Durante la seconda guerra mondiale, prima di unirsi alle potenze alleate nelle fasi finali del conflitto, la Turchia rimase ufficialmente neutrale. Nonostante la neutralità, mantenne solide relazioni diplomatiche con la Germania nazista per gran parte del periodo dell'Olocausto.
Secondo le ricerche dello storico Rıfat Bali, il numero di ebrei turchi che subirono le conseguenze delle politiche discriminatorie del governo fu superiore a quello di coloro che furono effettivamente salvati dallo Stato. Nel dopoguerra la Turchia e parte della stessa comunità ebraica turca promossero una narrazione parziale e talvolta esagerata sul salvataggio, sfruttando tale mito anche come strumento diplomatico per contrastare il riconoscimento del genocidio armeno.
Contesto storico
Contesto generale e la questione ebraica in Turchia Da dopo la caduta dell'impero Ottomano e fino al progressivo inizio della guerra fredda, la Turchia fu uno Stato monopartitico retto da un governo fortemente nazionalista, che pose come priorità la turchizzazione del Paese e la creazione di una borghesia turco-musulmana a scapito delle altre minoranze religiose ed etniche.
Sebbene molti ebrei fossero inizialmente favorevoli alla repubblica, nei primi due decenni della sua esistenza una quota compresa tra un terzo e la metà della popolazione ebraica abbandonò il Paese. Tra i principali fattori di spinta all'emigrazione vi furono il divieto di costituire associazioni ebraiche, le restrizioni e la censura sull'uso di lingue diverse dal turco (come il giudeo-spagnolo) nell'ambito della campagna "Cittadino, parla turco!" (Vatandaş Türkçe Konuş!), nonché il licenziamento dei dipendenti statali considerati non etnicamente turchi in base a una legge del 1926. I pogrom in Tracia del 1934 determinarono inoltre una vera e propria pulizia etnica ai danni delle comunità ebraiche residenti nella Turchia europea.
Le politiche discriminatorie durante il conflitto Nel 1939 il primo ministro Refik Saydam dichiarò ufficialmente che la Turchia «non avrebbe accettato né masse di ebrei, né singole persone oppresse in altri Paesi». Sebbene lo Stato avesse accolto circa 100 accademici ebrei tedeschi in fuga, nello stesso periodo il numero di cittadini tedeschi legati al nazionalsocialismo che lavoravano in Turchia era molto più alto. Nel 1937 le leggi sull'immigrazione furono ulteriormente inasprite e limitarono l'ingresso quasi esclusivamente ai soggetti considerati appartenenti alla "razza turca".
Durante il conflitto gli ebrei residenti in Turchia subirono pesanti discriminazioni, tra cui l'arruolamento forzato in appositi battaglioni di lavoro e l'imposizione della Varlık Vergisi (tassa sul patrimonio) del 1942. Quest'ultima misura, ufficialmente rivolta a tutti i cittadini, fu applicata in modo da colpire sproporzionatamente i non musulmani, inclusi i cristiani, con l'obiettivo di provocarne il dissesto finanziario. La Turchia fu l'unico Paese neutrale in Europa ad adottare leggi discriminatorie d'ispirazione antisemita.
La revoca della cittadinanza e le mancate protezioni Mentre la guerra era in corso, la Turchia privò della cittadinanzatra tra e di ebrei residenti all'estero. La maggior parte di essi viveva in Francia.
Nel 1943 il 93% dei provvedimenti di revoca della cittadinanza emessi dalle autorità turche riguardò i cittadini di origine ebraica. Tale misura li espose deliberatamente al rischio concreto di deportazione e sterminio. Complessivamente, tra i e i ebrei turchi finirono ad Auschwitz e Sobibor, diverse centinaia furono internate in altri campi nazisti. Alla fine del 1942, quando la Germania nazista sollecitò i paesi neutrali a rimpatriare i propri cittadini ebrei attraverso il cosiddetto "ultimatum al rimpatrio" (), i diplomatici turchi ricevettero istruzioni specifiche volte a ostacolarne o evitarne il rientro, anche qualora questi fossero in grado di documentare la propria nazionalità.
Lo storico Corry Guttstadt ha rilevato che, a differenza di altri Stati neutrali che spesso si prodigarono a tutela dei propri cittadini ebrei nell'Europa occupata, non esiste quasi alcuna documentazione di analoghi interventi ufficiali della Turchia. Secondo la storica francese Claire Zalc, pur potendo agire con successo, le autorità turche lo fecero assai di rado e per breve tempo.
È documentato un solo caso di un funzionario consolare turco che offrì protezione diplomatica a ebrei non turchi: si tratta del francese Routier. L'ambasciatore turco in Francia Behiç Erkin rimproverò duramente Routier per le sue inziative umanitarie, imponendogli di non ripeterle. Parallelamente, il console turco a Marsiglia Fuat Carım consegnò alle autorità naziste l'elenco degli ebrei considerati "irregolari" che Routier aveva tentato di aiutare. Nel febbraio 1943 la Turchia riconobbe formalmente la cittadinanza a 631 ebrei residenti nel nord della Francia. Tuttavia, sebbene lo stesso consolato turco a Parigi ammettesse che anche gli altri membri della comunità erano stati «fino a quel momento cittadini turchi», non fu intrapresa alcuna azione per proteggerli dalla persecuzione. Alcune centinaia di ebrei furono rimpatriate in Turchia dalla Francia occupata, ma molti di più furono invece deportati nei campi di sterminio.
Nonostante le direttive restrittive di Ankara, alcuni funzionari turchi disattesero le istruzioni ufficiali concedendo documenti agli ebrei. Non sempre per ragioni umanitarie: in diversi casi il rilascio di documenti, a cui i richiedenti avevano pieno diritto, fu subordinata all'ottenimento di tangenti o favori sessuali. Si registrarono comunque casi di disobbedienza finalizzati al salvataggio: nel febbraio 1944 il console generale Özkaya tentò di organizzare il rimpatrio di 72 ebrei turchi. Il 24-25 marzo dello stesso anno le SS arrestarono 40 ebrei turchi ad Atene, internandoli nel campo di concentramento di Chaidari; i rappresentanti diplomatici turchi riuscirono a far liberare 32 di loro, inviati poi in Turchia.
Un ruolo di rilievo fu svolto da Selahattin Ülkümen, console turco a Rodi, il quale salvò dalla deportazione circa 50 ebrei, tra cui 15-20 con la cittadinanza turca formalmente scaduta. Per il suo operato Ülkümen è stato a lungo l'unico cittadino turco riconosciuto come Giusto tra le nazioni dallo Yad Vashem.
Il disastro della Struma e il blocco dei transiti Nel 1942, nel tentativo di raggiungere la Palestina mandataria, profughi ebrei provenienti dalla Romania persero la vita nel disastro della nave Struma, affondata nel Mar Nero dopo essere stata respinta dalle autorità turche. Commentando l'accaduto, il primo ministro Refik Saydam ribadì la linea del governo dichiarando: «La Turchia non diventerà la dimora di persone che non sono desiderate da nessun altro». Durante gli anni '40 circa ebrei ottennero visti di transito per attraversare il territorio turco, diretti la Palestina. Il governo impose severe limitazioni a tali permessi, rendendoli validi per soli dieci giorni, il che li rendeva di fatto inutilizzabili ogniqualvolta le operazioni belliche causavano ritardi negli spostamenti. Secondo le ricerche di Corry Guttstadt, la via di fuga attraverso la Turchia rimase «in gran parte bloccata» durante gli anni cruciali 1942 e 1943; la maggior parte dei transiti avvenne solo verso la fine del 1944, in seguito all'avanzata degli Alleati nell'Europa sud-orientale.
Commemorazione
Uso politico della memoria La gestione della memoria dell'Olocausto in Turchia è stata spesso legata alla questione del genocidio armeno. In diverse occasioni il governo turco ha esercitato pressioni diplomatiche affinché il genocidio armeno non venisse accostato alla Shoah: minacciò ripercussioni sulla comunità ebraica locale qualora lo United States Holocaust Memorial Museum (USHMM) avesse fatto riferimenti alla questione armena nelle proprie esposizioni, o se non fosse stata annullata la Conferenza Internazionale sull'Olocausto e il Genocidio del 1982 a Tel Aviv.
A partire dal 1992 la Turchia ha promosso attivamente la narrazione di un salvataggio di massa degli ebrei attraverso produzioni cinematografiche come Ore disperate ("Desperate Hours", 2000) e "Turkish Passport" (2011) o romanzi come "Last train to Istanbul" (2002) e "The Ambassador" (2007). Questa narrazione, supportata dal volume di Stanford Shaw del 1993 Turkey and the Holocaust si fonda su una visione idealizzata delle relazioni ebraico-musulmane nell'Impero ottomano.
Analisi delle affermazioni storiche Dopo l'apertura dell'USHMM nel 1993, in seguito al successo della lobby turca nell'escludere il genocidio armeno dall'esposizione permanente, il rabbino capo di Turchia chiese di inserirvi le attività di soccorso dei diplomatici turchi. Però diverse ricerche storiografiche indipendenti hanno messo in dubbio o smentito numerose affermazioni diffuse in quegli anni.
Numero dei profughi: l'affermazione secondo cui ebrei sarebbero transitati attraverso la Turchia per mettersi in salvo è priva di riscontri documentali certi. Il caso Necdet Kent: la testimonianza secondo cui il diplomatico sarebbe salito su un treno diretto verso i campi di sterminio per salvare 80 ebrei è ritenuta priva di fondamento storiografico. Namık Kemal Yolga e Behiç Erkin: le azioni di salvataggio attribuite a Yolga e, in particolare, a Behiç Erkin (a cui è stato riconosciuto il salvataggio di persone) sono state ampiamente ridimensionate dagli storici, che sottolineano inoltre il coinvolgimento di Erkin nel genocidio armeno del 1915.
Sviluppi recenti e critica sociologica Nel 2008 la Turchia è stata ammessa come osservatrice all'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), però fino al 2011 le commemorazioni della Shoah sono rimaste confinate all'interno della comunità ebraica turca, senza alcun coinvolgimento ufficiale delle istituzioni dello Stato. Gli studiosi Yağmur Karakaya e Alejandro Baer hanno analizzato in modo critico l'interesse istituzionale sorto di recente e sono giunti alla conclusione che i funzionari governativi tendono a «utilizzare la cerimonia di commemorazione dell'Olocausto come piattaforma per propagandare una storia turca priva di difetti». Secondo questa analisi, il costante confronto tra un passato turco presentato come "incontaminato" e un'eredità europea descritta come "intrinsecamente difettosa" rivela un approccio non critico e strumentale alla storia del Paese. Durante la cerimonia ufficiale del 2011 si è registrato un episodio controverso quando Süzet Sidi, presidente della Commissione per l'Olocausto del Gran Rabbinato turco, ha paragonato la Shoah e il genocidio armeno. Nel suo discorso Sidi ha sostenuto la tesi dell'unicità dell'Olocausto affermando che, a differenza degli armeni (che, secondo la visione ufficiale, si sarebbero ribellati provocando le reazioni contro di loro), gli ebrei non avrebbero opposto resistenza, cosa che rende il loro sterminio un evento senza paragoni storici.
Nel 2014, per la prima volta, alti funzionari del governo turco hanno partecipato ufficialmente alle celebrazioni per il Giorno della Memoria. In tale occasione il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu ha dichiarato: «Non v'è traccia di genocidio nella nostra storia. L'ostilità verso l'altro non trova spazio nella nostra civiltà». Già l'anno precedente, il ministro per gli Affari europei Egemen Bağış aveva espresso concetti analoghi, affermando categoricamente l'inesistenza di fenomeni genocidari nella storia turca. Parallelamente, il ministero per gli Affari europei ha rilasciato dichiarazioni ufficiali nelle quali sostiene che la società turca è sempre stata estranea a sentimenti antisemiti e xenofobi e vanta una tradizione di accoglienza verso la comunità ebraica.