Il secondo esodo di profughi giuliani ebbe molteplici cause, tra cui violenze e sopraffazioni esercitate nei confronti della popolazione italiana dal regime comunista jugoslavo, e coinvolse estesi strati sociali, eterogenei per condizione socioeconomica e orientamento politico.

L'esodo fu oggetto di forti contrasti politici. Nella Trieste occupata, il Partito Comunista della Regione Giulia (sotto il controllo jugoslavo) condusse una campagna propagandistica contro gli esuli, presentando l'esodo come una manovra reazionaria del capitalismo internazionale. I profughi furono descritti come fascisti in fuga dalla "democrazia popolare" in corso di instaurazione nei territori annessi alla Jugoslavia, e come una minaccia sociale e politica per la popolazione che li ospitava, alla quale avrebbero sottratto diritti e lavoro. Riprendendo l'impostazione e la terminologia jugoslava, il Partito Comunista Italiano tenne una posizione ambigua o apertamente ostile verso i profughi. In tale contesto, se da un lato vi furono gesti di solidarietà da parte di alcune amministrazioni comunali guidate da sindaci del PCI, dall'altro si verificarono episodi di ostilità nei confronti degli esuli ad opera di militanti comunisti.

Accanto al pregiudizio politico, erano diffusi anche pregiudizi di tipo antropologico, legati al timore del "diverso", riguardo a gruppi provenienti da contesti geografici e culturali differenti, nonché pregiudizi di natura socio-economica, connessi alla percezione dei profughi come concorrenti nell'accesso a risorse scarse, nella situazione di grave crisi materiale dell'Italia del dopoguerra..

Lo Stato italiano si fece carico dell'assistenza ai profughi, cui contribuì anche la Chiesa cattolica mediante le sue strutture di assistenza come la Pontificia Commissione di Assistenza ai profughi (PCA, ente che nel 1953 muterà denominazione in Pontificia Opera di Assistenza), che si occupò principalmente della creazione di mense, refettori e posti di ristoro. Si ebbe anche l'apporto dell'iniziativa privata, che culminò con la fondazione, nel febbraio del 1947, del Comitato Nazionale per i Rifugiati Italiani, trasformato nel 1949 (con decreto del Presidente della Repubblica) nell'ente morale Opera Nazionale per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati: si occupò fra l'altro della costruzione di alloggi per profughi, della formazione professionale e del collocamento degli esuli e di assistenza ai bambini e agli anziani.

Gli apparati statali di assistenza

Il ministero dell'assistenza postbellica fu creato nel giugno 1945, con a capo l'esponente azionista Emilio Lussu., sostituito nel dicembre 1945 dal demo-laburista Luigi Gasparotto.. Il ministero aveva il compito di assistere profughi, prigionieri di guerra, reduci, militari rientrati dall'internamento e vittime civili della guerra. Nel secondo governo De Gasperi il ministro dell'assistenza postbellica, dal luglio 1946 al gennaio 1947, fu il comunista Emilio Sereni.. Nel settembre 1946 su 46.382 profughi che vivevano nei campi gestiti dal ministero, 2.996 provenivano dalla Venezia Giulia.. Il decreto che prevedeva la soppressione del ministero fu emanato il 14 febbraio 1947 e i servizi del ministero cessarono di funzionare il 24 marzo..

Nel 1946 fu costituito l'Ufficio per la Venezia Giulia, alle dipendenze del Ministero dell'Interno: aveva funzione di apparato di coordinamento (promuovendo ove opportuno la formazione di comitati giuliani e dalmati) e di sostegno, fra l'altro mediante l'erogazione ai profughi di un sussidio in denaro e la previsione di alcune concessioni di tipo assistenziale. Nel novembre del 1946 l'Ufficio per la Venezia Giulia viene sostituito dall'Ufficio per le Zone di Confine, cui spettava il compito di coordinare l'azione statale in tali zone. Fino al 1954 esso fu di fatto il più importante apparato governativo italiano sulla questione della Venezia Giulia.

Nell'ambito del ministero dell'interno fu creata una Direzione generale dell'assistenza post bellica le cui competenze comprendevano, fra l'altro, la gestione dei campi e l'assistenza ai profughi compresi quelli giuliani. Fu accantonata l'idea di istituire un Alto commissariato per i profughi della Venezia Giulia. Lussu, dall'opposizione, aveva invitato De Gasperi a impedire che sorgesse "un focolaio di nazionalismo esasperato"..

Il Ministero dell'interno fissò al 1956 la fine dell'assistenza ai profughi di guerra, ivi compresi i giuliani rimpatriati da oltre dieci anni o assistiti da oltre cinque.. La Direzione generale dell'assistenza post bellica già nel 1949 era stata fusa con la divisione Assistenza e beneficenza della Direzione generale assistenza pubblica, creando la nuova Direzione generale assistenza pubblica che rimase affidata al prefetto Ugo Severino fino al 1954 e che rimase immutata nella sua struttura fino agli anni '70..

Le associazioni degli esuli Genesi della Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia Le prime organizzazioni giuliano-dalmate in Italia nacquero alla fine del 1943, per assistere i primi profughi che avevano lasciato Venezia Giulia e Dalmazia sfuggendo all'occupazione di quelle terre da parte delle formazioni partigiane jugoslave. Gli eventi che in quel periodo originarono i primi comitati furono essenzialmente due: l'esodo da Zara (fra gli zaratini arrivati in Italia molti promossero associazioni dalmate che prestavano assistenza ai profughi svolgendo nel contempo propaganda per il ricongiungimento all'Italia di quei territori), e dopo l'8 settembre il cosiddetto "esodo nero", ossia la fuga dalla Venezia Giulia di alcune migliaia di persone compromesse con il fascismo.. Questi primi comitati giuliani e dalmati ricevettero appoggio finanziario dalla Repubblica Sociale Italiana e coloro che ne erano a capo erano di provata fede fascista..

Nel primo dopoguerra sorsero numerosi comitati giuliani e dalmati, che erogavano assistenza ai profughi e propugnavano la necessità di salvaguardare l'italianità di Venezia Giulia e Dalmazia.. Nell'immediato dopoguerra molti leader dei comitati giuliani e dalmati manifestarono un orientamento ideologico caratterizzato dal passato fascista e dallo stretto legame con i gruppi neofascisti: secondo la storica Cristiana Colummi «il passato di collaborazione con il regime dei dirigenti di molti comitati giuliani e dalmati [...] rendeva ambigua la politica di salvaguardia dell'italianità di cui queste organizzazioni si facevano portavoce».. L'azione di tali comitati fu spesso inficiata da gestioni personalistiche, da fenomeni di clientelismo e dal fatto che i vari comitati «erano in perenne lotta fra di loro, nella continua gara a proclamarsi il "vero" e più democratico rappresentante dei profughi di Fiume, della Dalmazia, delle isole del Quarnaro»..

L'influenza maggiore sul governo, dal 1945, fu esercitata dal Comitato giuliano di Roma, il cui portavoce più rappresentativo fu Antonio De Berti. Il comitato concentrò la sua attività nello studio e nell'analisi dei problemi della Venezia Giulia concretizzati nella preparazione di studi, opuscoli, mozioni presentate al governo e alle forze politiche.. De Berti, in un memoriale inviato a De Gasperi nel marzo 1947, suggerì fra l'altro la creazione di una «città giuliana» ove sistemare i profughi.. La proposta non fu accettata. Nel 1947 il Comitato giuliano di Roma si fuse con il Comitato Alta Italia Venezia Giulia e Zara, creando così il Comitato nazionale Venezia Giulia e Zara (successivamente Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in sigla ANVGD), di cui fu espressione il settimanale Difesa Adriatica.. Il suo principale obiettivo politico, scrive Colummi, era «la richiesta di revisione delle clausole del trattato di pace: la Venezia Giulia e Dalmazia, considerate nazionalmente italiane, dovevano ritornare indiscutibilmente all'Italia», in uno «spirito fortemente nazionalistico, imperialistico, di volontà di espansione verso i Balcani», con l'esplicito «richiamo alla possibilità di scatenare un'altra guerra ed il rifiuto della pace e della coesistenza pacifica tra i popoli». Da tali premesse emergeva il tentativo di instillare nei profughi «una spinta revanscista e nazionalista», comportando ciò anche la continua polemica col governo accusato di avere un atteggiamento rinunciatario e compromissorio.. Dagli articoli di Difesa Adriatica affiorava anche il risentimento contro le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e contro l'ONU, in una polemica che per linguaggio, toni e contenuti si ricollegava «alle tematiche che il movimento sociale italiano portava avanti in quegli anni e che aveva mutuato dal programma della RSI».. Nazionalismo, anticomunismo e razzismo antislavo sono temi ricorrenti nella rivista, per la quale «l'Italia, baluardo della civiltà cristiano-latina [...] viene contrapposta alla civiltà atea e barbara del comunismo».. La rivista tende a rinfocolare «un sentimento di rivalsa e di rancore» negli esuli, facendo leva su dati di fatto reali quali «il difficile inserimento degli esuli nel tessuto produttivo e sociale italiano e le preclusioni che alcuni settori dello schieramento politico ed in particolare i comunisti manifestavano nei loro confronti»..

All'inizio del 1947 il Comitato nazionale Venezia Giulia e Zara ricevette fondi governativi da distribuire ai profughi sotto forma di sussidi.. Dopo la firma del trattato di pace, però, l'erogazione di tali fondi da parte del governo cessò, in quanto quest'ultimo non ritenne più opportuno favorire la linea politica dell'associazione. Difesa Adriatica sospese le sue pubblicazioni e le riprese dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che rappresentarono per l'Associazione «l'occasione concreta di irrigidimento di una linea che avrebbe assunto poi toni sempre più marcatamente nazionalistici, revanscisti, nostalgici»..

Il giornale Difesa Adriatica propugnò il superamento dell'assistenza rivendicando l'inserimento degli esuli nel mondo della produzione: «la richiesta principale [...] formulata nei confronti del governo, riguardava la possibilità di trovare un lavoro definitivo e stabile, che permettesse ai profughi stessi di abbandonare sia pure gradualmente i campi e di ricostruirsi una vita normale»; veniva con ciò rifiutato il ricorso permanente all'assistenza nei campi e ai sussidi giornalieri.. Anche la gestione del ministero dell'assistenza da parte di Emilio Sereni divenne, per il giornale, occasione di polemica anticomunista: al ministro veniva attribuito il disegno premeditato di relegare gli esuli nei campi profughi al fine di renderli politicamente e socialmente innocui..

Il giornale si oppose alla normalizzazione dei rapporti fra Italia e Jugoslavia, e salutò con favore l'iniziativa del presidente del consiglio Giuseppe Pella, nel settembre 1953, di mobilitare le truppe italiane al confine jugoslavo..

Il Movimento Istriano Revisionista In una riunione del CLN di Pola del febbraio 1947 i partiti che ne facevano parte decisero di continuare l'attività a esodo concluso con lo scopo di ottenere "per via pacifica" la revisione del trattato di pace; fu costituito a tale scopo il Movimento Istriano Revisionista, in sigla MIR, con sede a Gorizia, che ebbe come organo L'Arena di Pola il cui direttore fu Corrado Belci.. A differenza di Difesa adriatica, tale periodico sosteneva che il ritorno dell'Istria all'Italia dovesse avvenire pacificamente: le sue posizioni più moderate distinsero inizialmente il MIR dalle altre associazioni di profughi, in quegli anni perlopiù attestate su posizioni revansciste e angustamente nazionaliste.. Nella primavera del 1948 il giornale rivendicò all'Italia anche Fiume e Zara..