La Casetta Mattei, nota anche come Casetta dei Mattei, Casetta de' Mattei o Casale di Macchia Mattei, è una storica residenza nobiliare di campagna situata nell'Agro romano lungo la via Portuense, all'interno della riserva naturale della Tenuta dei Massimi.
L'edificio, che deve il suo nome al casato romano dei Mattei al quale appartenne per quasi trecento anni, ha passato per estensione la proprio denominazione anche alla vasta tenuta (un tempo unitaria) su cui sorge e con cui ha condiviso strettamente gli sviluppi storici.
Più di recente, la tenuta ha prestato il proprio nome anche all'omonimo quartiere della zona Corviale situato ai margini orientali dei suoi confini originali.
Storia
Origini
Il fondo terriero, situato poco più di cinque miglia romane fuori dall'Urbe, è menzionato esplicitamente nelle fonti solo a partire dalla fine del XV secolo, dove compare già come proprietà del capitolo della basilica di San Pietro in Vaticano. Quando e come sia entrato a far parte dei beni ecclesiastici non è noto con certezza, tuttavia è probabile che esso, così come molti altri terreni dell'Agro romano, fosse parte di quei vasti appezzamenti di demanio pubblico che l'imperatore Costantino I aveva donato alla Chiesa di Roma nel IV secolo..
La tenuta, detta "della Casetta" per via del piccolo casale con torre fortificata del XIII secolo situato al centro di essa, era allora ricoperta in buona parte da fitti boschi (ultime vestigia dell'antica Silva Maesia che in età classica occupava la sponda destra del Tevere dall'Urbe fino al Tirreno.), i quali ospitavano una numerosa e variegata selvaggina, comprendente cinghiali e cervi. Per questo motivo la tenuta veniva principalmente utilizzata come riserva di caccia dai pontefici, che all'epoca avevano nella vicina villa della Magliana la loro residenza extraurbana. L'uso prettamente venatorio della tenuta le permise di conservare quasi completamente intatte le sue aree boschive per tutto il periodo basso medievale e rinascimentale, mentre la maggior parte delle tenute circostanti andò incontro negli stessi anni a un rapido disboscamento per far posto al pascolo..
La proprietà Mattei
I Mattei di Paganica A seguito del sacco di Roma del 1527 il capitolo di San Pietro, così come vari altri enti ecclesiastici, si trovò a dover far fronte a ingentissime spese per risanare i danni lasciati dai lanzichenecchi e per pagare il riscatto di varie figure di rilievo prese in ostaggio da essi (tra cui lo stesso papa Clemente VII), vedendosi perciò costretto a liquidare moltissime delle proprietà fondiarie in suo possesso. A trarre vantaggio da questa situazione fu Pietro Antonio Mattei, esponente di una famiglia della nobiltà romana tra le più ricche dell'epoca, il quale acquistò a buon prezzo gran parte di queste tenute, tra cui anche quella della Casetta, che divenne da allora nota come "Casetta (dei) Mattei"....
Sotto la proprietà dei Mattei del cosiddetto ramo di Paganica l'area boschiva, ora nota come "macchia Mattei", perse il suo ruolo centrale nell'economia della tenuta (anche a causa della totale scomparsa della sua selvaggina più pregiata, estintasi per la caccia eccessiva.), la quale fu convertita in un fondo a vocazione agricola. Tuttavia, nonostante gli interventi di miglioramento e le numerose enfiteusi da parte dei suoi nuovi proprietari, la produttività delle terre della tenuta rimase sempre molto scarsa, principalmente a causa dell'eccessiva abbondanza di acque della zona che portava spesso alla formazione di acquitrini che rovinavano i terreni e favorivano la diffusione della malaria. L'edificio della Casetta invece fu progressivamente espanso e migliorato fino al XVIII secolo inoltrato, trasformandosi da un semplice casale fortificato in una vera e propria residenza nobiliare, dotata di una scala d'ingresso monumentale, di ampie logge e di una cappella con campanile nella quale si celebrava messa nei giorni festivi. La magione divenne inoltre un'importante tappa lungo il percorso tra la città e il Tirreno e fu dotata persino di una stazione per il cambio dei cavalli della quale si servirono anche i pontefici nei loro spostamenti..
Quando nel 1660 papa Alessandro VII obbligò tutti i possidenti terrieri dell'Agro romano a fornire un'agrimensura aggiornata dei loro fondi per la realizzazione del Catasto Alessandrino, l'allora proprietario della Casetta, Muzio Mattei, fece redigere una nuova planimetria del suo possedimento, che ci fornisce per la prima volta una descrizione esatta della tenuta e dei suoi confini, nonché una fotografia chiara del suo stato alla metà del XVII secolo. La tenuta della Casetta Mattei aveva un'estensione complessiva di 685,5 rubbi (pari a circa 1267 ettari, una delle più estese dell'Agro) ed era attraversata, con andamento perpendicolare tra loro, dalla via Portuense e dal corso della Magliana, che la dividevano catastalmente in quattro settori, denominati: Quartaccio (a nord-est), Quarto della Pisana (a nord-ovest, contenente la Casetta vera e propria), Quarto di Valle Lupara (a sud-ovest) e Quarticciolo della Torre (a sud-est). I terreni del fondo erano coperti per la maggior parte da prati, tra i quali sorgevano alcune vigne, mentre l'area boschiva, molto ridotta rispetto all'inizio del secolo precedente ma ancora considerevole, si sviluppava su entrambi i lati della via Portuense, con un'estensione sostanzialmente identica a quella che conserva tutt'oggi. Oltre alla Casetta erano inoltre presenti alcune altre strutture, tra cui diversi fontanili e, nelle immediate vicinanze dell'edificio principale, tre arcate di un antico acquedotto romano (oggi andate perdute)..
Gli Antici Mattei
Con la progressiva estinzione dei vari rami della famiglia Mattei, la Casetta pervenne infine a quello dei duchi di Giove, il cui ultimo erede, Filippo Mattei, morì a soli 31 anni nel 1801, lasciando come unico esponente del casato l'anziano padre Giuseppe. Poiché tutti i fratelli di quest'ultimo avevano intrapreso la carriera ecclesiastica, divenne erede dei possedimenti romani dei Mattei la sua sola figlia superstite, Marianna, che nel 1802 sposò il nobile recanatese Carlo Teodoro Antici. Questi, dopo il matrimonio, avrebbe aggiunto al proprio cognome quello della più prestigiosa famiglia della moglie, dando inizio alla casata degli Antici Mattei..
In quello stesso anno papa Pio VII, per favorire la coltivazione dell'Agro romano, impose una pesante sovrattassa (4 paoli per rubbio) ai proprietari terrieri su ogni terreno lasciato incolto. Per evitare queste ulteriori uscite di denaro i Mattei decisero quindi di concedere la tenuta in enfiteusi a una società appartenente al cognato e compaesano di Carlo Teodoro Antici, il conte Monaldo Leopardi, il quale incassò anche degli incentivi statali per questa operazione. Come apprendiamo dai suoi stessi scritti, Monaldo trovò la tenuta in uno stato di semiabbandono e anche la Casetta, nella quale abitava ormai solo un guardiano, iniziava a mostrare i segni del tempo e dell'incuria. Per riqualificare il fondo agricolo il conte fece quindi venire dalle sue terre marchigiane settanta contadini esperti, che una volta insediatisi nella tenuta piantarono diversi vigneti, costruirono nuovi edifici, iniziarono il disboscamento per vendere il legname e approntarono opere di canalizzazione delle acque per bonificare i terreni. Tuttavia dopo pochi mesi molti tra i coloni contrassero la malaria e, dopo la morte di alcuni di essi, gli altri chiesero e ottennero di poter tornare nelle loro terre natie, portando al naufragio anche questo ulteriore tentativo di riqualificazione..
Nel 1809 la situazione della famiglia Antici Mattei si complicò ulteriormente. L'anziano duca Giuseppe venne a mancare, mentre suo fratello, il cardinale Alessandro Mattei, fu deportato a Parigi insieme a tutta la corte pontificia dalle truppe francesi come rappresaglia per la scomunica che papa Pio VII aveva lanciato contro Napoleone Bonaparte. Quando poi l'anno successivo i cardinali si opposero apertamente al matrimonio tra l'imperatore francese e Maria Luisa d'Asburgo, furono tutti spogliati dei loro privilegi e dei loro introiti economici; questo provvedimento fu esteso anche ai loro parenti più stretti e così Marianna e Carlo Teodoro videro le loro proprietà sequestrate dall'autorità imperiale, incluse quelle terriere, e poterono riottenerle solo quando il papa riuscì a rientrare a Roma nel 1814. Le ristrettezze patite sotto il dominio francese tuttavia avevano lasciato i coniugi Antici Mattei in una situazione economica precaria e per questo motivo furono costretti a mettere in vendita, dopo quasi trecento anni dal suo acquisto, la tenuta della Casetta Mattei, che fu comprata dall'Ospedale di Santo Spirito in Sassia, tramite l'intervento del Banco di Santo Spirito, nel 1815..
La nuova proprietà ecclesiastica
La tenuta rimase tra le proprietà del Santo Spirito per i successivi trent'anni, sostanzialmente inutilizzata e in stato di abbandono, finché nel 1846 non divenne oggetto di interesse da parte di papa Pio IX. Il neoeletto pontefice aveva infatti in progetto di realizzare nell'Agro romano un istituto di accoglienza e formazione professionale agricola per i ragazzi orfani e poveri di Roma. Preferendo scegliere la sede dell'istituto tra i fondi già di proprietà ecclesiastica, il papa selezionò infine la tenuta della Casetta Mattei, che già possedeva strutture adeguate e ampie terre da riconvertire all'agricoltura. Tuttavia quando Pio IX si consultò con i suoi collaboratori per valutare la fattibilità del progetto, ricevette pareri contrastanti; in particolare il dottor Agostino Cappello, medico ed ex magistrato superiore di sanità, sconsigliò al pontefice di scegliere la Casetta perché la riteneva insalubre..
Per risolvere la questione, il papa decise di effettuare personalmente una sopralluogo nella tenuta, presso la quale si recò il 30 dicembre, accompagnato dal già citato dottor Cappello, dal professore di scienze naturali Pietro Carpi, dal religioso e filantropo don Carlo Torlonia, e dal commendatore dell'Ospedale di Santo Spirito Enrico Orfei. Il gruppo eseguì una ricognizione completa del fondo, annotandone tutte le caratteristiche e testandone la qualità dei terreni e delle acque. Giunta la sera, dopo aver apposto una lapide sull'edificio della Casetta per commemorare la visita papale, Pio IX e i suoi accompagnatori fecero ritorno al Quirinale. Due giorno dopo il Cappello e il Carpi consegnarono al pontefice un parere medico-sanitario sulla condizione del sito e sulla probabilità di riuscita dello stabilimento agrario: in esso, i due dottori bocciarono in toto la tenuta sia dal punto di vista sanitario che da quello agricolo, evidenziando da una parte l'eccessiva umidità dell'aria e dei terreni che favoriva l'impaludamento e la conseguente diffusione della malaria, e rammentando dall'altra il fallimento di tutti i precedenti tentativi di rendere produttivo il fondo..
Abbandonata così l'idea di utilizzare la Casetta Mattei, la scelta per la sede del suo nuovo istituto agricolo cadde infine su di un'altra tenuta sita lungo la via Portuense di proprietà del cardinale Luigi Vannicelli Casoni, che fu ribattezzata come "Vigna Pia" in onore del pontefice..
Il frazionamento e gli sviluppi successivi
L'Azienda agricola Somaini e la Tenuta dei Massimi