Le proteste al confine di Gaza del 2018-2019, note anche come la Grande Marcia del Ritorno (), sono state una serie di manifestazioni pacifiche tenutesi ogni venerdì a Gaza, vicino al confine con Israele, dal 30 marzo 2018 al 27 dicembre 2019, in cui le forze israeliane hanno ucciso un totale di 223 palestinesi. I manifestanti chiedevano che venisse riconosciuto ai rifugiati palestinesi il diritto al ritorno nelle terre da cui erano stati sfollati, ad oggi sotto il controllo di Israele. Le proteste erano altresì rivolte contro il blocco terrestre, aereo e marittimo di Gaza imposto da Israele nel 2007 e contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Stati Uniti (procedimento avviato da Donald Trump attraverso lo spostamento dell'ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme).

Le prime manifestazioni erano state organizzate da attivisti indipendenti, ma l'iniziativa fu presto appoggiata da Hamas, il partito al governo di Gaza, e da altre importanti fazioni politiche. L'intenzione iniziale era che la marcia durasse solo dal 30 marzo (Giorno della Terra) al 15 maggio 2018 (Giorno della Nakba), ma si protrasse per quasi 18 mesi, fino a quando Hamas annunciò, il 27 dicembre 2019, che sarebbero state rinviate. Trentamila palestinesi parteciparono alla prima manifestazione il 30 marzo. Proteste più grandi si svolsero i venerdì successivi fino all'11 maggio (ognuna delle quali coinvolse almeno persone), mentre un numero minore aderì alle attività i restanti giorni della settimana.

Le manifestazioni si svolgevano in modo pacifico e lontano dalla recinzione di confine. Peter Cammack, del Programma per il Medio Oriente presso il Carnegie Endowment for International Peace, sosteneva che la marcia indicasse una nuova tendenza nella società palestinese e in Hamas, con un passaggio a forme di protesta nonviolente. Tuttavia, gruppi più piccoli hanno tentato di violare la recinzione, utilizzando pneumatici, pietre e Molotov.

Almeno 189 palestinesi sono stati uccisi tra il 30 marzo e il 31 dicembre 2018. Una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha affermato che almeno 29 di essi erano militanti. I soldati israeliani hanno adoperato gas lacrimogeni e munizioni letali. Secondo Robert Mardini, responsabile del Medio Oriente per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, più di palestinesi sono stati feriti al 19 giugno 2018. La maggior parte è rimasta gravemente ferita, con circa colpiti da tre o cinque proiettili. Nessun israeliano è stato ferito fino al 14 maggio, giorno in cui fu segnalato un soldato come lievemente ferito, giorno in cui le proteste hanno raggiunto il culmine, con circa partecipanti, di cui migliaia avvicinatisi alla recinzione di confine. Lo stesso giorno, 59 o 60 palestinesi furono uccisi a colpi d'arma da fuoco in dodici punti di scontro lungo la recinzione. Hamas ne ha rivendicati 50 come propri militanti e la Jihad islamica tre.

L'uso di armi letali da parte di Israele fu condannato il 13 giugno 2018 in una risoluzione dell'assemblea generale delle Nazioni Unite. Condanne sono arrivate anche da organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, B'Tselem, e Amnesty International, e da funzionari delle Nazioni Unite. Il Kuwait ha proposto due risoluxioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, entrambe bloccate dagli Stati Uniti, che richiedevano indagini sull'uccisione di manifestanti palestinesi da parte di Israele. Il governo israeliano ha invece elogiato le proprie truppe per aver protetto la recinzione. La copertura mediatica delle manifestazioni e quella che è stata definita la "battaglia delle pubbliche relazioni" sono state oggetto di analisi e controversie. Alla fine di febbraio 2019, una commissione indipendente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rilevato che, dei 489 casi di morti o feriti palestinesi analizzati, solo due erano potenzialmente giustificabili come risposte al pericolo da parte delle forze di sicurezza israeliane. La commissione ha ritenuto illegali i restanti casi e ha concluso con una raccomandazione che invitava Israele a esaminare se fossero stati commessi crimini di guerra o crimini contro l'umanità e, in tal caso, a processare i responsabili.

Antefatti Nel 2005 Israele ritirò le proprie forze da Gaza permettendo all'Autorità Nazionale Palestinese di prendere il controllo. Nonostante il ritiro, Israele ha mantenuto comunque l'occupazione mediante un controllo esterno diretto sulla vita quotidiana a Gaza, attraverso gli spazi aereo e marittimo, la maggior parte dei valichi di frontiera, l'approvvigionamento elettrico e idrico e altri servizi pubblici. Secondo Human Rights Watch, i palestinesi di Gaza rimangono ancora persone protette ai sensi degli articoli delle Convenzioni di Ginevra.

Dopo aver vinto le elezioni legislative in Palestina del 2006 e la successiva battaglia di Gaza del 2007, Hamas prese il controllo politico della striscia ed espulse Fatah, il partito rivale che governava la Cisgiordania. Questa presa di potere portò Israele ed Egitto a imporre un blocco terrestre, aereo e marittimo su Gaza. Di conseguenza, l'economia di Gaza si è ridotta e molte persone hanno perso l'accesso a beni di prima necessità.

A seguito di numerose guerre tra Hamas e Israele, in particolare la guerra di Gaza del 2014, la situazione umanitaria a Gaza è peggiorata. La nuova leadership di Yahya Sinwar sperava di convincere l'Autorità Nazionale Palestinese, guidata da Fatah, ad assumere il controllo degli affari civili di Gaza attraverso un accordo Fatah-Hamas del 2017, che alla fine non è andato in porto. Secondo il giornalista israeliano Amos Harel, Hamas, che non è riuscita a revocare il blocco negli anni, avrebbe cercato di usare le manifestazioni come mezzo per uscire dalla crisi strategica, avendo ritenuto inefficace il conflitto armato con Israele.

La principale richiesta delle proteste era il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti nelle proprie terre di origine, ora israeliane. La maggioranza della popolazione di Gaza è composta infatti da sfollati della Nakba e dai loro discendenti. Israele nega qualsiasi diritto al ritorno, temendo che gli ebrei diventerebbero una minoranza in Israele se troppi palestinesi tornassero.

La "no-go zone" e la barriera al confine di Gaza

Verso la fine del 2005, dopo il ritiro israeliano da Gaza, l'esercito israeliano impose una "no-go zone" (area ad accesso vietato per i palestinesi) sul lato interno del confine, in risposta all'utilizzo di razzi rudimentali da Gaza verso Israele. Nel 2023, questa zona era larga circa 300 metri.

La recinzione di confine tra Gaza e Israele è composta da una rudimentale barriera di filo spinato, un breve varco e poi una "recinzione intelligente" di 3 metri con sensori per rilevare trasgressori. Una folla che si dirigesse verso la recinzione potrebbe attraversarla in circa 30 secondi, secondo uno degli appaltatori che l'hanno costruita.

Idea, organizzazione e strategia L'idea di una protesta pacifica da parte dei cittadini di Gaza che rivendicano il diritto al ritorno risale ai primi anni 2010. Ahmed Abu Ratima, un giornalista palestinese, ha proposto una protesta di questo tipo in un post su Facebook. Il giornalista Muthana al-Najjar avviò la protesta nel 2018 piantando una tenda vicino al confine per oltre un mese. Ottenne il sostegno di intellettuali gazesi come Atef Abu Saif, che si dice abbiano tratto ispirazione dagli esempi di Martin Luther King e Mahatma Gandhi. Le proteste furono infine appoggiate anche dai più importanti gruppi politici palestinesi, tra cui Hamas e il suo principale avversario politico, Fatah. Anche altre fazioni, come la Jihad islamica palestinese, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina e i sostenitori di Muhammad Dahlan (espulso da Fatah nel 2011) hanno appoggiato le proteste.

Gli organizzatori avevano provato a mantenere la protesta indipendente dai gruppi politici, ma a marzo 2018 Hamas era fortemente coinvolto nell'organizzazione. Giornali locali, televisioni e social media hanno mobilitato gli abitanti di Gaza per unirsi alla marcia. Hamas ha partecipato a diffondere le notizie e massimizzare la partecipazione alle proteste, nonostante i tentativi israeliani di dissuasione. Ha inoltre coinvolto propri agenti in borghese per controllare che non avvenissero atti violenti.

Le proteste erano programmate per sei settimane a partire dal 30 marzo con la richiesta dichiarata di revocare il blocco e rispettare il diritto al ritorno.

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