Il Ritorno del figliol prodigo è un dipinto a olio su tela (125x163 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino intorno al 1627-28 e conservato presso la Galleria Borghese a Roma.
Storia La prima menzione documentata di questo dipinto si ricava dall’incisione che ne eseguì Domenico Cunego nel 1770, successivamente pubblicata nella Schola Italica Picturae, opera promossa da Gavin Hamilton e data alle stampe nel 1773.. L'incisine porta la scritta Romae ex Tabulas in Aedibus Lancellotti. Il dipinto è documentato a Palazzo Lancellotti da Jacopo Alessandro Calvi. La seconda edizione dell'opera del Calvi è stata edita nel 1841 come appendice alla Felsina pittrice. Quindi non si può asserire che il dipinto è citato dal Malvasia, anche se si trova nel II volume della Felsina pittrice. Il 4 dicembre 1818 venne venduto per 3000 scudi a Camillo II Borghese, amante della pittura emiliana e intenzionato a ricostituire la collezione di famiglia, depauperata dalle spoliazioni napoleoniche e, anche, dalle vendite di effettuate dal padre Marcantonio IV.
Descrizione Il dipinto raffigura l’episodio evangelico del Ritorno del figliol prodigo (Lc 15, 11–32), concentrandosi sul momento del ricongiungimento tra il giovane e il padre. Al centro della composizione si staglia la figura del vecchio padre, riconoscibile dalla barba grigia e dall’atteggiamento autorevole ma affettuoso, mentre accoglie il figlio, colto nell’atto di rivestirsi con una camicia bianca sopra gli abiti logori, gesto che allude simbolicamente al suo ritorno a una nuova vita.
Alla sinistra compare un paggio, elegantemente vestito, che assiste alla scena con atteggiamento composto; a destra il figliol prodigo, seminudo, è rappresentato di profilo, con il corpo ancora segnato dalla miseria, mentre un cane gli si avvicina in segno di riconoscimento e fedeltà. L’ambientazione è interna, animata da una finestra con vetri piombati che lascia filtrare una luce misurata, concentrata sui volti e sui gesti essenziali dei protagonisti.
La scena è costruita su un numero ristretto di figure, isolate nella loro individualità, e priva di elementi accessori superflui, accentuando il carattere intimo e domestico dell’episodio.
Stile Secondo Mahon, lo stile del dipinto è chiaramente più tardo rispetto alle versioni giovanili del soggetto, come il Figliol prodigo del 1619, e va collocato con buona probabilità intorno al 1627–1628, in un momento immediatamente successivo agli affreschi della cattedrale di Piacenza. Rispetto alle opere giovanili, caratterizzate da intrecci compositivi più dinamici e da un chiaroscuro accentuato, qui la composizione appare più calma, equilibrata e statica. Le tre figure sono nettamente separate, ciascuna definita nella propria fisionomia e nel proprio ruolo, e l’insieme è costruito secondo una disposizione più simmetrica e controllata. Come osservano Salerno e Stone, si attenuano gli effetti di chiaroscuro a favore di contorni più marcati e di una resa più chiara dei volumi e dei costumi, mentre la luce è utilizzata in modo selettivo, con particolare attenzione ai riflessi sui vetri della finestra.
L’opera presenta un tono più pacato e silente rispetto alle versioni giovanili, pur mantenendo una certa teatralità nei gesti e negli sguardi. La maggiore staticità dell’impianto e la misura dell’espressione conferiscono alla scena una dignità composta e un senso di intimità domestica, segnando una fase matura della ricerca di Guercino, ormai lontana dalla vivace fluidità degli esordi.
Note
Bibliografia
Collegamenti esterni
Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti nella Galleria Borghese Categoria:Dipinti su parabole di Gesù