Le riserve di gas naturale della Striscia di Gaza furono scoperte al largo della costa palestinese nel 2000, nell'ambito delle concessioni rilasciate dall'Autorità Nazionale Palestinese alla BG Group, azienda britannica specializzata soprattutto in gas naturale nata nel 1997 dalla scissione della storica British Gas, e al suo socio di Atene, la Consolidated Contractors International Company, originariamente fondata a Beirut dalle famiglie palestinesi Sabbagh e Koury. Il giacimento scoperto, Gaza Marine, sebbene di dimensioni modeste, era considerato all'epoca uno dei possibili motori per rilanciare l'economia palestinese e promuovere la cooperazione regionale.

Con la presa di controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas nel 2007, le possibilità di sviluppo del giacimento si ridussero, a causa dello stallo con l'amministrazione di Ramallah e del rifiuto di Israele di trattare con Hamas. Le prospettive diminuirono ulteriormente con la scoperta di importanti giacimenti di gas nelle acque economiche israeliane nel 2009 e nel 2010, che rese Israele un cliente improbabile per il gas palestinese.

Nel 2023 Israele, che in quanto potenza occupante a seguito delle varie guerre con Hamas non può sfruttare risorse naturali nei territori occupati a proprio vantaggio, sebbene, non avendo ratificato l'UNCLOS e non riconoscendo la Palestina come stato sovrano, dichiari di applicare solo il proprio diritto interno, ha concesso un'approvazione preliminare allo sviluppo del giacimento di Gaza Marine, con il coinvolgimento dell'Autorità Palestinese e dell'Egitto, ma, al 2025, il gas naturale di Gaza non era ancora mai stato estratto.

Status giuridico Lo status giuridico del giacimento gasiero di Gaza Marine è complesso e controverso. Nel 1999 la licenza per l'area fu concessa in modo controverso all'Autorità Nazionale Palestinese dal primo ministro israeliano Ehud Barak, che, nel 2001, come gesto di buona volontà, modificò anche il confine marittimo nella regione, assicurando che l'intero giacimento di Gaza Marine ricadesse all'interno delle acque territoriali palestinesi, anziché estendersi nella zona economica esclusiva di Israele, tuttavia il preciso inquadramento legale del giacimento rimane ambiguo. In base agli Accordi di Oslo del 1993, infatti, le zone marittime al largo di Gaza sono soggette a un controllo palestinese solo parziale, poiché qualsiasi attività oltre le 20 miglia nautiche richiede l'approvazione della marina israeliana, di conseguenza né l'Autorità Palestinese né Hamas, che controlla Gaza, esercitano una piena giurisdizione su Gaza Marine, con una situazione che è stata ulteriormente complicata dall'aumento del controllo israeliano sull'area a partire dal 2007, dopo la presa di potere di Hamas nella Striscia di Gaza. Di conseguenza, quando nel 2001 la società statunitense Noble Energy, con sede a Houston, e il suo partner israeliano Delek Group - già inserito nella lista nera delle Nazioni Unite per il sostegno agli insediamenti illegali e all'uso commerciale delle risorse naturali palestinesi da parte israeliana - portarono in tribunale il gruppo BG per contestare l'area di licenza che era gli stata assegnata dall'Autorità Palestinese, il tribunale si astenne dall'esprimere un verdetto, poiché, secondo il governo di Israele, in attesa di un accordo di pace definitivo, tale area equivaleva a una sorta di "acque di nessuno".

1999-2004 L'8 novembre 1999 i palestinesi firmarono un memorandum d'intesa con la BG Group e con una società legata all'Autorità Nazionale Palestinese, la Consolidated Contractors Company, concedendo loro i diritti di esplorazione dell'area. I giacimenti di gas naturale, individuati in due piccoli campi denominati Gaza Marine 1 e Gaza Marine 2, furono scoperti nel settembre 2000, a 36 chilometri (22 miglia) al largo della costa, a una profondità di circa ( piedi}}, e si stimò che contenessero oltre 30 miliardi di metri cubi di gas naturale, una quantità superiore al fabbisogno energetico dei Territori palestinesi, con un potenziale anche per l'esportazione, che fece ritenere la scoperta potenzialmente vantaggiosa sia per gli israeliani sia per i palestinesi. Successivamente furono avviati negoziati in materia di sicurezza ed economia con la Israel Electric Corporation (IEC) e con l'Egitto, che valutarono opzioni per la trasformazione del gas naturale in gas naturale liquefatto.

Inizialmente la IEC si rifiutò di acquistare gas dal giacimento di Gaza Marine perché il prezzo era superiore a quello del gas disponibile dall'Egitto. In seguito, tuttavia, emersero notizie secondo cui il rifiuto era motivato da ragioni politiche e, nel 2001, l'allora primo ministro Ariel Sharon bloccò qualsiasi accordo che coinvolgesse il gas palestinese. Nel maggio 2002 Sharon revocò il veto dopo le pressioni del primo ministro britannico Tony Blair, che riteneva che l'acquisto di gas palestinese potesse contribuire a favorire gli sforzi di pace in un periodo di forte tensione. Nonostante alcuni progressi nei negoziati, nell'estate del 2003 Sharon tornò sui suoi passi, bloccando ogni accordo che potesse consentire il trasferimento di fondi all'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), adducendo il timore che tali fondi potessero sostenere attività terroristiche.

Negoziati dopo la morte di Arafat - 2004-2007 I negoziati sul giacimento di gas di Gaza Marine conobbero una svolta positiva dopo la morte di Yasser Arafat nel 2004 e l'elezione di Mahmud Abbas, che portarono a una serie di riforme all'interno dell'ANP. La cooperazione migliorò ulteriormente con l'elezione di Ehud Olmert a primo ministro israeliano nel 2006 tanto che, il 29 aprile 2007, il gabinetto israeliano accettò di riaprire i colloqui con il gruppo British Gas proponendo di acquistare annualmente, a partire dal 2009, 0,05 TCF (1,4 miliardi di metri cubi) di gas palestinese. Peraltro, un accordo segreto tra Abbas e il governo israeliano stabilì che i proventi del gas dell'ANP sarebbero stati gestiti tramite un conto internazionale, per impedire l'accesso ai fondi da parte del governo dell'ANP dominato da Hamas. L'intesa prevedeva la realizzazione di un gasdotto verso Ashkelon per la liquefazione e la distribuzione del gas, che avrebbe sostenuto il fabbisogno energetico sia di Israele sia di Gaza, favorendo un'interdipendenza economica ritenuta utile agli sforzi di pace.

Dopo il 2007 All'inizio del 2014, in concomitanza con il viaggio dell'allora presidente dell'ANP Abu Mazen a Mosca, funzionari dell'ANP e della Russia discussero una possibile cooperazione tra Gazprom e Palestinian Investment Fund (PIF), il fondo sovrano palestinese, nel settore dell'esplorazione e dell'estrazione di gas e petrolio. Nell'estate dello stesso anno, infuriò un nuovo scontro tra israeliani e palestinesi che, secondo alcune fonti, fu dettato proprio dalla volontà di Israele, che nel maggio 2014 aveva intavolato accordi segreti con la BG Group, di mantenere il controllo del gas palestinese per evitare una crisi energetica, mentre verso la fine del 2014 il governo palestinese riprese i negoziati sull'accordo con la BG Group, che l'8 aprile 2016 fu poi acquisita dalla Shell, e revocò i diritti esclusivi che aveva precedentemente concesso alla compagnia, aumentando contestualmente la quota del PIF dal 10% previsto dal vecchio accordo al 17,5%. Nel settembre 2015, Abu Mazen visitò nuovamente Mosca, dove approfondì con Vladimir Putin la possibilità che Gazprom sviluppasse il giacimento di Gaza Marine, senza tuttavia giungere a una formula concreta.

A partire dal 2017, le licenze del giacimento di Gaza Marine risultavano così ripartite: il PIF deteneva il 17,5% dei diritti di sviluppo del giacimento, la Consolidated Contractors Company il 27,5%, e la Shell il 55%, coi diritti di sviluppo ed estrazione del gas che appartenevano esclusivamente ai palestinesi, e già nel 2018 la Shell decise di rinunciare alla propria quota trasferendola a società statali palestinesi.

Partenariato multilaterale tra Egitto, Israele e ANP Nel 2023 Israele, l'Egitto e l'Autorità Nazionale Palestinese hanno raggiunto un accordo per lo sviluppo congiunto del giacimento di Gaz Marine. In base all'intesa, il PIF e la Consolidated Contractors Company detengono ciascuno una quota del 27,5% del progetto, mentre il restante 45% spetta al consorzio del gas naturale egiziano EGAS, inoltre, una volta terminata la realizzazione degli impianti, l'estrazione del gas avverrà nelle acque palestinesi e il gas sarà trasportato tramite un gasdotto sottomarino di circa 40 miglia fino all'Egitto per la lavorazione; lì, una volta integrato nella rete energetica egiziana, il gas naturale sarà venduto, come esportazione, ai palestinesi e ad altri acquirenti. Nel giugno 2023 Israele ha concesso un'approvazione preliminare al progetto, precisando tuttavia che la sua attuazione è subordinata al coordinamento tra i propri servizi di sicurezza, l'Egitto e l'ANP, al fine di tutelare i propri interessi di sicurezza e diplomatici.

Note

Categoria:Striscia di Gaza