. Grazie a Neale, Bernardo è stato talvolta "canonizzato" ufficiosamente dalle autorità ecclesiastiche anglicane e americane, che occasionalmente si riferiscono a lui come "San Bernardo di Cluny", sebbene la Chiesa Cattolica non gli riconosca tale titolohttps://anglicanhistory.org/usa/congress/4/10.html.
Nel 1893 il compositore Horatio Parker, basandosi sul De contemptu mundi compose l'oratorio Hora Novissimahttps://hymnary.org/text/hora_novissima_tempora_pessima, che rimase il brano corale più popolare negli Stati Uniti per quasi trent'anniCresson, André (a cura di), De contemptu mundi : une vision du monde vers 1144, Turnhout, 2009, p. 11.
Infine il verso 952 tratto dal primo libro del De contemptu mundi è stato usato da Umberto Eco come frase di chiusura del suo romanzo Il nome della rosa: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus". Pepin, nella sua edizione del 1991 (e prima ancora in un articolo intitolato Adso’s closing line in The Name of the RosePepin, Ronald E. Adso’s closing line in The Name of the Rose, «American Notes & Queries», May-June 1986, p. 151-152), preferisce la lezione Rōma a quella di rŏsa (il verso significherebbe dunque: "Roma antica ci è rimasta solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi"); lo stesso Eco fa riferimento alla questione in Interpretazione e sovrainterpretazione (1995)Eco, Umberto Interpretazione e sovrainterpretazione: Un dibattito con Richard Rorty, Jonathan Culler e Christine Brooke-Rose, Milano 2012.. Jill Mann nella recensione all'edizione di Pepin rifiuta la lezione Rōma per motivi metriciMann, Jill (1994) Ronald E. Pepin, Scorn for the World: Bernard of Cluny’s "De Contemptu mundi. " The Latin Text with English Translation and an Introduction. «The Journal of medieval latin» 4 p.163–169..
Tradizione manoscritta H.C. Hoskier, nella sua edizione critica del 1929, elenca i quattordici manoscritti che riportano in modo completo o parziale il testo del De contemptu mundi, conservati in importanti biblioteche europee, tra cui quelle di Vienna, Londra, Oxford, Parigi, Saint-Omer, Douai e Tolosa. Egli li classifica in base alle loro affinità testuali e per la costruzione del testo prende avvio dai manoscritti N1 (Paris, BnF, lat. 8433) e D (Douai 825), in quanto completi e più antichi degli altri, si affida inoltre a O (Saint-Omer 115), più facilmente comprensibile.
Edizioni L'editio princeps del De contemptu mundi viene pubblicata nel 1557 a Basilea a cura di Mathias Illyricus Flacius, con il titolo Varia doctorum piorumque virorum de corrupto ecclesiae statu poemata ante nostram aetatem conscripta. Quarant'anni dopo Nathan Chytraeus, ignaro della pubblicazione di Mathias Illyricus Flacius, presenta un’edizione del poema e nel 1872 Thomas Wright pubblica il De contemptu mundi nel suo The Anglo-Latin Satirical Poets and Epigrammatists of the Twelfth Century.