Biografia È stato ritenuto dalla seconda metà degli anni '70 uno dei fidati uomini del gruppo mafioso Gaetano Costa, affiliato alla 'Ndrangheta. Venne ferito nel corso della guerra di mafia che afflisse Messina tra il 78 e l'81, e che vede contrapposti proprio il clan Costa contro il clan Cariolo.

Dopo l'arresto di Costa, i vertici del clan si sono identificati proprio nelle figure di Cavò e di Domenico Di Blasi, considerato il "vice" di Gaetano Costa. In seguito Cavò fu ritenuto il principale interlocutore in città di Michelangelo Alfano, imprenditore bagherese residente a Messina, accusato di essere il tramite di Cosa Nostra palermitana presso Messina. Intorno all'82, secondo quanto rivelato dal pentito Gaetano Costa, Domenico Cavò è possibile che si sia incontrato a Roma con Pippo Calò (mente economica di Cosa Nostra nella capitale) con la mediazione Michelangelo Alfano, per discutere di estorsioni con riferimento allo stanziamento dei fondi per effettuare sondaggi geologici in vista di un'eventuale realizzazione del ponte sullo stretto di Messina. Sempre grazie ad Alfano, pare che Cavò abbia ottenuto grosse partite di eroina da parte di Leonardo Greco, boss di Bagheria.

Nel processo "Orsa Maggiore I", il "pentito" Costa ha riferito alla giustizia che dal 1980 in poi, il Cavò (insieme con Giuseppe Leo e Placido Cambria) intratteneva rapporti anche con i Santapaola di Catania. Non specifica tuttavia le circostanze.

Secondo il collaboratore di giustizia Antonio Cariolo, Cavò risulterebbe tra i mandanti dell'omicidio Badessa. Quest'ultimo era ritenuto un nome importante della malavita messinese, ed il Cavò, stando alle dichiarazioni del pentito, si sarebbe rivolto ai Greco di Bagheria ed ai Santapaola di Catania, affinchè lo eliminassero. Queste sono dichiarazioni alla giustizia, che non corrispondono in tutto alla versione ritenuta ufficiale.

Secondo quanto sostenuto sempre da Gaetano Costa nel corso del Processo Andreotti, quando Leoluca Bagarella in carcere gli chiese di indirizzare i voti verso candidati della Democrazia Cristiana, sarebbe stato proprio il Cavò a ricevere questo incarico dal boss Costa, ormai detenuto.

Fu coinvolto anche in vicende riguardanti la gestione dei lavori in capo all'Università di Messina. Il pentito Luigi Sparacio riferì che Cavò aveva ben capito il "potenziale" del mondo degli appalti e che aveva legami solidi: “E’ stato il primo a capire l'importanza dell'Università, gli altri compreso me, avevano gli occhi chiusi”. Ma l'ambizione di acquisire potere all'interno dell'Ateneo «cominciò a dargli alla testa, è morto anche per questo». Sempre Sparacio, ha parlato della morte di Luciano Sansalone, studente calabrese con affari nell'ateneo, che sembra non abbia risspettato i patti con Cavò per un appalto da 14 miliardi di lire. Secondo le deposizioni, sembrerebbe proprio Cavò ad aver deciso la sua eliminazione, con la compiacenza di mafiosi calabresi. Ma sulla faccenda non si riuscì mai a far luce.

Viene citato da una sentenza del 3 aprile 1987 in cui si attesta la condanna a 12 anni e 6 mesi a suo carico per associazione a delinquere.

Viene assassinato il 2 marzo del 1988, all'inizio della seconda faida tra i clan della città di Messina.

Note

Bibliografia

Marcello La Rosa, Il fenomeno mafioso: il caso Messina, Armando Editore, 2013, ISBN 978-8866773634