Ticinum fu una città romana della Regio XI Transpadana, corrispondente all’odierna Pavia, di cui rappresenta la fase più antica. Il centro conobbe un notevole sviluppo in età tardo-romana, assumendo un ruolo strategico che lo rese teatro di eventi di primaria importanza, tra cui la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476. Nel 540 divenne sede regia e quindi capitale del Regno ostrogoto. Tra la fine del VI secolo e gli inizi del VII, fu l’unico municipium romano in Italia a mutare ufficialmente il proprio toponimo, passando da Ticinum a Papia, nome evolutosi poi nell’attuale Pavia. Le ragioni di questo cambiamento, come pure il significato del nuovo nome, non sono state ancora chiarite.

Storia Le origini

Nel punto in cui oggi sorge Pavia, il fiume Ticino, in età preromana, sfociava direttamente nel Po. Proprio presso la confluenza dei due corsi d’acqua, in un territorio allora abitato da popolazioni appartenenti alla cultura di Golasecca, secondo il racconto di Tito Livio il principe celtico Belloveso avrebbe sconfitto gli Etruschi intorno al 600 a.C., per poi fondare, più a nord, la città di Mediolanum.

Secoli più tardi, durante la seconda guerra punica, nel 218 a.C., Publio Cornelio Scipione, dopo aver risalito il Po con l’esercito romano da Piacenza, nel tentativo di sbarrare la strada alle forze cartaginesi guidate da Annibale, fece costruire un ponte sul Ticino approssimativamente nel punto in cui oggi si trova il ponte Coperto. Attraversato il fiume, Scipione venne sconfitto da Annibale nella celebre battaglia del Ticino.

Le informazioni relative all’insediamento preromano nella zona sono scarse, e tutto lascia supporre che esso non fosse di grande entità. Secondo Plinio il Vecchio, Ticinum fu fondata da due popolazioni, i Levi e i Marici, di origine incerta: Plinio il Vecchio e Tito Livio li definiscono liguri, mentre Polibio li considera di stirpe celtica; Claudio Tolomeo, invece, attribuisce la fondazione agli Insubri. Si tratta tuttavia, come osservato da Ermanno Arslan, di classificazioni da non accettare rigidamente, poiché nella percezione romana del II-I secolo a.C., gli aspetti etnico-culturali dei gruppi con cui Roma entrava in contatto erano valutati principalmente attraverso la presenza di elementi della cultura di La Tène, ben riconoscibili e familiari agli osservatori antichi.

Gli elementi di sostrato, al contrario, non venivano generalmente colti. Ne derivava che comunità, come Insubri, Boi e Cenomani, pienamente latenizzate, fossero classificate nelle narrazioni storico-geografiche come “Celti”. I gruppi in cui il processo di adesione alla cultura di Le Tène appariva solo parziale o più limitato, quali i Laevi e i Marici, venivano invece descritti in modo oscillante, talora come Celti e talora come Liguri, evidenziando l’ambiguità della categorizzazione etnica adottata dagli autori romani che non erano in grado di comprendere il sostrato etnico culturale unitario di queste popolazioni.

L’archeologia, tuttavia, non consente al momento di risolvere la questione, poiché nel sito dell’attuale Pavia non sono state rinvenute tracce certe di un abitato preromano, ma solo reperti isolati, come uno strumento litico preistorico emerso durante i restauri della chiesa di Santa Maria Gualtieri e alcuni frammenti ceramici. Più significativi risultano invece i rinvenimenti effettuati nel 1908 nella parte terminale dell’attuale corso Cavour, dove sono state scoperte alcune tombe databili tra il II e il I secolo a.C. Esse contenevano corredi tipici della fase di romanizzazione, nei quali compaiono tuttavia anche elementi di tradizione celtica, quali fibule e ceramiche. Probabilmente, in questi decenni di penetrazione sempre più capillare della cultura romana nella Cisalpina, nacque forse a Ticinum intorno al 100 a.C. lo storico e biografo Cornelio Nepote.

Dall'età repubblicana fino al III seco d.C.

Le notizie relative alla Ticinum repubblicana sono scarse e frammentarie. È noto tuttavia che nell’89 a.C., in seguito alla Lex Pompeia de Gallia Citeriore promulgata da Pompeo Strabone, la città ottenne lo status di colonia. La sua posizione strategica nell’entroterra padano le conferì un ruolo significativo durante le campagne di Gaio Giulio Cesare per la conquista della Gallia (58–50 a.C.): le fonti attestano infatti che nei dintorni della città furono reclutate alcune tra le più celebri legioni cesariane, la XIII e la XIV. Nel 49 a.C., nel contesto della Lex Roscia, Cesare elevò Ticinum al rango di municipium civium Romanorum, assegnandola alla tribù Papiria.

Durante l’età augustea la città conobbe un periodo di particolare prosperità. La completa centuriazione del territorio agrario, unita alla pacificazione e al controllo dei valichi alpini, favorì la sicurezza delle comunicazioni e l’intensificarsi dei traffici commerciali. È a questo periodo che risale la visita dell’imperatore Augusto e di Livia (9 a.C.), diretti a incontrare Tiberio, appena rientrato dalle campagne di Dalmazia e Pannonia. Proprio a Ticinum giunse la notizia della morte di Druso maggiore, figlio di Livia, rimasto gravemente ferito sul fronte renano. Il corpo del generale fu trasportato in città, da dove mosse il solenne corteo funebre verso Roma, accompagnato dalla famiglia imperiale.

La sosta di Augusto a Ticinum va interpretata come segno della particolare attenzione dell’imperatore verso la città, ma anche della lealtà dimostrata da questa nei confronti della dinastia giulio-claudia. Tale rapporto di fedeltà trova forse conferma nella porta orientale monumentale, realizzata tra il 7 e l’8 d.C. e parzialmente inglobata nell'alto medioevo all'interno del Palazzo Reale longobardo, concepita come un vero e proprio arco onorario sormontato dalle statue dei membri della famiglia imperiale (con Augusto e Livia in posizione centrale) e ornato da dieci iscrizioni celebrative.

Al centro di un fertile territorio agricolo, nel corso del I secolo d.C. Ticinum si distinse anche per la produzione, grazie alla sabbia bianche del Ticino, del vetro e del lino, mentre, contemporaneamente, era attivo in città un collegio di nautae (addetti alla navigazione), segno dell'importanza commerciale delle vie d'acqua che collegavano Ticinum, da un lato al lago Maggiore, e dall'altro, a Ravenna, il mare Adriatico e Aquileia. Continuando una tradizione risalente all'età di Cesare, la città fornì (e andrà avanti a farlo fino a alla fine del III secolo d.C.) un buon numero di legionari inviati al fronte renano e danubiano e pretoriani, noti soprattutto grazie alle loro iscrizioni funebri, mentre le classi medio-alte furono impegnate in incarichi più prestigiosi. Sappiamo infatti di senatori provenienti da Ticinum, alcuni dei quali raggiunsero i vertici più alti del governo imperiale, quali P. Valerius Patruinus, governatore della Siria dall'87 al 90 d.C., C. Minicius Fondanus, governatore della Dalmazia e poi proconsole d'Asia nel 122-123 d.C. e T. Didius Priscus, che fu, verso la fine del I secolo d.C., prima tribuno militare della III legione Augusta e poi proconsole della provincia della Gallia Narbonese.

Dall’età augustea sino alla fine del III secolo d.C. la storia di Ticinum si intreccia con quella generale della penisola, emergendo solo in pochi episodi documentati. È plausibile che la città abbia goduto, per lunghi tratti, di una stabile prosperità economica, in parte riflesso dello sviluppo della vicina Mediolanum. Durante la guerra civile del 68–69 d.C., le truppe di Otone tentarono invano di impadronirsi della città, che fu invece occupata dalle forze vitelliane comandate da Valente. Poco dopo, l’imperatore Vitellio sostò personalmente a Ticinum durante il viaggio dalla Gallia a Roma, ricevendovi un’ambasceria del Senato.

Circa due secoli più tardi, tra il 268 e il 270 d.C., la città fu nuovamente teatro di eventi di rilievo per la storia imperiale. Nel 268 l’imperatore Gallieno venne assassinato nei pressi di Mediolanum a seguito di una congiura di ufficiali, tra i quali potrebbe essere stato coinvolto anche Claudio il Gotico, all’epoca comandante un reparto di cavalleria stanziato a Ticinum. Nel 271, morto Claudio, l’Italia settentrionale fu investita da una devastante incursione degli Alamanni, che misero a ferro e fuoco la Pianura Padana. L’imperatore Aureliano, giunto dalla Pannonia, subì inizialmente una sconfitta nei pressi di Placentia, ma riuscì successivamente a riportare una vittoria decisiva nei pressi di Ticinum. A tali eventi si collegano verosimilmente alcune epigrafi di legionari appartenenti alla legio II Adiutrix e alla legio XII Gemina, oggi conservate nei Musei Civici della città.

Nel 274 d.C. l’imperatore Aureliano trasferì la zecca imperiale da Mediolanum a Ticinum. Tale scelta, oltre a riflettere la volontà di rafforzare il controllo sull’area, testimonia il rinnovato peso economico e strategico della città, che continuava a occupare una posizione nodale nel sistema delle comunicazioni terrestri e fluviali dell’Italia settentrionale. La zecca coniò sia monete auree, sia in argento e bronzo e fu addirittura dotata di ben sei officine. Cessò l'attività tra il 326 e il 327.

Da Diocleziano alla caduta dell'Impero di Occidente

Nel 286 d.C. Massimiano scelse Mediolanum come sede stabile del proprio governo, conferendole il ruolo di fulcro politico e amministrativo dell’Italia settentrionale. La presenza della corte imperiale e dei reparti dei comitatensis, abitualmente dislocati nei pressi delle residenze imperiali, trasformò in modo profondo l’assetto territoriale della regione e, per riflesso, anche quello della vicina Ticinum.

Già nel 352 la città fu teatro di uno scontro significativo: in quell’anno l’imperatore Costanzo II riportò nei suoi pressi una vittoria sull’usurpatore Magnenzio. Tuttavia, nel corso del IV secolo, Ticinum accrebbe progressivamente la propria importanza strategica, favorita dalla prossimità a Mediolanum e dai collegamenti fluviali che assicuravano l’accesso al mare Adriatico.

La testimonianza di Sulpicio Severo, che ricorda come il padre di San Martino di Tours, tribuno militare, si fosse trasferito a Ticinum da Sabaria in Pannonia subito dopo la nascita del figlio, conferma il carattere militare della città, dove Martino trascorse l’infanzia e ricevette la prima educazione cristiana. A questa vocazione marziale si ricollega il ritrovamento, nei pressi di San Genesio, di un tesoretto interpretato come la cassa di un reparto di comitatensi, indizio di una circolazione di ricchezza legata alla presenza delle truppe e alla vitalità economica che ne derivava.

Tuttavia, la vicenda di San Martino di Tours è anche indicativa dell'inizio della diffusione del cristianesimo a Ticinum, sulla quale rimangono ancora parecchie lacune. Secondo la tradizione, la nuova religione giunse in città grazie alla predicazione di San Dalmazzo intorno alla metà del III secolo, tuttavia informazioni più precise si hanno solo per la prima metà del secolo successivo, quando fu vescovo di Ticinum San Siro (morto intorno al 350) che fondò, sempre secondo la tradizione, la prima chiesa della cittàː Santi Gervasio e Protasio.

Durante il IV secolo, Ticinum dovette godere di una certa prosperità, sufficiente a sostenere sia le guarnigioni imperiali sia i gruppi di barbari insediati dall’autorità romana nelle vicinanze. L’intenso movimento di uomini e risorse connesso alla funzione militare e amministrativa dell’area milanese contribuì a consolidare la posizione della città, che, salvo l’episodio del 352, rimase ai margini dei conflitti armati.