Biografia Iacopo Bracciolini era il terzo figlio del grande umanista e storico Poggio Bracciolini e di Vaggia (Selvaggia) de' Buondelmonti; l'arcivescovo di Firenze Ludovico Scarampi Mezzarota fu suo padrino. Il padre, lo educò da par suo negli "studia humanitatis" e, quando il ragazzo compí quattordici anni, pensò d'inviarlo a Ferrara per fargli perfezionare la formazione umanistica sotto l'autorevole guida di Guarino Veronese, con il quale in proposito meditava di prendere accordi epistolari"Poggii epistolae", a cura di Thomas De Tonelli, III, Florentiae 1861, pp. 223 ss., sennonché la decisione del figlio primogenito Pier Paolo di abbracciare la vita religiosa lo indusse a modificare i suoi progetti "ut ille in primis, quod Florentiae necessarium est, det operam mercaturae, mecumque vivat, ut discat civitatis mores." "affinché egli, in primo luogo, cosa che a Firenze è necessaria, si dedichi alla mercatura, ossia che faccia il mercante, e viva con me, al fine di imparare i costumi della città»..Thomas De Tonelli, III, Florentiae 1861, p. 301.
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1459, Iacopo e i fratelli vennero posti sotto la tutela di Raffaello Chelli e di Roberto di Niccolò Martelli. Nel 1467, Iacopo e il fratello Giovan Battista rivendicarono dai curatori l'eredità paterna; Iacopo però non seppe dovutanente amministrare e conservare la sua parte. Propenso a vivere oltre le proprie possibilità, si ritrovò presto in gravi ristrettezze economiche. Fu uno studioso di buona e solida cultura che aveva acquisito notevole possesso della lingua latina e del volgare colto. Ebbe rapporti di amicizia con i principali esponenti della cultura fiorentina, con Marsilio Ficino in particolare, al quale dedicò alcune epistole In Opera, I, Basileae 1576, folii. 657, 741, 780 s.; e in Paul Oskar Kristeller, Supplementum, I, p. 49. Fu uno dei membri dell'Accademia Neoplatonica; in proposito sappiamo che partecipò, insieme con gli altri "complatonici" Francesco Bandi, Bindaccio Ricasoli, Giovanni Cavalcanti e altri alle riunioni e ai banchetti tenuti dagli "accademici" nella ricorrenza degli anniversari nella Villa medicea di Careggi. Fu in corrispondenza con Alessandro BraccesiCodex Laurentianum 91 sup. 40: Paul Oskar Kristeller, Supplementum, I, p. 122., con l'umanista e poeta Matteo Franco, che gli dedicava un sonetto "Sonetti di Matteo Franco e di Luigi Pulci", a cura di Franco De Rossi, sine loco 1759, p. 117., con Tommaso Baldinotti Paul Oskar Kristeller, "Iter italicum", II, p. 78.. con Gerolamo Squarzafico che gli scriveva nel 1474, ibid., I, p. 357. e anche di Sebastiano Salvini rimane una lettera a lui indirizzata.Vatican. lat. 5140, folii 54v-56v. La sua attività letteraria fu volta soprattutto alle traduzioni e ai volgarizzamenti. Fu editore della "Historia florentina" del padre, che dedicò a Federico duca d'Urbino Codex Neapolitanus V. G. 34., la tradusse in volgare e pubblicò questa versione a Venezia nel 1476. Ludwig Hain, nn. 13172 e 13173.Volgarizzò anche la "Ciropedia" di Senofonte, già tradotta in latino dal padre, che dedicò a Federico d'Aragona re di Sicilia, con una prefazione encomiastica conservata anche nell'edizione a stampa di Firenze, 1521; e volse pure in lingua italiana gli "Scriptores Historiae Augustae", in una versione che ci è conservata manoscritta in due codici della Biblioteca Nazionale di Firenze.Magl. XXIII, 141; Naz. II, IV, 192. In latino tradusse invece la novella "Quinzio ed Egesippo" della decima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, dedicandola al cardinale Francesco Piccolomini. Angelicus 141, Codex Laurentianus 89 infra 16.Altre opere sue che ci sono pervenute sono una declamazione "Contra detractatores ad Laurentium Medicem" dedicata a Lorenzo de' Medici(Laurentanus 46, 2. e, sempre dedicato a Lorenzo, un commentario in volgare del "Trionfo della Fama" da I Trionfi di Francesco Petrarca, edito per la prima volta a stampa nel 1475.(Ind. gen. degli incunaboli, n. 7561; in seguito a Firenze, 1485: ibid., n. 7562) e conservato in numerosi manoscritti, Oskar Kristeller, Supplementum, I, p. 122, e Iter italicum, I, pp. 247, 348; II, pp. 9, 31, 275, 576. ; e ancora un'operetta in volgare intitolata "Della origine della guerra tra Inghilesi e Franciosi ad Carolum Guasconium" ovvero "La Pulzella di Francia" edita dal Doni a Firenze nel 1547, quindi dal Molini, sempre a Firenze nel 1834, e da Salvatore Bongi a Lucca nel 1850: per i manoscritti vedi OskarKristeller Supplementum, I, p. 122, e Iter italicum, pp. 90, 110, 144, 174., che è in realtà il volgarizzamento di una novella latina di Bartolomeo Facio, "De origine belli inter Gallos et Britannos". Fu inoltre autore di una "'Vita" in latino del condottiero Filippo Buondelmonti degli Scolari detto Pippo Spano, che ci è pervenuta solo nella versione volgare di Bastiano Fortini (edita, a cura di Filippo Polidori,in "Archivio storico italico" , s. 1, IV , 1, pp. 119 ss.
Il filologo francese Pierre De Nolhac ne "La Bibliothèque de Fulvio Orsini", Paris 1887, p. 193. e anche Arnaldo Della Torre Della Torre, 1900, p. 299. hanno inoltre pubblicato una sua lettera a Bernardo Bembo, che accompagnava l'invio in dono di un codice di Poggio contenente gli "Academica posteriora" e il "De legibus" di Cicerone; il filologo russo Lev Rubinstein ha edito un'altra epistola a Filippo Sagromoro, oratore milanese, a Firenze nel 1468, nella quale Jacopo Bracciolini esaltava le principali scoperte filologiche umanistiche, in particolare, quelle del padre, e redigeva una lista di testi da cercare e reperire, analoga a quella contenuta nel "Commentarium in peregrinatione Germaniae''" di Niccolò Niccoli. Iacopo, che pure era stato molto legato all'ambiente mediceo, deluso se ne allontanò quando divenne segretario del cardinale Raffaele Riario, nipote del papa Sisto V, del quale cardinale era stato precettore anni addietro, quando quegli era ancora studente di diritto canonico a Pisa. Il Riario, notoriamente di parte avversa ai Medici, facilmente tirò dalla sua Iacopo che frattanto aveva covato risentimento verso Lorenzo per non averlo premiato dei servigi da lui resigli. A convincerlo del tutto fu il conte Giovanni Battista da Montesecco che lo spinse a entrare nella congiura. Iacopo accettò e per parte sua guadagnò all'impresa Bernardo Bandini Baroncelli. Altro importante congiurato fu Franesco Salviati ex arcivescovo di Pisa che odiava Lorenzo per non aver obbedito al papa che lo voleva fare cardinale di Firenze. Nel giorno e all'ora convenuti il Salviati e il Bracciolini avevano avuto separatamente ordine di star fuori dallo spargimento di sangue. Essi dovevano ciascuno per conto suo recarsi al Palazzo della Signoria occuparla e spargere notizia della caduta dei tiranni incitando il popolo alla rivolta. Fallita la congiura, Iacopo riuscì a fuggire nel Casentino a Castagno, villaggio natale del pittore Andrea del Castagno, presso san Godenzo, dove fu catturato, selvaggiamente picchiato e portato a Firenze. Qui, febbricitante, fu impiccato alla stessa grata di una finestra del Palazzo della Signoria dalla quale pochi giorni prima aveva penzolato il Salviati. Quando venne tirato giù, il cadavere venne posto nella cappella della sua famiglia in Santa Croce, ancora con il cappio della forca attorno al collo, ma di lì fu levato e sotterrato fuori delle mura della città in terra sconsacrata, in quanto bestemmiatore, e poi «[...] di qui ancora cavato e per il capestro [...] fu per tutta la città ignudo strascinato [...] gittato nel fiume d'Arno [...] esemplo grandissimo di fortuna [...] un uomo grandissimo di fortuna, da tante ricchezze e da sì felicissimo stato, in tanta infelicità e in tale vilipendio cadere! [...]» Così Nicolò Machiavelli concludeva il suo commento sull'infelice sorte di Iacopo Bracciolini: «[...] Narronsi de' suoi alcuni vizi intra' quali erano giuochi e bestemmie, li quali vizi con le molte elemosine compensava, perché a molti bisognosi e luoghi pii largamente suvveniva. Puossi ancora di quello dire questo di bene, che il sabato davanti da quella domenica deputata a tanto omicidio, per non fare partecipe dell'avversa sua fortuna alcuno altro, tutti i debiti pagò e tutte le mercanzie che gli aveva in dogana e in casa le quali ad alcun altro appartenessero, con maravigliosa sollecitudine a' padroni di quelle consegnò [...]»
Note Annotazioni
Fonti
Voci correlate Matteo Franco
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