La chiesa di Sant'Andrea Apostolo è la parrocchiale di Salvarosa, frazione di Castelfranco Veneto, in provincia e diocesi di Treviso; fa parte del vicariato di Castelfranco.
Storia
Antica sacrestia e chiesa nel medioevo (1135-XV secolo)
La località Salvarosa era già menzionata negli anni precedenti all'interno degli stessi capitoli: nel 1135, vennero denunciati i soprusi di Olderico Tempesta ai danni dei suoi fittavoli e dei canonici di Salvarosa, Aimone e Enrico. La presenza di una canonica era certamente un indicatore dell'esistenza di una chiesa ancora più antica.
Inoltre, un documento datato al 1171, conservato presso il Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Treviso confermò ulteriormente l'esistenza della chiesa, già nella sua denominazione moderna. L'anno precedente infatti, il Papa Alessandro III riconobbe a Drudo, primicerio del capitolo dei canonici di Treviso il possesso e le prerogative dei loro possedimenti e dei boschi circostanti. Tra questi beni figurarono, oltre a diversi territori della frazione, anche la chiesa stessa e le sue pertinenze, inclusa forse una piccola forse una piccola cortina in legno e terra che inglobava l'edificio sacro e fungeva da rifugio per il contado e come magazzino di derrate alimentari.
Non si conobbe il titolo originale della sua forma originale, che si reputò fosse un piccolo sacello cristiano. Tuttavia, la presenza delle due statue più antiche (raffiguranti Pietro e Paolo) in una delle nicchie della attuale chiesa potrebbe indicare l'originale pratica votiva, mutata in seguito all'incorporazione della chiesa all'interno del Capitolo in una data non specificata. Si ipotizzò che questo antico sacello, con una finalità simile a quella della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Camposampiero e alla Pieve di Castello di Godego, fosse parte di una pratica votiva molto diffusa tra Padova e Asolo in relazione all'opera evangelizzatrice avvenuta in epoca tardo-antica.
Questa chiesa risultò di natura ibrida: se da un lato era soggetta al capitolo di Treviso per la gestione del personale e del patrimonio, sul piano delle funzioni spirituali era invece dipendente ed imparentata con la Pieve di Salvatronda. Questo fenomeno era comune nel tentativo basso medievale delle autorità centrali di assorbire e assoggettare le realtà locali, pur mantenendo le antiche suddivisioni territoriali e i diritti storici.
Nel capitolo del 31 dicembre del 1309, la chiesa è nuovamente menzionata. A seguito della morte del prete Lucio e della conseguente vacanza della chiesa, il decano Bonaccorso investì il prete Domenico da Fanzolo, conferendogli la facoltà di celebrare le funzioni e di amministrare i sacramenti per un anno.
La Chiesa nell'Età Moderna (XVI secolo - 1852) Nel 1520 si raccontò che un cappellano adirato avesse devastato i libri della chiesa. Si trattava non di semplici libri di carta, ma di codici di pergamena decorati con miniature, elemento indicativo di una certa ricchezza della chiesa.
Nel 1564 il vescovo Giorgio Corner, durante la visita pastorale a Salvarosa, riscontrò che la chiesa fosse priva di sacrestia e ne dispose l'immediata costruzione.
Nel XVIII secolo diversi parroci cercarono di intervenire sull'edificio, tentando di ampliarlo o di ricostruirlo, ma con esiti più o meno fallimentari. Nel 1728, durante il ministero di don Benedetto Canova di Possagno, la chiesa fu ampliata; in particolare, fu edificato un altare a San Gottardo e vennero ingranditi quelli preesistenti, tra cui quello del rosario e quelli dedicati a Pietro d'Alcántara e a Antonio di Padova. Il 31 maggio 1731 si riportò il primo battesimo, a seguito dello spostamento del battistero nella nuova cappella. Nel 1756, don Canova riferì a monsignor Paolo Francesco Giustinian che era stata costruita una nuova chiesa, benedetta nel 1769 e consacrata nel 1777, che sostituiva la precedente a navata unica. Tuttavia, vent'anni dopo, sotto don Francesco Tieppo, venne evidenziato che questo nuovo edificio non aveva prodotto i risultati sperati.
Questa nuova chiesa presentava un orientamento est-ovest, era di modeste dimensioni, con l'abside a oriente, e occupava uno spazio che oggi non esiste più, ornata da un'unica cornice. La chiesa poteva ospitare soltanto 326 persone per la comunione, a fronte dei 454 abitanti della frazione. La navata misurava 58 piedi in lunghezza e 26 in larghezza, con un coro esagonale di 14 piedi e ospitava tre altari.
Inoltre, in questo periodo si riportò la presenza della tomba personale della famiglia degli Azzoni Avogadro, privilegio concesso in riconoscimento del loro ufficio di avogaria. Chiesa attuale (1852-oggi) A causa delle limitazioni strutturali e di capienza della chiesa settecentesca, nel 1852 il parroco don Giovanni Monico, fratello del patriarca di Venezia Jacopo Monico, grazie anche a un'ingente donazione di 5000 lire austriache del patrizio Antonio Grimani, affidò la costruzione della nuova chiesa all'ingegnere Antonio Barea. L'aspetto economico venne affidato a Domenico Viola, capomastro di Salvarosa, mentre il lavoro manuale fu svolto dall'intera comunità della frazione, anziani e donne inclusi. L'edificio, progettato da Barea, si rifece all'architettura dell'atrio del teatro accademico di Castelfranco Veneto, realizzato dal ben più famoso Francesco Maria Preti e appartenente alla corrente architettonica del neoclassicismo.
Nel 1853 fu completato il basamento, ma i restanti lavori si protrassero per molti anni. Nell 1855, la morte del mecenate Grimani, che aveva disposto un lascito di 30.000 lire per il completamento dell'opera, scatenò l'opposizione degli eredi; di conseguenza, i lavori vennero interrotti per 23 anni. Solo nel 1878 la Corte d'Appello di Venezia, pronunciandosi contro di essi, dichiarò legittimo il lascito: questo sbloccò il cantiere, che riprese sotto la guida di don Antonio Rostirolla. Nel 1880 la chiesa venne finalmente consacrata dal vescovo Giuseppe Callegari alla comunità di Salvarosa. Nel 1887 venne demolita la vecchia chiesa.
Si segnalano inoltre una serie di lavori e riparazioni avvenuti tra il XX e il XXI secolo: Nel 1954 vennero sostituiti i serramenti originali con dei nuovi in vetro colorato e ferro. Nel 1964 venne sostituito il pavimento originario in tavelle di cotto con l'attuale in lastre di marmo rosso di Verona e pietra calcarea di Chiampo dai disegni geometrici. Negli anni '70, venne collocato al centro del presbiterio un nuovo altare in marmo bianco. Nel 2001 avvenne una serie di lavori sostanziali: vennero consolidate e revisionate le strutture in legno (rinforzate con elementi in ferro), rimossi o sostituiti i coppi e le tavelle in cotto danneggiate, cambiate le grondaie e i pluviali, e restaurate le superfici interne. Nel 2018 i serramenti degli anni 50 sono stati nuovamente cambiati.
Architettura
La chiesa, disegnata dall'architetto Antonio Barea di Castelfranco Veneto in stile neoclassico, riprende diverse soluzioni stilistiche già collaudate da Preti nella stessa città. L'edificio è composto da una navata principale che si incrocia con un piccolo transetto, definendo una pianta a croce latina che termina ai lati est ed ovest con due cappelle maggiori. Ai lati delle cappelle si collocano due ambienti rettangolari della stessa profondità del transetto, ma più bassi. Il presbiterio è posto a nord, è rialzato rispetto alla navata e termina nel catino del presbiterio.
L'esterno presenta una facciata in stile templare tetrastilo, intonacata e dipinta di bianco, si ispira agli schemi palladiani del doppio tempio intrecciato e che lo stile dei templi classici a quattro colonne; queste ultime sono semicolonne corinzie con paraste agli estremi e sono sormontate da un frontone (timpano triangolare). Sulla sommità del frontone si ergono le statue di san Brunone di Colonia, sant'Andrea apostolo e san Giovanni Nepomuceno. Ai lati vi sono due alette che raccordano l'altezza della facciata. Sopra la porta vi è un arco ribassato, affiancato da due nicchie contenenti le statue di san Pietro e san Paolo. L'ingresso è costituito da un unico portale centrale, posto alla sommità di una piccola scalinata e affiancato da due finestre semicircolari.
Tra la porta e il frontone è incisa la seguente iscrizione:
D.O.M.: / Deo Optimo Maximo (A Dio, il più buono, il più grande).
In honorem Divi Andreae Ap. / dicatum: / Dedicato in onore del Divino Apostolo Andrea. A. Grimani Eq. munificentia / A. Rostirolla Rectore ope / fundatum: Fondato (costruito) grazie alla generosità del Cavaliere A. Grimani e con l'aiuto del Rettore A. Rostirolla. A. MDCCCLXXX perfectum: Terminato nell'anno 1880. L'iscrizione è contenuta all'interno di una cornice rettangolare e affiancata, negli intercolumni, da due rami annodati di quercia a rilievo realizzati in stucco. Il tetto è composto da una struttura lignea e da travetti che poggiano su capriate poste a intervalli regolari. Il supporto è in tavelle di cotto e il manto di copertura è in coppi di laterizio.
A lato della chiesa, verso ovest, staccato dal corpo principale della chiesa, sorge il campanile. Quest'ultimo ha una base rettangolare e massiccia, di forma a tronco di piramide (o a scarpa), è realizzato in pietra non intonacata. Al centro è presente un arco passante che permette l'accesso alla struttura interna. Il fusto è a pianta quadrata, intonacato e decorato da lesene angolari e da piccole feritoie verticali. Sotto la cella campanaria si trova l'orologio, con un quadrante bianco rotondo, numeri romani neri e lancette scure. La cella campanaria presenta ampie aperture ad arco e delle modanature che, sporgendo, creano un gioco di luci ed ombre. Il campanile termina con una cuspide conica molto appuntita, rivestita in coppi rossi e alla sua sommità è presente un segnavento.
Interni
L'attuale pavimento è in lastre di marmo rosso di Verona e marmo di Chiampo con intrecci geometrici. Il pavimento del presbiterio, separato da tre gradini in marmo rosso, è invece realizzato a losanghe di pietra calcarea grigia, delimitate da fasce di pietra di Chiampo giallastra e di marmo rosso. Nel primo vano a destra il pavimento è in piastrelle di graniglia di cemento a decori geometrici.
L'articolazione dello spazio interno è definita da un apparato architettonico scandito da colonne sormontate da capitelli corinzi. L'elemento unificante dell'intero interno è costituito dalla grande trabeazione che percorre, senza interruzioni e alla stessa quota, tutto il perimetro; questa cornice collega visivamente la navata centrale con gli spazi limitrofi e funge anche da piano d'imposta per le strutture del tetto. Al di sopra della trabeazione è presente la volta della navata, che si raccorda con gli elementi adiacenti, quali le volte a botte, attraverso l'uso di vele (o unghie) che garantiscono la continuità tra le diverse strutture. Le decorazioni e le finiture parietali sono realizzate in marmorino chiaro, scelta che enfatizza la luminosità e l'omogeneità cromatica della chiesa.
Nell'interno vi è l'iscrizione:
D.O.M. / : A Dio Ottimo Massimo Templum / : Questo Tempio Titulo Andreae Ap. /: Col titolo di Andrea Apostolo, Joseph Callegari pfex tarvisinus /: Giuseppe Callegari, Vescovo di Treviso, pago omni gaudente / : con tutta la comunità in festa, pridie kal. Dee. a Ch. MDCCCLXXX /: il giorno prima delle Calende di Dicembre (30 Novembre), nell'anno di Cristo 1880, rite consecravit /: ha solennemente consacrato. Ant. Rostirolla arch. benemerent. /: [Essendo] Antonio Rostirolla, Arciprete benemerito.
Dipinti San Gottardo risana una cieca
Dipinto olio su tela (168x115 cm) del 1846 di Antonio Zona, artista prolifico, tradizionalmente associato alle committenze asburgiche e alle numerose esposizioni nazionali, e molto meno alla produzione di quadri devozionali. Venne realizzato per decorare l'altare destro della chiesa, mentre non si conoscono le circostanze che portarono la municipalità e la parrocchia a commissionarlo, nel 1864.