Il porto di Pescara è un porto del Medio Adriatico situato alla foce del fiume Pescara. Il porto di Pescara è classificato II° categoria – I° classe, cioè di competenza del Ministero delle Infrastrutture. Oltre alle storiche strutture portuali, situate sulle banchine del fiume Pescara e chiamate porto Canale, tra il 1984 e il 1989 venne realizzata una seconda struttura immediatamente a sud della foce del fiume, il porto Turistico "Marina di Pescara", terzo approdo turistico italiano dopo quelli di Savona e Napoli e gestito dalla camera di commercio di Chieti-Pescara.

Storia

Periodo antico e medioevo Il porto di Pescara, fin dall'antichità, ha sempre rappresentato una fonte di sostentamento per le popolazioni italiche che abitavano la regione. Esso divenne poi emporio commerciale sotto i Romani, punto di snodo per il carico e lo scarico delle merci provenienti dall’interno dell’aquilano e dal Lazio tramite la via Tiburtina Valeria. Anche zone più vicine se ne avvantaggiavano, come per esempio la fornace che in epoca romana operava a Santa Teresa di Spoltore, producendo anfore a livello industriale esportate tramite imbarcazioni che risalivano il corso del fiume Pescara. La stessa cosa accadeva lungo il corso del fiume Saline, con l’altra fornace industriale rinvenuta a Marina di Città Sant'Angelo. Anche altre aree dell'interno, quali quelle del vicus di Interpromium presso l’attuale Tocco da Casauria, si servivano della via d’acqua costituita dal fiume Pescara.

Nel V e VI secolo la caduta dell'Impero romano d'occidente, le invasioni barbariche ed infine la Guerra gotica e l'invasione longobarda, determinarono una lunga fase di involuzione e di abbandono del centro abitato dovuta, oltre alle rovine ed ai saccheggi perpetrati dagli invasori, anche al venir meno di uno stato centrale; vi fu anche a seguito delle continue guerre una stagnazione e regressione economica della città, che iniziò ad arrestarsi sono intorno all'anno mille. In epoca medievale, dopo i lavori di consolidamento e rifacimento delle strutture portuali ad opera del re normanno Ruggiero II e del nobile Anfuso di Petterana, il porto pescarese conobbe una nuova fase di sviluppo, anche grazie alle Crociate, che incrementarono i traffici verso l’oriente.

Attestata in città anche la presenza di varie precettorie (o consolati), nonché di vari mercanti che vi svolgevano traffici e che vi facevano tappa anche se non vi risiedevano. Tra le varie precettorie, vi erano quella dei Templari e quella dei Cavalieri Ospitalieri (che la ereditarono), il vice consolato di Venezia, attivato verso la metà del 1600 e quello dello Stato Pontificio.

Storia Moderna Nel Quattrocento la Repubblica di Venezia esercitava incontrastata il suo ruolo di potenza marittima, considerando i vari porti presenti lungo l’Adriatico come delle sue colonie ed arrivando, in caso di conflitti, ad impartire dure punizioni come accadde a Pescara nel 1482. Tra i mercanti veneziani, sembra che la marineria di Chioggia espletasse un ruolo primario in Abruzzo, infatti essi erano interessati ad importare nel mercato di Venezia derrate alimentari quali vino, olio, aceto, agrumi, riso e lana. Anche nell'entroterra si andavano sviluppavando ulteriori traffici, con molte città quali L’Aquila che beneficiarono di un sostanziale sviluppo in quegli anni, con i loro traffici che attiravano anche una folta platea di mercanti fiorentini alla ricerca di zafferano, lana e seta e, dietro di loro, la stessa famiglia dei Medici, che per incrementare il commercio di lana e zafferano acquistò tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento tutti i feudi dell’antica baronia di Carapelle, compresi Rocca Calascio e Santo Stefano di Sessanio.

I traffici di queste merci via mare passavano dal porto di Pescara, che restava per i mercanti la via meglio collegata per raggiungere Napoli dall'Adriatico. Il porto aveva i suoi traffici giornalieri, ed aveva anche varie locande che ospitavano la gente di passaggio, ma erano altre le realtà ad imporsi nella zona, come Lanciano, che nel periodo che va dal Quattrocento a quasi tutto il Cinquecento, ebbe uno sviluppo assai maggiore di Pescara, diventando uno dei principali punti di snodo dei traffici commerciali tra il Regno di Napoli, l'Italia settentrionale e l’Europa, con il porto di San Vito che conseguentemente crebbe di importanza. Tra la fine del Cinquecento e la prima metà del Seicento importanti mutamenti scompigliarono gli equilibri commerciali italiani, quali la scoperta di nuove rotte commerciali, con un conseguente abbassamento dei costi, la crescente espansione ottomana nell’Egeo, con la scomparsa di preziose rotte commerciali per Venezia e Genova ed il fatto che ormai le merci non seguivano più i mercanti ma viaggiavano autonomamente, fatto che rendeva impellente la sicurezza dei traffici marittimi, posti a rischio dalle frequenti incursioni dei pirati e della flotta ottomana.

La fiera di Lanciano, con le mutate condizioni di incertezza, si ridimensionò a vantaggio del porto di Pescara, che ritenuto assai sicuro grazie anche alla presenza della grande fortezza, conobbe una discreta crescita commerciale. Uno studio recenteAntonino Orlando, op. cit. pag. 29. evidenzia come nei primi anni del 1600, precisamente nel 1640, Pescara, grazie alla politica di esenzione fiscale attuata dagli spagnoli, ormai annoverasse quasi 600 famiglie, molte delle quali provenienti dalla Romagna. Lo studio evidenzia i traffici marittimi che passarono per Pescara nel 1639, l'unico anno per cui sono state rinvenute informazioni certe. Il quadro è quello di una realtà dinamica, che racconta di un porto ove transitano diversi prodotti commerciali, spesso diretti alla vicina Chieti ma anche verso L’Aquila, Penne, Sulmona, Caramanico e Napoli; le merci provenienti da Venezia infatti potevano arrivare a Pescara in 11 giorni, ed in altrettanti giorni, attraverso la “Via degli Abruzzi”, giungere a Napoli, consentendo alle merci di transitare fra le due grandi città portuali italiane in soli 22 giorni.

Nell’ambito di questa corrente di traffici con il nord Italia, Pescara fu privilegiata come nuovo punto di riferimentoAntonino Orlando, op. cit. pag. 31, in quanto era in grado di offrire maggiori garanzie quanto a sicurezza ed economicità, anche grazie al “franco imposte del feudatario” e dell’esenzione fiscale degli spagnoli; inoltre, essa offriva un migliore collegamento con l’entroterra e con Napoli, poiché nel 1600 la circumnavigazione della penisola, a causa dei numerosi navigli turchi presenti nel mediterraneo, era ritenuta una soluzione insicura. La fortezza, inoltre era uno dei più importanti baluardi difensivi del Regno, ed impegnava nel 1612 la ragguardevole cifra di 9.628 ducati per i lavori di manutenzione, più di quelli destinati al Castel Novo a NapoliEnzo Fimiani, “Una città – piazzaforte del Mezzogiorno italiano: Pescara tra XVI e XIX secolo”pag. 101, a cura di Aurelio Musi, Napoli, Ed. Scientifiche Italiane , anno 2000, il quale a sua volta cita AGS, Estado Nàpoles, I.1107, f.92, Ordinanza del viceré conte di lemos, 15 Ottobre 1612, trascritta in G. Coniglio, “Declino del viceregno di Napoli (1599 – 1689)”. Tutte queste condizioni favorevoli consentirono un commercio “stanziale” praticato da mercanti forestieri, veneziani e bergamaschi in particolare, che gestivano i loro traffici attraverso il porto di Pescara. Venezia, in seguito alle lunghe guerre effettuate con gli Ottomani, aveva perso moltissime isole nell’Egeo, e fu quindi costretta a ridimensionare i suoi traffici, orientandoli verso l’interno del bacino dell’Adriatico, specie per il proprio rifornimento di alcune materie prime e della lana.

Questi mercanti forestieri operanti a Pescara, in particolare i veneziani, spesso operavano in nome proprio per conto altrui, ed avevano il compito di reperire grandi quantità di lana che inviavano nei laboratori commerciali della bergamasca, reimportando in Abruzzo il prodotto finito. Nel 1600 questo ridimensionamento dei traffici veneziani determinò una riorganizzazione mercantile della repubblica su basi diverse, di cui si avvantaggiò Pescara.In questo periodo il traffico del porto di Pescara era superiore a quelli di Ortona e San Vito, e lo studio citatoAntonino Orlando, op. cit rileva che mentre quei due scali erano utilizzati da una serie di grossi mercanti, residenti in Chieti e Lanciano, che controllavano una buona parte del commercio all’ingrosso costiero, quello di Pescara era invece orientato verso una pluralità di destinazioni (Chieti, L’Aquila, Sulmona, Penne) e trattava merci molto più variegate. Dai registri di carico e scarico delle merci si apprende come esse provenissero da Bergamo, Salò, Cremona, Firenze, Fabriano, Murano, Lugano e dalla Germania. Numerosi erano i prodotti delle manifatture bergamasche importati, in quanto in Abruzzo non si erano ancora sviluppate attività di tipo manifatturiero od industriale al di fuori della produzione delle apprezzate ceramiche di Castelli e delle coperte di lana, prodotte a Palena e Taranta Peligna.

La dichiarata ostilità di Lanciano, che si oppose sempre a che Pescara avesse una propria grande fiera, contribuì a limitare l'approdo pescarese solo a luogo di transito di merci, ostacolando lo sviluppo di un proprio centro mercantile ricco e florido. Nuovi problemi inoltre arrestarono lo sviluppo cittadino negli anni 1656 e 1657, a seguito di una terribile epidemia di peste. A distanza di 140 anni dall’attacco di Piyale Paşa, si aprì per Pescara un nuovo terribile ciclo di avvenimenti funesti, nei quali la città subì numerosi assedi, come nel 1707, nel 1734, nel 1798, nel 1799, 1806 e 1815, eventi che impedirono qualunque tipo di sviluppo sociale od economico.

Storia contemporanea

Nell’Ottocento, precisamente il 27 aprile 1825, Melchiorre Delfico si fece promotore di un progetto di potenziamento del porto pescarese, depositando un apposito progetto ove lo studioso, in modo assai acuto, dimostrava l’utilità dell’opera. Egli asseriva la necessità di edificare due banchine in forma non parallela della lunghezza di 960 canne (m. 2.540), utilizzando palafitte, graticolato e breccia, ed una grande scogliera avrebbe dovuto proteggere il porto dalle onde, prevedendo anche un sistema di chiuse tra i pilastri delle banchine, un faro ed un lazzaretto sulla banchina. Se l’opera fosse stata realizzata così come ideata da Delfico, Pescara che nel 1700 era già il primo porto d’Abruzzo sarebbe rimasto probabilmente tale anche negli anni successivi. Fu preferito, invece, investire su Ortona e Vasto, anche a causa dei bassi fondali che da sempre sono stati problematici per i navigli che dovevano attraccare su Pescara. Nonostante le difficoltà, tra la fine del 1800 ed i primi anni del 1900 il porto di Pescara fece comunque da volano allo sviluppo industriale della Val Pescara: infatti già intorno al 1890 vennero avviati degli insediamenti estrattivi minerari a Scafa e San Valentino dalla società tedesca Reh e dalla società inglese “The Neuchatel Asphalte Company”. Quest’ultima aveva incrementato la produzione di asfalto e bitume da 7.900 a 20.000 tonnellate con un movimento finanziario salito ad 800.000 lire. Il porto di Pescara era anche ben servito dalle linee di comunicazione, infatti oltre alla ferrovia Adriatica che già transitava in città dal 1863, nel 1887 venne attivato il tronco ferroviario Pescara - Sulmona, e nel 1888 la linea veniva completata fino a Roma. In tal modo la distanza con la capitale si riduceva a 240 Km, percorribili in qualche ora di treno.