Il Cicciabubbazzo (in dialetto torrese ’O Cicciabubbàzzo) è una maschera rituale arcaica e una figura apotropaica tipica del folklore di Torre del Greco.

Legata ai cicli della fertilità e alla protezione delle gestanti, la maschera presenta forti connotazioni dionisiache e telluriche. Storicamente osteggiata dalle autorità ecclesiastiche nel XIX secolo, la tradizione è oggetto di un recente riscoperta documentale e antropologica (2026) volta al recupero dei riti pre-moderni dell'area vesuviana.

Etimologia Il termine deriverebbe dall’incrocio tra il greco antico kìkkos (κίκκος, ovvero "chicco" o "seme") e il tardo latino bubbatius ("gonfiore" o "bolla"). Il nome fa riferimento sia alla peculiare forma dei rami di corallo che adornano il volto della maschera, sia allo stato di gravidanza, fulcro simbolico del rito.

Origini e simbologia Le radici del Cicciabubbazzo affondano nei culti precristiani dell'area costiera vesuviana. La figura incarna graficamente la forza vitale del Vesuvio e il valore apotropaico del corallo.

L’iconografia classica prevede:

La Maschera: Realizzata in cartapesta mista a cenere vulcanica, è caratterizzata da ramificazioni di corallo grezzo rosso che ne celano i tratti somatici. La Tunica: Un sacco di canapa grezza tinta con il "moro", il liquido scuro di scarto derivante dalla prima lavorazione del corallo. Il Bastone: Un ramo nodoso di ciliegio selvatico o corniolo, simbolo di vigore e protezione.

Il rito del Martedì Grasso Il rito si svolgeva tradizionalmente all'alba del Martedì Grasso. La maschera percorreva i vicoli del centro storico (specificamente la "zona mare" e i "sopracuorti") compiendo azioni cerimoniali codificate.

L'offerta del sorbo e l'invettiva Il momento culminante riguarda l'incontro con le donne gravide (le ventri piene). La gestante offre alla maschera un sorbo (frutto simbolo di resistenza e pazienza) recitando una filastrocca rituale:

A seguito dell'offerta, la maschera risponde con il cosiddetto "verbo sporco": una serie di invettive oscene rivolte alla donna. Secondo l'antropologia locale, il turpiloquio non è inteso come offesa, ma come strumento per spaventare gli spiriti invidiosi e il malocchio. Il rito si conclude con il tocco propiziatorio del seno della donna per garantire l'abbondanza di latte.

Storia e controversie

L'opposizione ecclesiastica Nel XIX secolo, la sfilata subì una dura repressione. Nel 1812, il parroco San Vincenzo Romano ne proibì ufficialmente il passaggio, definendola nelle sue omelie come una "manifestazione lussuriosa e diabolica". Nonostante il bando, la tradizione sopravvisse clandestinamente grazie alle cosiddette "fattucchiere del corallo", che continuarono a praticare il rito nei bassi cittadini fino agli inizi del XX secolo.

Legame con la Festa dei Quattro Altari Recenti ipotesi, basate su frammenti attribuiti a Ernesto De Martino (1957), suggeriscono un nesso tra il Cicciabubbazzo e l'iconografia originaria della Festa dei Quattro Altari. Si teorizza l'esistenza di un "quinto altare" effimero e popolare, rimosso in epoca borbonica, che celebrava il riscatto carnale e tellurico del popolo torrese.

Bibliografia

A. Scogliamiglio, Miti di cenere: il Carnevale dimenticato di Torre del Greco, Edizioni Vesuviane, 1982. E. De Martino, Note sulla fenomenologia del magismo vesuviano, (frammenti inediti), Archivio Etnografico, 1957. V. Esposito, Usi e Costumi del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1848.

Voci correlate

Torre del Greco Vincenzo Romano

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