I periodici femminili italiani durante il fascismo rappresentarono una componente significativa del panorama editoriale nazionale. Scritti e diretti in larga parte da donne, queste pubblicazioni – mensili, quindicinali, annuali – si rivolgevano a lettrici di diversa estrazione sociale, culturale e politica.

La stampa femminile fu uno strumento centrale nella costruzione e diffusione dell’immagine ufficiale della “donna nuova”, reinterpretata dal fascismo in chiave funzionale al progetto totalitario del regime. Il fascismo promosse un modello femminile fondato sulla maternità, sulla dedizione alla famiglia e sulla dipendenza all'uomo, sintetizzato dalla celebre affermazione di Benito Mussolini: «La maternità sta alla donna, come la guerra sta all'uomo».

La produzione periodica femminile fu tuttavia eterogenea. Accanto ai periodici ufficiali del Partito Nazionale Fascista (PNF), sorsero o continuarono a circolare testate di matrice cattolica, emancipazionista, commerciale o letteraria. Alcune riviste aderirono esplicitamente alla linea del regime o si adattarono progressivamente alle sue direttive, altre mantennero spazi di autonomia culturale, altre ancora furono oggetto di censura, chiusura o sequestro. Spesso, infine, all'interno dello stesso contenitore editoriale coesistettero modelli plurali, portatori di immagini femminili divergenti.

La storiografia ha evidenziato come queste pubblicazioni costituiscano una fonte preziosa per comprendere la costruzione dei modelli femminili durante il fascismo, le politiche di genere e le forme di negoziazione tra propaganda e quotidianità, problematizzando l'immagine ufficiale e monolite della "donna nera" del ventennio.

Origini e contesto storico

La stampa femminile italiana affonda le sue radici nel XIX secolo, in particolare all’ambito patriottico, religioso e emancipazionista. Già nella seconda metà dell’Ottocento, alcune testate promuovevano l’istruzione femminile, il ruolo della donna nella società e la partecipazione politica. All’inizio del Novecento il panorama editoriale si diversificò ulteriormente: accanto ai fogli socialisti e cattolici, emersero riviste borghesi e femministe, spesso in contrasto su temi come il suffragio, il lavoro, la famiglia e l’educazione.

La Grande Guerra accelerò l’ingresso delle donne nel lavoro agricolo, industriale e impiegatizio. Numerose riviste documentarono questa trasformazione, proponendo modelli di donne attive, autonome e socialmente impegnate. Fu nel primo dopoguerra che la stampa femminile italiana si trovò al crocevia tra le istanze emancipazioniste maturate nel decennio precedente, l'avvenuta adesione al principio del "dovere nazionale" e all'irredentismo da parte di molte associazioni, di cui fu voce il quindicinale L'Unità italiana (poi L'Unità d'Italia, 1916-1919), e l’emergere di un nuovo ordine politico, segnato dall'involuzione autoritaria dello stato liberale e da un clima diffuso di tensione sociale. Il movimento delle donne attraversò allora una fase di frammentazione e indebolimento politico, preludio a un progressivo arretramento.

La crisi economica, la riconversione industriale e il ritorno dei soldati dal fronte resero centrale la questione del lavoro extradomestico femminile, percepito come minaccia alla famiglia tradizionale e allo status maschile. Anche in ambito emancipazionista, il lavoro a domicilio, sostenuto in seguito dalle organizzazioni femminili fasciste in quanto conciliabile con le funzioni materne, venne indicato come la soluzione più efficace per contenere i contrasti sociali. 1919-1926

Il 1919 segnò una svolta normativa e culturale: con la legge n. 1176 del 17 luglio 1919 venne abolita l'autorizzazione maritale, conferendo alle donne italiane la piena capacità giuridica. Si avviò, senza giungere a compimento, il processo di estensione del suffragio.

Sulla spinta del dibattito parlamentare sul suffragio femminile, il 1919 fu anche un anno di espansione editoriale. Nacquero diversi periodici legati all'area emancipazionista, alcuni dei quali di vita breve: Il Cimento (1919-1920), organo della sezione italiana della Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà (WILPF); L'idea femminile (1919-1920), cui collaborarono esponenti del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (CNDI) e dell'Associazione per la donna; Uguaglianza (1919-1922), espressione di un circolo socialista attivo tra le lavoratrici; Voce nuova (1919), impegnato nella campagna suffragista; Il giornale della donna (1919-1935), vicino all'Alleanza internazionale Pro-Suffragio. Sorsero anche testate come Vita femminile (1919-1943), Lidel (1919-1935) e, dal 1920, Almanacco della donna italiana (1920-1943), rivolte ad un pubblico femminile colto, urbano e socialmente attivo.

La maggior parte di queste riviste, pur nella varietà di impostazioni, condivideva l’obiettivo di valorizzare il ruolo della donna nella società civile, nel lavoro e nella cultura, promuovendo il diritto di voto e l’accesso alle professioni. Altre, come Vita femminile, pur non rivendicando posizioni politiche esplicite, offrivano spazi di espressione culturale e professionale, con rubriche dedicate alla moda, alla letteratura, alla maternità e al lavoro.

In questo clima anche il fascismo delle origini sembrò recepire alcune istanze emancipazioniste: tra i circa 120 partecipanti al raduno di piazza San Sepolcro del 23 marzo 1919, si contavano nove donne – tra cui Margherita Sarfatti, Regina Terruzzi, Giselda Brebbia, Luisa Rosalia Dentici – provenienti dal socialismo, dal sindacalismo rivoluzionario e dall’associazionismo laico.

Il programma fondativo dei Fasci di combattimento includeva il suffragio universale senza restrizioni, con diritto di voto e di eleggibilità per le donne. Alcune delle militanti si espressero anche a favore del divorzio e del riconoscimento della paternità naturale e il movimento sembrò aperto alla militanza femminile attiva.

L’ascesa del fascismo nel 1922 non comportò inizialmente una rottura netta con il movimento femminile, ma avviò un graduale ridimensionamento della sua autonomia e un riorientamento dei temi trattati. Gli stessi gruppi femminili fascisti videro ridefiniti e limitati i loro compiti, creando un certo scontento tra le "femministe fasciste" della prima ora.Delle circa 120 persone che parteciparono al raduno di piazza San Sepolcro a Milano solo nove erano donne - tra cui Margherita Sarfatti, Regina Terruzzi, Giselda Brebbia e la fiumana Elisa Majer Rizzioli - diventate qualche centinaio durante la marcia su Roma. Cfr.: Lo schema di Statuto dei Fasci del 1922 stabiliva che i gruppi femminili non potessero assumere iniziative di carattere politico "essendo loro compito il coordinare, sotto il controllo dei Fasci, le iniziative di propaganda, beneficenza e assistenza”.

Nel nuovo clima politico, molte associazioni femminili si orientarono verso posizioni nazionaliste e conformi all'ideologia del regime. All'interno del Consiglio Nazionale delle Donne Italiane, le dirigenti liberali e suffragiste dovettero confrontarsi con esponenti vicine al fascismo, come Teresa Labriola, Augusta Reggiani Banfi, futura dirigente dei fasci femminili, e Paola Alferazzi Benedettini, direttrice de Il giornale della donna. Il congresso del 1923, dedicato all’educazione familiare, rifletté la crescente enfasi sui valori patriottici e sul ruolo materno.

Nello stesso anno, il IX Congresso dell’Alleanza Internazionale Pro-Suffragio, tenutosi a Roma, vide l’intervento di Mussolini, presidente onorario, che si dichiarò favorevole al voto amministrativo femminile.Il discorso di Mussolini venne pubblicato ne Il Giornale della donna, 15 maggio 1923 e un'intervista al fondatore del fascismo, a cura di Ester Lombardo, dal titolo Fascismo e femminismo, comparve in Vita femminile del maggio 1923. Cfr.: La proposta, più orientata al consolidamento del consenso che al riconoscimento effettivo dei diritti, alimentò speranze in diverse esponenti suffragiste, che iniziarono a vedere nel fascismo una forza modernizzatrice, espressione di forze giovani e vitali. Nel gennaio di quello stesso anno, tuttavia, vennero approvate misure volte ad espellere la manodopera femminile impiegata durante la guerra e a limitarne l'accesso alle carriere direttive e agli impieghi pubblici.

Nonostante l’assassinio di Matteotti e la svolta autoritaria del regime, molte associazioni femminili mantennero un atteggiamento prudente o conciliante con il regime che si stava instaurando. La legge sul voto amministrativo femminile, approvata nel 1925, fu svuotata di significato dalla successiva riforma podestarile che abolì le elezioni locali, segnando di fatto la fine del movimento suffragista.

Fascistizzazione della stampa femminile

Inizialmente Mussolini accolse con favore le attività editoriali femminili esistenti, non avendo ancora definito una chiara politica nei confronti del movimento femminile, né costituito una sezione dedicata alle donne all'interno del partito. Attribuendo una certa importanza al giornalismo, incoraggiò le donne a lui politicamente vicine – come Teresa Labriola, la firma più ricorrente nella stampa politica femminile, Regina Terruzzi, ex collaboratrice del quindicinale socialista La Difesa delle lavoratrici e Margherita Sarfatti, già collaboratrice dell'Avanti!, ispiratrice di importanti pubblicazioni fasciste, come Ardita, e direttrice editoriale di Gerarchia - a ricoprire incarichi direttivi e a promuovere nuove testate. L'attivismo maturato nelle associazioni emancipazioniste permise a molte delle donne coinvolte in queste nuove imprese editoriali, o in quelle già esistenti, di mantenere una certa indipendenza di pensiero, soprattutto sulle questioni inerenti al rapporto tra i sessi.

Questa apertura da parte di Mussolini si rivelò tuttavia strumentale e transitoria. La cosiddetta “svolta del ’25”, segnata dal suo discorso alla Camera del 3 gennaio, sancì l’abbandono di ogni ambiguità liberale e l’avvio della dittatura. Una serie di provvedimenti noti come Leggi fascistissime culminarono nella scioglimento dei partiti, dei giornali di opposizione, della libertà di associazione e sindacale, e nella creazione di un regime monopartitico.

I principali quotidiani d'informazione di ispirazione liberale, come il Corriere della sera e La stampa, non vennero chiusi, ma indotti gradualmente, attraverso minacce, sequestri ed epurazione delle direzioni, ad allinearsi al fascismo. Anche la stampa femminile fu oggetto di una politica di controllo e subordinazione, sebbene la censura colpisse meno le riviste dei quotidiani. Alcune testate si allinearono, altre vennero marginalizzate o direttamente sequestrate, come La Difesa delle lavoratrici, quindicinale delle donne socialiste. Chi non si conformò al regime venne progressivamente allontanato. Laura Casartelli Cabrini, sindacalista ed emancipazionista curatrice della rubrica Rassegna del movimento femminile italiano pubblicata nell'Almanacco della donna italiana (1920-1943), fu esclusa dalla redazione in seguito alle critiche mosse al governo fascista per la mancata attuazione delle promesse fatte al movimento femminile e per il suo carattere violento e liberticida. Nel 1925 venne sostituita con la fascista moderata Ester Lombardo, ex attivista dell’Associazione nazionale delle donne e già direttrice de La vita femminile. La rubrica Rassegna del movimento femminile italiano venne infine soppressa nel 1928.