Con l'espressione periodo speciale (in spagnolo: "período especial en tiempos de paz") si indica il prolungato periodo di crisi economica e trasformazione strutturale che colpì Cuba a partire dalla fine degli anni ottanta del Novecento. Innescato dal collasso del blocco sovietico, in particolare dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica e dallo scioglimento del Comecon, fu aggravato dalle vulnerabilità interne del modello economico cubano e dall'inasprimento dell'embargo statunitense.
La fase più acuta della crisi si collocò nella prima metà degli anni novanta, mentre un progressivo miglioramento si registrò verso la fine del decennio, in relazione al rafforzamento dei rapporti economici e diplomatici con il Venezuela guidato da Hugo Chávez che si affermò come principale partner commerciale e diplomatico dell'isola.
Il período especial fu caratterizzato da gravi privazioni materiali, tra cui una drastica riduzione dei generi alimentari razionati a prezzi sovvenzionati, diffuse carenze energetiche e il collasso di un’economia strutturalmente dipendente dalle importazioni sovietiche.
La crisi determinò profonde trasformazioni economiche e sociali, tra cui lo sviluppo dell’agricoltura urbana e di pratiche agroecologiche, la riduzione dell’uso dei trasporti motorizzati e l’emergere di nuove forme di adattamento economico.
Contesto storico e origini del termine
L'espressione período especial era già presente nel discorso politico cubano a partire dagli anni ottanta: nata nell'ambito della pianificazione della difesa nazionale, designava originariamente lo scenario in cui un'invasione statunitense avrebbe costretto Cuba a uno stato di emergenza e di assedio nazionale.
Nel 1990, in un discorso alla Federazione delle Donne Cubane, Fidel Castro dichiarò di aver studiato un "periodo speciale in tempo di guerra" per l'eventualità di un blocco navale totale da parte degli Stati Uniti, e che gravi difficoltà nell'Unione Sovietica avrebbero potuto far scivolare Cuba in un "periodo speciale in tempo di pace". Nell'agosto del 1990, mentre l'instabilità sovietica si aggravava, Castro annunciò l'entrata in vigore di tale periodo, adottando una serie di piani di contingenza originariamente concepiti per i tempi di guerra.
A partire dal 1986, tuttavia, il governo cubano aveva già avviato un ciclo di riforme interne noto come proceso de rectificación de errores y tendencias negativas ("processo di rettifica degli errori e delle tendenze negative"), che puntava a regolamentare pesantemente le imprese private e ad abolire i mercati liberi. Secondo Pérez-López, le riforme della rettifica avevano già prodotto un calo della produzione prima che si abbattesse il colpo esterno della dissoluzione del blocco socialista.
Nel 1991 il crollo dell'Unione Sovietica determinò un collasso economico su larga scala nelle neonate repubbliche indipendenti. Per Cuba, che aveva intrattenuto per tre decenni stretti rapporti commerciali e di sussidio con Mosca nell'ambito del Comecon, la dissoluzione del blocco socialista ebbe conseguenze devastantiː il PIL calò del 35% tra il 1989 e il 1993, la spesa sociale reale pro capite diminuì del 78%, la disoccupazione aumento dell'8% e gli indicatori sociali subirono un deterioramento.
Il período especial non fu soltanto la risposta a uno shock esterno, ma anche l'esito di vulnerabilità strutturali aggravate da tensioni interne al modello economico emerse già negli anni precedenti, che la rettifica aveva tentato, senza successo, di arginare.
Il crollo del blocco sovietico
La dipendenza strutturale dall'URSS Alla fine degli anni ottanta, i paesi socialisti rappresentavano la quasi totalità degli scambi economici di Cuba: nel 1988 essi coprivano l’87,4% delle importazioni e l’86,3% delle esportazioni.
Nei decenni precedenti al período especial, il Comecon - il consiglio per la mutua assistenza economica del blocco socialista - arrivò a rappresentare quasi l'85% del commercio estero cubanoNel 1987 raggiunse il picco dell'87%, che diminuì al 79% nel 1989. Cfr.ː , con transazioni condotte pressoché interamente in valuta non convertibile.
Nel quadro di questi accordi preferenziali l'URSS acquistava lo zucchero cubano a prezzi da quattro a undici volte superiori a quelli di mercato, pagava il nichel a prezzi doppi rispetto al valore mondiale e riforniva l'isola di petrolio a prezzi agevolati, consentendo a Cuba di riesportare l'eccedenza petrolifera sui mercati internazionali in cambio di valuta pregiata.
Nel quinquennio 1986-1990 i sussidi sovietici ammontavano mediamente a 4,3 miliardi di dollari l'anno, corrispondenti al 21,2% del prodotto nazionale lordo cubano; nell'arco dell'intero periodo 1960-1990, l'aiuto sovietico totale raggiunse i 65 miliardi di dollari, di cui il 60,5% in forma non rimborsabile - donazioni, sussidi di prezzo e crediti automatici - a copertura dei disavanzi commerciali annuali.
Tale dipendenza si estendeva all'intero apparato produttivo agricolo e industriale. Nel 1989 le piantagioni di canna da zucchero di proprietà statale coprivano una superficie tre volte superiore a quella destinata alle colture alimentari; l'esportazione di zucchero generava il 75% delle entrate, mentre veniva importato il 57% del fabbisogno alimentare dell'isola.
Negli anni '80, Cuba superava la maggior parte dei paesi latinoamericani in termini di nutrizione, aspettativa di vita, bassa mortalità infantile, istruzione (il 96% degli adulti era alfabetizzato) e PIL pro capite, classificandosi al primo posto in America Latina e undicesimo nel mondo nell'Indice della qualità fisica della vita (Physical Quality of Life Index - PQLI) dell'Overseas Development Council, davanti agli Stati Uniti, collocati al quindicesimo posto.
La modernizzazione agricola, che aveva fatto di Cuba il paese con il maggior numero di trattori pro capite e per unità di superficie dell'intera America Latina, poggiava interamente su importazioni di combustibili, macchinari e prodotti chimici (quasi la metà dei fertilizzanti cubani e oltre l'80% dei pesticidi era di provenienza sovietica) che, di lì a poco, sarebbero improvvisamente cessati.
Il collasso del 1989–1991
Il deterioramento cominciò prima del crollo formale dell'URSS. Con la caduta dei paesi dell'Europa orientale a partire dal 1989, Cuba perse i propri principali mercati di sbocco e le proprie fonti di approvvigionamento. Nel 1991 la dissoluzione dell'Unione Sovietica rese definitiva la crisi: la Federazione Russa, emersa dalle ceneri dell'URSS, schiacciata dal peso dei problemi di bilancio (tra cui il crescente debito estero) e dal calo della produzione petrolifera, pose fine allo scambio agevolato di zucchero cubano con petrolio sovietico, esigendo il pagamento in contanti. Nel 1992 gli scambi commerciali con l'ex blocco sovietico si ridussero drasticamente.
Le conseguenze macroeconomiche furono di proporzioni eccezionali. Tra il 1989 e il 1993 il PIL cubano si contrasse di circa il 35%; le importazioni alimentari calarono del 70% e le esportazioni del 79,6%; il deficit fiscale raggiunse il 33,5% del PIL; la produzione industriale subì una caduta del 40%; il consumo di combustibili si ridusse di oltre il 50%; i consumi privati si contrassero del 39%. Il commercio con la sola Unione Sovietica passò da 8,7 miliardi di dollari nel 1989 a 4,5 miliardi nel 1991, per poi crollare a soli 750 milioni nel 1993.
L'impatto più immediato fu la quasi totale scomparsa del petrolio sovietico: le importazioni di greggio si ridussero al 10% dei livelli precedenti al 1990. Poiché l'intero sistema produttivo cubano - trasporti, industria, agricoltura - era interamente dipendente dai combustibili fossili, il blocco delle forniture paralizzò in breve tempo le infrastrutture fondamentali del paese. I trattori, le mietitrebbie e i macchinari agricoli si fermarono per mancanza di carburante e pezzi di ricambio; le fabbriche ridussero o azzerarono la produzione; i mezzi di trasporto pubblico cessarono di funzionare regolarmente, lasciando le città senza servizi essenziali.
Il ruolo dell'embargo statunitense La crisi fu aggravata dall'embargo imposto dagli Stati Uniti fin dal 1962 e progressivamente inasprito negli anni successivi. Nel 1992 il Congresso statunitense approvò il Cuban Democracy Act (noto anche come legge Torricelli), che estendeva alle filiali estere di aziende americane il divieto di commerciare con l'isola, riducendo ulteriormente l'accesso cubano ai mercati internazionali e alle valute convertibili necessarie per compensare il crollo dei flussi commerciali con il blocco sovietico.
Le privazioni
Razionamento alimentare ed energetico Il período especial impose a Cuba un regime di privazioni materiali senza precedenti dall'avvio della Rivoluzione. Il governo cubano applicò al contesto della crisi economica i piani di razionamento originariamente concepiti per i tempi di guerra, estendendo e inasprendo il sistema della libreta de abastecimiento - la tessera annonaria introdotta nel 1962 - che regolava la distribuzione di generi di prima necessità a prezzi sovvenzionati. Le quote mensili garantite dalla libreta scesero ben al di sotto del fabbisogno calorico minimo, costringendo la maggior parte della popolazione a dipendere dal mercato nero per integrare le razioni ufficiali.
La crisi energetica si manifestò immediatamente nella vita quotidiana. I blackout si estesero fino a sedici ore al giorno nelle città, paralizzando le industrie e i servizi. I trasporti pubblici collassarono per mancanza di carburante: nelle aree urbane scomparvero gli autobus e nelle campagne i trattori si fermarono nei campi. Il governo rispose organizzando un sistema di camion agricoli adibiti al trasporto di passeggeri nelle aree urbane, i cosiddetti camiones, in sostituzione degli autobus fermi per mancanza di carburante, e promosse l'utilizzo della bicicletta, importando dalla Cina circa un milione di unità nel biennio 1990-1991.
In agricoltura venne reintrodotta la trazione animale; per favorire la preservazione della forza lavoro animale venne vietata la macellazione dei bovini, quando priva di autorizzazione statale, e istituite "scuole" per addestrare oltre 150.000 buoi al lavoro nei campi.
Nel 1994, nella fase più acuta della crisi economica, l'agricoltura cubana produsse il 55% di quanto realizzato nel 1990.
Conseguenze sulla salute e sull'alimentazione Le privazioni alimentari ebbero effetti misurabili sulla salute della popolazione. Tra il 1988 e il 1993 l’apporto energetico quotidiano pro capite diminuì da 2.899 a 1.863 kcal, con una significativa riduzione dell’assunzione di proteine e grassi e una crescente dipendenza dai carboidrati.
Le conseguenze cliniche più gravi si manifestarono in un’epidemia di neuropatia ottica e periferica che tra il 1992 e il 1993 colpì circa 50.000 persone, attribuita a carenze vitaminiche e proteiche. La crisi colpì in modo particolare le fasce più vulnerabili: tra il 1989 e il 1996 la mortalità tra gli ultrasessantacinquenni aumentò del 13%, mentre l’incidenza del basso peso alla nascita crebbe nei primi anni novanta.
Nel medio periodo, tuttavia, la riduzione dell’apporto calorico e il cambiamento forzato degli stili di vita - caratterizzato da un aumento dell’attività fisica quotidiana - produssero anche effetti epidemiologici di segno opposto. Studi successivi hanno registrato una diminuzione significativa della mortalità associata al diabete di tipo 2 e alle malattie cardiovascolari tra la fine degli anni novanta e i primi anni 2000.
Questi miglioramenti non compensarono i costi umani della crisi, che comportò una diffusa condizione di insicurezza alimentare e un deterioramento delle condizioni di vita per una parte rilevante della popolazione.
Le misure di emergenza