Il decreto radicale () è stato un decreto emanato dal capo del governo tedesco Willy Brandt e dai capi di governo dei Länder il 28 gennaio 1972.

Questa legge includeva il divieto di impiego di estremisti nell'intera pubblica amministrazione, sia a livello federale che statale. Chiunque fosse stato considerato "anticostituzionale" dal Bundesamt für Verfassungsschutz veniva classificato come estremista. L'appartenenza a organizzazioni e partiti definiti "anticostituzionali" (ad esempio, partiti comunisti o organizzazioni come la Vereinigung der Verfolgten des Naziregimes/Bund der Antifaschisten e la Deutsche Friedensgesellschaft/Vereinigte Kriegsdienstgegner) era considerata un atteggiamento palesemente anticostituzionale. Il decreto prevedeva sia che le persone anticostituzionali non potessero essere assunte, sia che i funzionari pubblici potessero essere licenziati se fosse stato dimostrato che avevano un atteggiamento di questo tipo.

Da tale legge derivò inoltre per i funzionari pubblici l'impegno a lavorare sempre per la libera democrazia, come espresso nella Legge fondamentale tedesca.

Il decreto radicale includeva teoricamente radicali ed estremisti sia di destra che di sinistra, ma in realtà andò a includere radicali di sinistra e comunisti, e quindi colpì quasi esclusivamente i gruppi politici di sinistra opposti alla SPD.

In seguito a tale regolamentazione, le autorità hanno valutato 3,5 milioni di cittadini negli anni dal 1972 al 1985. Di questi, 1.250 insegnanti e dipendenti universitari non sono stati assunti, mentre circa 260 persone sono state licenziate.

Nel 2016, il Land della Bassa Sassonia ha istituito una commissione per indagare sull'uso dei divieti di assunzione di determinati dipendenti pubblici.

Il decreto fu infine abolito dal governo SPD-FDP nel 1979, poiché non godette più di alcun sostegno politico.

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