Il capitalismo razziale è un concetto che spiega come l'accumulazione di capitale all'interno del capitalismo in alcune società venga realizzata attraverso l'estrazione di valore sociale ed economico da persone con identità razziali emarginate, in particolare dalle comunità nere, indigene e mulatte. Alcuni studiosi lo vedono come una riformulazione della storia del capitalismo negli Stati Uniti, soprattutto in relazione ai neri e all'eredità della schiavitù.
Origine del termine Il concetto alla base del termine "capitalismo razziale" è stato articolato per la prima volta da Cedric J. Robinson (professore statunitense presso il Dipartimento di Studi Neri e il Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università della California - Santa Barbara) nel suo libro Black Marxism: The Making of the Black Radical Tradition, pubblicato nel 1983, che, a differenza dei suoi predecessori e successori, teorizzava che il capitalismo, nella sua interezza, sia intrinsecamente un capitalismo razziale e che il razzismo attraversi tutti i livelli della stratificazione socio-economica.. Jodi Melamed (professoressa di Inglese e Studi Razziali, Etnici e Indigeni alla Marquette University) ha riassunto il concetto, spiegando che il capitalismo "può accumularsi solo producendo e muovendosi attraverso relazioni di grave disuguaglianza tra gruppi umani", e quindi, affinché il capitalismo sopravviva, deve sfruttare e predare la "differenziazione ineguale del valore umano". Aggiungendo al contempo come attualmente le ideologie della democrazia, del nazionalismo e del multiculturalismo siano fondamentali per il capitalismo razziale.
Prima di Robinson, studiosi e teorici precedenti come W.E.B. Du Bois, C.L.R. James ed Eric Williams avevano ampiamente documentato come il capitalismo industriale fosse costruito sulle fondamenta del colonialismo e della schiavitù, che si allontanarono anche dall'eurocentrismo del marxismo. Inoltre, i radicali neri nella sociologia americana come Du Bois, St. Claire Drake, Horace Cayton e Oliver Cromwell Cox stabilirono una base per la ricerca accademica sull'intersezione tra razzismo e capitalismo.
Le basi del capitalismo razziale create da Robinson divennero centrali nel campo degli studi africani e diasporici, in cui furono tracciate nuove connessioni tra capitalismo, identità razziale e sviluppo della coscienza sociale disconnessa, ovvero la discontinuità delle relazioni interumane, nel XX secolo.
Sebbene il capitalismo razziale non sia limitato ai territori europei o a quelli precedentemente sotto il dominio coloniale o imperiale europeo, fu durante il periodo di fioritura economica e intellettuale dell'Europa occidentale del XVII secolo che il capitalismo e lo sfruttamento razziale furono per la prima volta collegati. Il capitalismo razziale, secondo Robinson, derivava quindi dalla "tendenza della civiltà europea... non a omogeneizzare [gruppi di popoli] ma a differenziare". Tale differenziazione che portò alla gerarchizzazione razziale e, di conseguenza, allo sfruttamento, all'espropriazione e all'espatrio.
Storia
Secondo Satnam Virdee (professore di sociologia presso la Facoltà di Scienze Sociali e Politiche dell'Università di Glasgow), a partire dall'inizio del periodo moderno e raggiungendo il suo apogeo durante l'era del Nuovo Imperialismo, "il razzismo ha costituito un'arma indispensabile nell'arsenale delle élite statali, utilizzata per contenere le lotte di classe condotte dalle popolazioni subalterne al fine di rendere il sistema sicuro per l'accumulazione di capitale".
Il colonialismo europeo fu in gran parte determinato dal graduale crollo del feudalesimo, il cui declino fu accelerato da eventi come la peste nera, le carestie e le guerre già nel XIV secolo. Tale declino creò una crisi di accumulazione del capitale, che portò a lotte di classe che minarono il sistema feudale, e molte élite guardarono gradualmente alla colonizzazione come un modo per mantenere la loro ricchezza e il loro potere. La fusione di razza e capitalismo si materializzò per la prima volta nell'epoca moderna con l'avvento della tratta atlantica degli schiavi africani alla fine del XVII secolo. Sebbene la schiavitù esistesse da migliaia di anni prima della colonizzazione europea delle Americhe e della successiva tratta atlantica degli schiavi africani (ad esempio, la schiavitù era diffusa nell'antica Grecia e a Roma), il razzismo e la sua convergenza con il capitale, come è inteso oggi, emersero contemporaneamente al colonialismo europeo e alla schiavitù nel XVII secolo. Le traversate transatlantiche degli esploratori nordeuropei verso il Nuovo Mondo, a differenza delle conquiste dei colonizzatori spagnoli, che produssero significativi depositi di oro, argento e altri metalli preziosi, furono sovvenzionati principalmente attraverso piantagioni agricole. Nel 1619, un gruppo di africani ridotti in schiavitù fu portato in Virginia, in concomitanza con l'istituzione della coltivazione del tabacco come componente principale dell'economia coloniale di quel paese. Tuttavia, l'agricoltura di colture da reddito nelle colonie europee aveva all'inizio come lavoratori principalmente servi bianchi a contratto, e fu solo nella seconda metà del XVII secolo che la servitù fu gradualmente soppiantata dalla schiavitù nelle colonie americane dell'Europa. I servi a contratto nelle Americhe, per lo più europei indebitati o imprigionati, lavoravano sotto un planter per un periodo di tempo stabilito, di solito da quattro a sette anni, prima di ottenere lo status di "uomo libero". Con l’aumento del numero delle piantagioni, l’aumento dei carichi di lavoro e la scadenza dei termini di servitù a contratto, i coloni americani bianchi cercarono mezzi più sostenibili di impiego economico e senza restrizioni per soddisfare la crescente domanda e le quote di profitto in continuo aumento.
Nel 1661 la legislatura coloniale delle Barbados approvò il Codice degli Schiavi, che avrebbe poi fatto da modello per altri codici schiavisti nelle Americhe. Formalmente, la legge si proponeva di proteggere sia gli schiavi sia i loro padroni dalle crudeltà più atroci; in realtà, però, tutela effettiva spettava soltanto agli schiavisti. Questi ultimi disponevano di numerosi strumenti per mantenere gli schiavi sottomessi e, per legge, potevano ottenere protezione legale se gli schiavi tentavano ritorsioni o insurrezioni collettive. Gli schiavi, al contrario, non avevano alcun ricorso legale in caso di maltrattamenti o crudeltà. Tuttavia, durante questo periodo, persone libere di colore erano presenti in diverse colonie europee, alcune delle quali godevano persino di libertà protette dallo Stato. In un resoconto, la baia di Chesapeake veniva descritta come avente una società multirazziale all'inizio e alla metà del 1600.
In seguito alla ribellione di Bacon del 1676, durante la quale una coalizione multirazziale di servi a contratto europei e schiavi africani unì le forze in una rivolta alla fine fallita contro il governatore della Virginia Sir William Berkeley, emerse la stratificazione razziale per impedire future alleanze miste nella colonia. Privilegiando i servi europei e stabilendo che tutti gli schiavi africani portati in Virginia fossero considerati "beni mobili", le autorità coloniali crearono un sistema per separare le diverse razze all'interno della popolazione lavoratrice, usando il colore come meccanismo di selezione. Entro il 1680, le categorie di "bianco" e "nero" erano emerse, soppiantando le precedenti distinzioni di nazionalità o religione.
La schiavitù nel Mondo Atlantico sviluppò la concezione razzializzata della proprietà in diversi modi, soprattutto negli Stati Uniti. Uno di questi modi fu attraverso la classificazione delle persone in base a un sistema di proprietà. Nello specifico, la proprietà dipendeva dalla razza e solo gli uomini bianchi mantenevano il diritto di possedere una proprietà, la quale includeva sia uomini bianchi che non bianchi. La bianchezza, per il sottoinsieme di uomini bianchi proprietari, permetteva dunque di possedere proprietà e, allo stesso tempo, offriva un isolamento dalla minaccia di diventare proprietà a propria volta. Sotto il giogo della schiavitù, e soggetti alle sue pratiche brutali, gli schiavi, e per estensione uomini e donne di colore più in generale, furono disumanizzati, cioè ridotti a uno status "subumano".
Durante l'era vittoriana, si verificarono ondate migratorie verso l'Europa occidentale e il Nord America, in genere da gruppi in fuga da persecuzioni o carestie in patria (come i cattolici irlandesi in fuga dalla Grande carestia e gli immigrati ebrei in fuga dai pogrom russi). Una volta arrivati, questi immigrati furono spesso razzializzati come "altri" stranieri e costretti a squallide condizioni di lavoro come parte del proletariato urbano in rapida espansione. Tuttavia, attraverso un processo di assimilazione culturale, tali gruppi di immigrati furono infine considerati dalla società in generale come "bianchi", garantendo loro una mobilità sociale nel sistema capitalista negata ad altri gruppi emarginati.
Il capitalismo razziale moderno Nella letteratura accademica moderna, il capitalismo razziale è stato discusso nel contesto delle disuguaglianze sociali, che vanno dalle questioni di giustizia ambientale, attraverso l’apartheid sudafricano e il conflitto israelo-palestinese, alle disparità nei tassi di contrazione della pandemia di COVID-19.
Studi in epoca moderna hanno anche esteso le analisi del capitalismo razziale ai dati e al capitale generati attraverso l’uso di applicazioni e piattaforme digitali.
In un articolo per la rivista socialista Monthly Review, Charisse Burden-Stelly, professoressa associata di studi africani e scienze politiche al Carleton College nel Minnesota, teorizza il moderno capitalismo razziale degli Stati Uniti come "un'economia politica gerarchica razziale che costituisce guerra e militarismo, accumulazione imperialista, espropriazione per dominazione e super-sfruttamento del lavoro". Sostiene inoltre che il capitalismo razziale è radicato nell'intersezione tra anti-nero e anti-radicalismo. Burden-Stelly utilizza il lavoro del sociologo di Trinidad e Tobago Oliver Cromwell Cox per sostenere che "il moderno capitalismo razziale statunitense è sorto nel contesto della prima guerra mondiale, quando, come spiega Cox, gli Stati Uniti hanno approfittato del conflitto per catturare i mercati del Sud America, dell'Asia e dell'Africa per la loro 'capacità eccessivamente espansa'". Nel contesto della prima paura rossa (un periodo della storia degli Stati Uniti all'inizio del XX secolo, caratterizzato da una diffusa paura dei movimenti di estrema sinistra, tra cui il bolscevismo e l'anarchismo, a causa di eventi reali e immaginari), Burden-Stelly nota che un rapporto del Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti del 1919 intitolato Radicalismo e sedizione tra i neri, come riflesso nelle loro pubblicazioni condannava la "'reazione mal governata verso le rivolte razziali', la 'minaccia di misure di ritorsione in relazione al linciaggio, la richiesta aperta di uguaglianza sociale, l'identificazione con gli operai industriali del mondo e la 'difesa esplicita della dottrina bolscevica o sovietica'". Burden-Stelly colloca la critica del capitalismo razziale sviluppata da Cedric Robinson all'interno di una tradizione di critica radicale nera di inizio e metà del XX secolo, i cui principali praticanti includevano, tra gli altri, W.E.B. Du Bois, James W. Ford, i Sojourners for Truth and Justice, Esther Cooper Jackson, Walter Rodney e James Boggs.
Giustizia ambientale