La dottrina della struttura fondamentale () è una teoria giuridica di common law secondo cui, presentando la Costituzione di uno Stato sovrano, determinati caratteri (sia espliciti che impliciti) fondamentali ed immanenti per la stessa esistenza dell’ordinamento giuridico, questi non possano essere minati in alcun modo dal legislatore, neanche con un processo di revisione della legge fondamentale.
Questa teoria, per alcuni versi affine e sovrapponibile alle teorie di civil law dei c.d. “Controlimiti” (già riconosciuti dalla Corte costituzionale italiana, tedesca e francese) è attualmente riconosciuta in India, Bangladesh, Malesia, Pakistan e Uganda ed è stata applicata anche in Nepal. Essa è stata sviluppata dalla Corte Suprema dell'India in una serie di casi di diritto costituzionale negli anni '60 e '70 che culminarono, infine, nel caso Kesavananda Bharati v. The State of Kerala, dove la teoria è stata formalmente adottata. Il Bangladesh, invece, è forse l'unico sistema giuridico al mondo che riconosce questa dottrina in modo espresso, scritto e rigido attraverso l'articolo 7B della sua Costituzione.
In generale, essa si esplica come rafforzamento di garanzia della Costituzione che, pur conferendo al relativo Parlamento o a procedimenti equivalenti il potere di modificare quest’ultima, non può ammettere un conferimento tanto assoluto o discrezionale, perché questo potrebbe essere la base di numerosi abusi del diritto. È in questo quadro, dunque, che la corrispondente Corte suprema (o la Corte costituzionale), esaminando il testo, la ratio legis e sistematicamente il documento, si trova a svolgere il ruolo di “ultimo uomo” al fine di evitare che una legge approvata dal Parlamento che non ne soddisfi i requisiti fondamentali, modifichi il testo costituzionale, invalidandola ove opportuno.
Nello specifico del caso Kesavananda, ad esempio, il giudice Hans Raj Khanna sostenne, in virtù di questa enucleazione giurisprudenziale, che la Costituzione indiana presentasse alcuni tratti fondamentali che non potessero essere alterati o rimossi dagli emendamenti del Parlamento indiano, tra cui i diritti fondamentali garantiti agli individui dalla stessa Costituzione.
Questa dottrina, pertanto, costituisce ad oggi la base del potere delle Corti supreme di common law, pur dovendo essere singolarmente recepita in ogni ordinamento giuridico, di esaminare e annullare gli emendamenti costituzionali e le leggi emanate dal Parlamento che siano in conflitto con questa "struttura fondamentale" della Costituzione o che mirino ad alterarla. I tratti fondamentali della Costituzione, poi, non sono stati volutamente definiti esplicitamente dalla magistratura (spesso a causa anche della genericità del testo costituzionale stesso), e la rivendicazione di un particolare aspetto della Costituzione come "fondamentale" è dunque determinata caso per caso.
Critiche La critica principale a questa dottrina, sin dalla sua formazione, è che questa non abbia alcun fondamento normativo (né alcun aggancio) nel linguaggio della Costituzione, che invece dovrebbe essere interpretata nella sua forma più letterale, o quantomeno ragionevolmente affine ad essa, cosa che garantirebbe più certezza del diritto. Inoltre, oltre alla sua dubbia situazione, i suoi detrattori ritengono anche che la dottrina conferisca alla magistratura il potere di imporre la propria visione contro un governo democraticamente formato e legittimato dalla popolazione, dando luogo a quella che il Ministro dell'Unione indiano Arun Jaitley definì "la tirannia dei non eletti ".
Note
Categoria:Diritto costituzionale Categoria:Filosofia del diritto Categoria:Principi giuridici Categoria:Diritto bangladese Categoria:Diritto indiano Categoria:Common law