La chiesa di San Daniele Martire è una chiesa di origine medievale che si affaccia su Via Umberto I, a Padova. Fu eretta per volere del vescovo Olderico, dopo la scoperta delle reliquie del martire a Santa Giustina nel 1076. Originariamente, presso lo stesso luogo esisteva un piccolo tempio pagano del VI secolo a.C., successivamente il luogo diventa un oratorio cristiano e a partire dal 1076, la chiesa di San Daniele. L'edificio ha subito importanti trasformazioni tra il XVII e il XIX secolo, assumendo così l'aspetto attuale.
Storia
Le origini Il luogo è frequentato senza soluzione di continuità fin dall'epoca veneta ad oggi, a conferma della funzione strategica della zona, posta lungo importanti vie terrestri e fluviali. Tra il VI e il V secolo a.C. esisteva già un luogo adibito al culto pagano, probabilmente legato alla dea Reitia. La presenza del tempio è documentata solamente attraverso undici statuette votive in bronzo raffiguranti devoti e devote, soldati e cavalieri e un gruppo di vasetti d'impasto. Oltre a questo tempio, sono noti altri due centri cultuali sempre di epoca veneta: uno in via Rialto, all'altezza della Chiesa dei Servi e l'altro all'incrocio tra via Cesare Battisti e Via S. Sofia...
Ritrovamento e traslazione del corpo
Gli eventi relativi alla vicenda del corpo di san Daniele si collocano tra la fine del 1075 e l'inizio del 1076, per opera di Olderico, vescovo di Padova tra il 1064 e il 1080 - succeduto a Waltolfo nel 1064 - e dell'abate Giovanni del monastero di Santa Giustina. Con l'inventio di Daniele, il vescovo volle imporre il culto di un nuovo patrono nella chiesa di Santa Maria, da poco terminata e da lui consacrata il 29 dicembre 1075. La consacrazione, avvenuta proprio in occasione dellinventio, si inserisce nel quadro dell'intensa attività diplomatica e politica di Olderico.
Le leggende distinguono tre momenti: linventio (25 o 26 dicembre 1075), la translatio (26 dicembre) e la locatio (3 gennaio 1076), che divenne il giorno della festa del santo. Secondo la più antica delle due leggende agiografiche, il ritrovamento del corpo fu sollecitato da un cieco toscano al quale Daniele apparve in sogno, invitandolo a recarsi come pellegrino nel monastero benedettino padovano per riacquistare la vista. Giunto a Padova, il cieco si fermò a pregare nell'oratorio di san Prosdocimo finché una seconda visione gli annunciò il miracolo; la vicenda fu subito comunicata a Olderico, che da quel momento divenne il protagonista del racconto. Il vescovo rinvenne le spoglie — riconoscibili dai segni del martirio e dal titolo inciso sul coperchio del sarcofago — nella basilica di Santa Giustina e le depose sull'altare; le rivendicò poi per il duomo di Santa Maria e, dopo aver disposto che in onore del santo si edificasse una chiesa presso le mura, procedette alla traslazione. Questa si svolse non senza una vivace opposizione di una parte del populus, tanto che il clero dovette ricorrere alla forza per portarla a termine; durante il tragitto la processione sostò brevemente nella chiesa appena eretta. Dopo la consacrazione della cattedrale, il corpo restò insepolto, finché alcuni fenomeni atmosferici ritenuti eccezionali indussero a deporlo in un altare della parete occidentale del duomo..
Al di là delle leggende, gli eventi sono confermati da diversi documenti d'archivio. Il 10 gennaio 1076 Olderico cedette al monastero di Santa Giustina e cioè all'abate Giovanni, un terreno "foris civitate Padua in loco qui dicitur Turreselle prope spaldo", sul quale sorgeva una chiesa dedicata a san Daniele, verosimilmente la stessa che la leggenda dice essere edificata in onore del martire, lungo il percorso della processione. Poco meno di tre mesi più tardi, il vescovo autorizzò i monaci del cenobio urbano a tenere un mercato «in honore sancti Danielis», a conferma della rapida organizzazione del culto anche sotto un piano economico. La presenza del corpo del martire nella cattedrale è infine documentata da un atto del 31 marzo 1076, con cui i coniugi Corrado e Beltruda donarono alcuni beni alla "canonica Sancta Maria et Sancto Danielis, ubi corpus sanctus requievit, Patavensis ecclesiae". Dunque, la formula della donazione attesta che a quella data le reliquie erano già stabilmente collocate nel duomo.
La consacrazione della cattedrale e la deposizione del corpo si inseriscono in una più ampia strategia politico-religiosa di Olderico, volta a rafforzare l'autorità episcopale di fronte a una società urbana irrequieta. San Daniele si configurò infatti come il "santo del vescovo" — al momento dellinventio è descritto "more antistitum infulis decoratum", cioè in abiti episcopali — e attorno al suo culto il vescovo cercò di compattare l'intero clero della Pataviensis ecclesia, riunendo nella venerazione del nuovo patrono tanto i canonici di Santa Maria quanto i monaci di Santa Giustina. Secondo una pratica ricorrente nel culto medievale dei santi, il patrono fungeva da elemento di esaltazione dello status vescovile e da veicolo, anche liturgico e cerimoniale, di consenso. A questa azione di consolidamento interno, il vescovo affiancò la ricerca di alleanze esterne, presso i notabili cittadini ma anche presso i signori del territorio..
Nel 1123, un documento menziona la chiesa come un bene posto sotto la protezione di papa Callisto II, insieme alla Basilica di Santa Giustina. Successivamente, la chiesa compare anche in documenti di papa Eugenio III del 1145 e di papa Alessandro III del 1164. Le cronache medievali descrivono la chiesa come un piccolo edificio, in stile romanico, con una forma a T e una piccola abside semicircolare. La prima descrizione dettagliata risale però alla visita pastorale del 1627, nella quale l’edificio viene definito “abbastanza ampio, a navata unica, con cinque altari, di cui il maggiore situato entro una cappella a volta, due ingressi — uno a ovest e uno a est — e il cimitero collocato tra le due porte”..
Gli interventi successivi Nei secoli successivi, la chiesa subisce diversi rimaneggiamenti. Tra il 1653 e il 1657, la chiesa è oggetto di interventi di restauro: il portico viene abbattuto per lasciare posto alla costruzione di una nuova facciata; l'accesso verso via Rudena viene chiuso e si apre un nuovo ingresso affacciato alla canonica, insieme a un'ampia finestra; inoltre viene aggiunta anche una sacrestia. Anche l'interno della chiesa viene abbellito con la realizzazione di cinque altari e un organo. Nel corso del tempo, numerose famiglie nobili padovane, come i Dondi dell’Orologio, gli Oddi e gli Emo-Capodilista, scelgono di essere sepolte sotto il pavimento della navata; tuttavia, la loro memoria è perduta poiché le lapidi sono state interrate con i rifacimenti successivi della pavimentazione. L'unica sepoltura illustre identificata è quella di Angelo Beolco, detto il Ruzante, a cui è dedicata una lapide posta nella navata centrale e, secondo la tradizione, dimora poco distante, Marco Guazzo storico, letterato e scrittore (celebre per aver plagiato Marin Sanudo) e il cronista e giurista Rolandino da Padova. Secondo alcuni è sepolto nel sagrato anche Benedetto Bordone, silografo e miniatore..
Con la soppressione del Monastero di Santa Giustina nel 1810, la sede parrocchiale viene trasferita alla Basilica. Tra il 1851 e il 1854, la chiesa viene sopraelevata di circa quattro metri; in questa occasione, scompare il precedente soffitto di epoca romanica, sostituito da una copertura a volta. In seguito, l’edificio viene dotato di un coro e arricchito con elementi decorativi. Tra il 1863 e il 1866, l’interno venne interamente affrescato dal pittore veneziano Sebastiano Santi.
Con il ritorno dei Benedettini a Santa Giustina, il territorio di San Daniele fu nuovamente costituito in parrocchia il 1° aprile 1919. Nel ventennio successivo, fino al 1939, il presbiterio viene ampliato e abbellito con pavimentazione, balaustra e gradini in marmo. I lavori di restauro proseguono anche nel quinquennio seguente e, nel 1946, la chiesa viene consacrata da Mons. C. Agostini; in tale occasione, viene collocata un’iscrizione marmorea sulla parete laterale sinistra della navata. Attualmente la chiesa è Parrocchia affidata al clero secolare della Diocesi di Padova.
Descrizione Esterno
La chiesa è orientata da est a ovest. Sebbene non si conosca con certezza l'edificio precedente al 1123, le antiche cronache descrivono una chiesa in stile romanico di piccole dimensioni, caratterizzata da una facciata a capanna con una piccola abside semicircolare. Le indagini archeologiche hanno permesso di riconoscere ampie porzioni della struttura originaria, anteriori ai rimaneggiamenti seicenteschi, ottocenteschi e novecenteschi: le murature perimetrali, realizzate con laterizi romani di reimpiego, si conservano lungo il fianco nord della navata e del transetto — quest'ultimo poggiato su una fondazione di grandi pietre, tra cui figurano quattro frammenti di basi per torchio — nonché lungo il perimetro meridionale del transetto, visibile nell'angolo orientale (mentre quello occidentale è nascosto dal campanile barocco), e in una porzione della parete sud della navata, che si estende dal campanile fino allo spigolo della facciata. Le strutture superstiti consentono di ipotizzare per l'edificio originario una pianta a croce latina. Fra gli elementi architettonici ancora visibili si segnalano una finestra strombata nel transetto settentrionale, con cornice esterna in laterizi romani sagomati e cornice interna in pietra, e alcuni archetti a metà altezza sul lato sud, fortemente danneggiato dagli interventi successivi: quest'ultimo dato potrebbe indicare che la parete meridionale della navata appartenga a una fase costruttiva diversa, suggerendo una sequenza edilizia più complessa.
La facciata attuale si apre sulla via, preceduta dal sagrato, un tempo area cimiteriale che proseguiva sul retro, tra le absidi, verso il Ponte della Morte. La facciata, seicentesca, risente della sopraelevazione di Jacopo Sacchetti; l'attico si deve ad Agostino Rinaldi, che la realizzò tra il 1859 e il 1866 in stile neoclassico di derivazione cinquecentesca, tripartita da due semicolonne corinzie. Le nicchie ospitano due statue di Francesco Rizzi raffiguranti Santa Giustina e San Daniele Martire, collocate nel 1866. La zona absidale in stile neoromanico è frutto di rimaneggiamenti del XX secolo che interessarono l'intera area del Ponte della Morte. Il campanile si innalza sul fianco destro, verso il cortile della canonica. Di origine romanica, decorato con pilastrate classiche, conserva oggi il suo aspetto cinquecentesco. Nel 1975 sono stati eseguiti lavori di consolidamento che hanno riportato la struttura al suo splendore originario. Ospita un concerto di cinque campane a sistema veronese.
Interno Le pareti dell'intera navata sono ricoperte da un rivestimento con decori a trina. Negli anni quaranta del Novecento, sotto la direzione del Prof. Renzo Canella, l'interno fu profondamente rinnovato con l'ampliamento del presbiterio e la posa di un nuovo pavimento marmoreo di 250 mq con disegni geometrici. Sempre il Prof. Canella progettò l'attuale fonte battesimale, inserito in un arco trionfale mosaicato, costituito da un bacino marmoreo decorato al centro da schematiche onde e pesci. Sopra la vasca si trovano due statue in terracotta raffiguranti il battesimo di Cristo nel Giordano..