La storia del buddismo inizia nel VI secolo a.C., con la nascita e la predicazione del Buddha Siddhartha Gautama; questo la rende una delle religioni più antiche ancora esistenti.

Nel lungo periodo della sua esistenza, la religione si è evoluta adattandosi ai vari paesi, epoche e culture che ha attraversato, aggiungendo alla sua originale impronta indiana elementi culturali ellenistici, dell'Asia centrale, dell'Estremo Oriente e del Sud-est asiatico; la sua diffusione geografica fu considerevole al punto di aver influenzato in diverse epoche storiche gran parte del continente asiatico.

La storia del buddismo, come quella delle maggiori religioni, è anche caratterizzata da numerose correnti di pensiero e scismi, con la formazione di varie scuole; tra queste, le più importanti attualmente esistenti sono la scuola Theravāda, le scuole del Mahāyāna e le scuole Vajrayāna.

Vita e predicazione di Siddhartha Gautama

Secondo la tradizione buddista, il Buddha storico, Siddhārtha Gautama (sanscrito) o Siddhattha Gotama (pāli), del clan dei Śākya, nacque nella cittadina di Kapilavastu (sanscrito) o Kapilavatthu (pāli), odierna Tilaurakot, nel Nepal, all'inizio dell'epoca di Magadha (546-324 a.C.); è perciò anche chiamato Śākyamuni ("saggio dei Śākya").

Dopo una giovinezza spesa nel lusso sotto la tutela del padre Śuddhodana, re di Kapilavastu (in seguito inglobato dallo stato di Magadha), Siddhārtha entrò in contatto con la realtà del mondo e concluse che la vita reale fosse fatta di ineluttabile sofferenza; rinunciò così alla sua vita di agi per diventare un asceta dedito all'automortificazione. Compresa però l'inutilità di questa pratica, cercò di trovare una propria strada, un cammino di moderazione distante dagli estremi di auto-indulgenza e auto-macerazione.

Sotto un fico sacro, oggi conosciuto come Albero della Bodhi, fece voto di meditare immobile finché non avesse trovato la Verità; dopo tre giorni e tre notti ottenne l'Illuminazione, ma restò nel luogo per altre sette settimane ponderando le sue scoperte. Dopo di ciò, cominciò a viaggiare nella pianura del Gange insegnando la sua dottrina (Dharma) e raccogliendo discepoli da tutte le caste e popolazioni, e fu chiamato o si fece chiamare Buddha, cioè Risvegliato. Poiché tutte le correnti buddiste riconoscono l'esistenza di altri Buddha oltre a quello storico, è più corretto indicarlo come Gautama Buddha o, come viene spesso indicato in diversi sutra, Buddha Śākyamuni.

Buddismo delle origini

È molto difficile proporre una ricostruzione storicamente accertata dello sviluppo del buddismo. La storiografia contemporanea, sia delle scuole statunitensi, di quelle francesi ed anche italiane ha comunque fortemente ridimensionato la credenza, viva fino ad alcuni decenni fa, di uno sviluppo progressivo del buddismo che partendo da una singola scuola antica, spesso identificata come la scuola Theravāda (tutt'oggi esistente), procedesse con lo sviluppo delle scuole Mahāyāna, arrivando infine alla scuola Mahāyāna-Vajrayāna. Scoperte archeologiche, anche recenti, nonché un più attento lavoro sui testi antichi e la recente traduzione di antichissimi testi soprattutto dal Canone tibetano e dal Canone cinese, hanno rivoluzionato e stanno ulteriormente rivoluzionando questa lettura novecentesca.

Di certo, la riluttanza di Gautama a nominare un suo successore o a formalizzare la propria dottrina, dato che si evince nei discorsi riportati negli antichi Āgama-Nikāya (Sutta Piṭaka nel Canone Pāli, Ahanjing nel Canone cinese) portò all'emergere di diverse fazioni tra i suoi seguaci nei successivi 400 anni. Tutte le scuole buddiste oggi esistenti derivano dallo sviluppo di queste antiche comunità presto diversificatesi tra loro (vedi buddismo dei Nikāya e Concili buddisti). È da tenere presente che a differenza della storia di altre tradizioni, i monaci buddisti pur aderendo a diverse dottrine potevano condividere gli stessi monasteri se accettavano lo stesso codice monastico (vinaya), fatto che è ripetutamente riportato in diverse cronache di pellegrini cinesi (Fǎxiǎn, Xuánzàng, Yìjìng) che hanno visitato l'India e lo Sri Lanka nei primi secoli della nostra era. Di certo tra le scuole più antiche ed esistenti oggi va annoverato il buddismo Theravāda che non può essere tuttavia considerato un esclusivo sviluppo del buddismo antico in quanto avrebbe esso stesso subito influenze dalle scuole Mahāyāna e importanti riforme nel corso dei secoli. I più antichi testi canonici buddisti (il Tipitaka della scuola Theravāda e i Tripitaka delle scuole del buddismo dei Nikāya vedi anche le voci Āgama-Nikāya, Abhidharma e Vinaya) furono messi per iscritto intorno al I secolo a.C. ed in quello stesso periodo incominciarono ad apparire anche ulteriori scritti di approfondimento, o di precisazione o di completamento degli Āgama-Nikāya anch'essi attribuiti allo stesso Gautama, i Prajnaparamitasutra, la cui canonicità fu subito fonte di discussione tra le diverse scuole buddiste. Successivamente, le scuole che si raccolsero nel buddismo Mahāyāna, ne accettarono la canonicità, mentre la scuola Theravāda si è sempre rifiutata di farlo proponendo il proprio Abhidhamma come raccolta di approfondimenti della dottrina riportata nei primi due pitaka (il Sutta e il Vinaya) e da alcuni suoi autorevoli monaci attribuito al Buddha Gotama, nonostante le evidenze storiografiche dimostrino il contrario.

Prima del supporto ufficiale del re Aśoka il Grande nel III secolo a.C., il buddismo sembra essere rimasto un fenomeno relativamente minoritario, e la storicità degli eventi della sua formazione sono difficili da stabilire anche perché vi sono diverse, antiche e contraddittorie tradizioni. Secondo la tradizione Theravāda ci sarebbero stati due concili formativi, allo scopo di standardizzare la dottrina, ma queste poche informazioni su di essi ci vengono da racconti molto posteriori, che cercavano di spiegare l'origine di questa scuola e la propria lettura dei vari scismi del movimento buddista.

Primo Concilio Buddista (circa V secolo a.C.)

Secondo la tradizione il primo Concilio del movimento buddista si tenne poco dopo la morte di Gautama, a Rajagriha (oggi Rajgir), sotto il patrocinio del re Ajātaśātru di Magadha, e presieduto da un monaco di nome Mahākāśyapa. L'obiettivo del Concilio era quello di raccogliere tutti i discorsi del Buddha (sūtra) e di codificare le regole monastiche (vinaya): Ananda, uno dei discepoli più vicini al Buddha e suo cugino, fu incaricato di recitare i discorsi del Buddha, e Upāli, un altro discepolo, i vinaya. Insieme questi testi costituiranno le prime sezioni del Canone buddista, mentre il primo testo è considerato ortodosso (anche se contiene a volte delle notevoli differenziazioni a seconda dei Canoni) e di riferimento in tutta la storia del buddismo, il vinaya ha subito molto presto delle diversificazioni, ed è oggi assai arduo stabilire una maggiore ortodossia di quello Theravāda rispetto ad esempio a quello forse più antico della scuola Mahasanghika o a quello forse di poco successivo appartenente alla scuola Dharmaguptaka.

Secondo Concilio Buddista (383 a.C.)

Sempre secondo la tradizione Theravāda il secondo Concilio buddista fu convocato dal re Kalasoka a Vaiśālī, in seguito ai conflitti tra le scuole tradizionaliste e un movimento di interpretazione più liberale chiamato Mahāsāṃghika ("della grande assemblea"). Le scuole tradizionali consideravano il Buddha come un essere umano che aveva conseguito un tipo di illuminazione non facilmente ottenibile dai monaci che si limitavano a seguire le regole monastiche e a praticare i suoi insegnamenti allo scopo di superare le sofferenze e diventare arhat. I secessionisti Mahāsāṃghika, invece, consideravano questo approccio individualistico ed egoista, affermando che diventare arhat fosse un obiettivo insufficiente e che il vero scopo da perseguire fosse il diventare veri e propri Buddha (pensiero che sarà proprio del successivo buddismo Mahāyāna). Secondo la tradizione Theravāda i Mahāsāṃghika proponevano però regole monastiche più flessibili, che potessero richiamare un maggior numero di persone, sia monaci sia laici (da cui il nome di "grande assemblea"). Tuttavia recenti ricerche storiche, operate proprio sul codice monastico (vinaya) Mahāsāṃghika conservato nel Canone cinese hanno invalidato questa lettura proponendone di alternative e riguardanti un vero e proprio scontro dottrinale. Peraltro non è certo che il vinaya Theravāda fosse quello più antico, alcuni studiosi contemporaneivedi: Nicoletta Celli Buddismo Electa, Milano, 2006 pag. 113 ritengono che l'autentico vinaya fosse proprio quello Mahāsāṃghika. Secondo la tradizione Theravāda il Concilio si concluse con la condanna dei Mahāsāṃghika, che abbandonarono il Concilio e la comunità buddista; di loro non si sa più molto, ma in base ad alcune iscrizioni trovate intorno al fiume Amu Darya e datate al I secolo a.C., la scuola sopravvisse per diversi secoli nell'India nordoccidentale e in Asia Centrale.

Tutela di Aśoka (circa 261 a.C.)

L'imperatore di Maurya Aśoka il Grande (273-232 a.C.) si convertì al buddismo dopo la sanguinosa conquista del territorio di Kalinga (oggi Orissa) nell'India orientale; pentitosi degli orrori prodotti dal conflitto, il re decise di rinunciare alla violenza, e si impegnò a diffondere la fede buddista costruendo stupa e colonne che richiamavano al rispetto di tutta la vita animale, e spingendo la popolazione a seguire il Dharma. L'esempio forse più noto tra questi è il Grande Stupa a Sanchi, vicino Bhopal; fu costruito nel III secolo a.C. e poi ampliato, e le incisioni sulla porta sono considerate tra i migliori esempi di arte buddista in India. Il re però è ricordato anche per aver costruito strade, ospedali, case di riposo, università e canali d'irrigazione in tutto il Paese; trattò inoltre i suoi sudditi con la massima tolleranza, indipendentemente da religione, politica e casta.

Questo periodo segna la prima diffusione del buddismo al di fuori dell'India; secondo le placche e le colonne lasciate da Aśoka (gli editti di Aśoka), furono inviati emissari in molti stati con il compito di predicare il buddismo, fino ai regni ellenistici occidentali, a partire dal vicino Regno greco-bactriano, e forse fino al Mar Mediterraneo.

Terzo Concilio Buddista (circa 250 a.C.)

Sempre secondo la tradizione della scuola Theravāda, il Re Aśoka convocò il terzo Concilio intorno al 250 a.C. a Pataliputra (oggi Patna), sotto la supervisione del monaco Moggaliputta, con l'obiettivo di riconciliare le differenti scuole, purificare il movimento da fazioni opportuniste che si erano lasciate troppo lusingare dal patrocinio reale, e organizzare l'invio di missionari nei Paesi in cui il buddismo non fosse ancora conosciuto.

Il Canone Pāli (Tipitaka, o Tripitaka in sanscrito, letteralmente "Tre Canestri"), che comprende secondo la scuola Theravāda i testi di riferimento del buddismo tradizionale, ed è considerato da essa l'insieme di scritture più vicine al Buddha, fu formalizzato secondo questa scuola in questo periodo. Al Sutta Piṭaka (sanscrito Sūtra Pitaka, contenente i discorsi del Buddha) e al Vinaya Pitaka (contenente le regole monastiche) fu aggiunta una terza classe di scritture, lAbhidhamma Piṭaka (sanscrito Abhidharma Pitaka, contenente le elaborazioni e gli approfondimenti filosofici).

Per la tradizione Theravāda, gli sforzi di Aśoka per "purificare" il buddismo ebbero l'effetto di isolare, ma non indebolire, altri movimenti emergenti; in particolare, il buddismo Sarvāstivāda (che sosteneva che i dharma del passato, presente e futuro fossero simultanei), che secondo le cronache della scuola Theravāda fu condannato dal Concilio, e il buddismo Dharmaguptaka (che secondo i Theravāda era convinto che il Buddha fosse separato, e superiore, al resto della comunità buddista) divennero molto influenti nell'India nordoccidentale e nell'Asia Centrale, almeno fino all'Impero Kushan, nel I secolo.