Protagonista della Resistenza nell'area di Vittorio Veneto assieme al fratello Monsignor Giuseppe Faè, fu una collaboratrice partigiana ante litteram. È ricordata per l'intraprendenza e la devozione con cui si prendeva cura dei più bisognosi nelle parrocchie in cui il fratello svolgeva la sua missione pastorale, in particolar modo a Montaner. Questa sua dote la portò, all'indomani dell'8 settembre 1943, a soccorrere gli ex prigionieri di guerra e i soldati italiani allo sbando e a offrire assistenza ai primi gruppi partigiani che si stavano formando attorno alla canonica del paese.
Una volta scoperta la vicinanza con le formazioni antifasciste, fu arrestata assieme al fratello ed infine imprigionata a Udine. Venne dunque condotta nei campi di sterminio in Germania, da dove non fece più ritorno.
Biografia
I primi anni Giovanna Faè nacque a Campomolino, frazione di Gaiarine, in una famiglia numerosa. Figlia di Enrico e Antonia, aveva tre fratelli: Giuseppe, Maria Angela e Angelo. Giovanna era la penultima dei figli e dimostrò sin da subito una profonda religiosità. Manifestò più volte il desiderio di farsi suora, aspirazione che fu ostacolata dai genitori, che avevano già in casa due religiosi: il fratello Giuseppe, ordinato sacerdote il 25 luglio 1909, e la sorella Maria Angela, che era diventata suora e svolgeva la sua missione in Piemonte.
Tra il 1911 e il 1912 si trovò a Vittorio Veneto dove entrò nella fraternita locale del Terzo Ordine Francescano (oggi noto come Ordine Francescano Secolare). In seguito ad un periodo di noviziato durato due anni, venne consacrata nella famiglia dei Figli e delle Figlie di Dio, divenuto poi Istituto secolare San Raffaele, sempre a Vittorio Veneto. A partire dal 1912, incoraggiata anche dal padre, seguì il fratello maggiore Giuseppe nella sua missione pastorale.
Tra il 1912 e il 1924 si stabilirono a Corbanese, frazione del comune di Tarzo, dove Giuseppe fu nominato parroco. In questi anni edificarono un asilo e un orfanotrofio grazie alle offerte e ai fondi raccolti. L’orfanotrofio venne fondato nel 1919 e, secondo le stime, ospitò dai 98 ai 150 bambini. A Corbanese, un paese, all’epoca, di appena 1400 persone, si contarono 43 caduti e oltre 35 bambini morti di fame e di miseria nel corso della Prima guerra mondiale. Lo stesso don Faè ricoprì l'incarico di cappellano militare dal 1916 al 1919, vivendo in prima persona le vicende drammatiche del conflitto. Durante il periodo di assenza del fratello, Giovanna lo sostituì in varie mansioni animando la parrocchia e svolgendo anche l'attività di infermiera.
Tra il 1924 e il 1926 i fratelli Faè fecero ritorno a Vittorio Veneto, dove don Giuseppe divenne direttore de L’Azione, il settimanale diocesano. Gli articoli che il prelato pubblicò in questo periodo gli procurarono la fama di antifascista dando una decisa impronta anti-regime al giornale. Durante questa parentesi vittoriese, Giovanna si ammalò gravemente di pleurite.
Montaner e la Resistenza
La contrarietà al regime fascista di don Faè ebbe come conseguenza la sua rimozione dalla carica di direttore del settimanale L’Azione. Il podestà di Vittorio Veneto, Ivan Doro, fece pressioni sulla curia vittoriese affinché venissero allontanate le figure antifasciste all'interno del settimanale diocesano. Fu così che don Faè, dopo essere stato insultato e deriso su un palco appositamente costruito in Piazza del Popolo a Vittorio Veneto assieme ad altri colleghi de L'Azione, dovette lasciare la direzione del giornale. Don Giuseppe e la sorella Giovanna vennero allontanati a Montaner, frazione del comune di Sarmede, in una sorta di “confino ecclesiastico”. Qui don Faè entrò in carica come economo spirituale il 22 gennaio 1927, e il 1 settembre dello stesso anno venne nominato parroco. Come accaduto precedentemente a Corbanese, anche a Montaner i fratelli Faè si attivarono nell’aiutare gli abitanti contro la miseria e la povertà: venne edificato un asilo, un orfanotrofio e persino una sala adibita a teatro e a cinema. In questo contesto Giovanna si prodigò nel procurare vestiti e cibo per i più poveri, si prese cura dei bambini dell’asilo, insegnò catechismo e favorì l’alfabetizzazione del paese.
Con l'ingresso dell'Italia nella Seconda guerra mondiale nel 1940, i Faè si occuparono dell’assistenza alle famiglie colpite dal tragico evento. In seguito all’8 settembre 1943 Montaner divenne un importante centro di mediazione partigiano tra la pianura e la montagna (il paese, infatti, sorge alle pendici dell’altopiano del Cansiglio, sulle Prealpi trevigiane) e ricoprì anche un'importante funzione per gli ex prigionieri di guerra e per i soldati italiani allo sbando. Degni di nota furono, inoltre, i primi atti di sabotaggio e di raccolta d’armi effettuati dal gruppo montanerese guidato da Giovanbattista Bitto (nome di battaglia "Pagnoca"), di fede politica cattolico-socialista. Questo primo nucleo di Resistenza andò a costituire il Gruppo Brigate Vittorio Veneto, prima vera formazione partigiana del vittoriese. Sin da subito le attività partigiane poterono contare sull’appoggio di Giovanna e Giuseppe Faè, i quali procurarono provviste alimentari per i fuggiaschi, nascoste nel magazzino dell’asilo o nella Cappella della Madonna di Lourdes, fatta costruire da don Faè all’interno della Chiesa parrocchiale del paese, e organizzarono rifugi per tutti i soldati sbandati. Giovanna si recò innumerevoli volte con la sua bicicletta nei paesi della pianura per raccogliere provviste alimentari, indumenti e materiale sanitario e, in un secondo momento, anche pistole, bombe a mano e cartucciere per i partigiani. La sua riluttanza verso qualsiasi forma di violenza era nota, tuttavia era sempre pronta a dare una mano ai resistenti, come ad esempio preparare da mangiare dopo le loro azioni.
La deportazione e la morte
Il ruolo sempre maggiore che Montaner stava assumendo nella Resistenza aveva esposto la popolazione a rastrellamenti sempre più frequenti da parte dei nazifascisti. Le autorità repubblichine e tedesche erano consapevoli che la canonica del paese, gestita da Giovanna e da don Giuseppe, era un importante luogo di incontro e scambio dei partigiani. Così, il 27 marzo 1944, si presentarono alla residenza del prelato due fascisti in borghese; fingendosi membri della Resistenza, riuscirono a farsi accogliere da don Faè e dalla sorella. In tale circostanza vennero introdotti anche a Domenico Favero (impiegato comunale), Giovanni Zanette (collaboratore parrocchiale), Angelo Dal Bo Zanon (medico di Sarmede) ed Elisa Perini (crocerossina e assistente sanitaria), tutte figure che gravitavano attorno al movimento partigiano. Per di più, ignari del piano messo in atto, furono rivelati ai due infiltrati i meccanismi della rete di mutua assistenza della parrocchia e il nome di "Pagnoca" (Giovanbattista Bitto) come uno dei leader del movimento antifascista. Dopo essere ritornati al Presidio della Guardia Nazionale Repubblicana, i due borghesi riferirono ai loro superiori le informazioni ottenute sull'organizzazione di Montaner. In questo modo, verso le ore 21:00 del giorno stesso, un gruppo di soldati fascisti guidato da un ufficiale tedesco si presentò in paese.
Fu così che monsignor Faè, la sorella Giovanna, e le altre quattro figure conosciute nel corso del pomeriggio, furono condotte al carcere di Pordenone e, in seguito, a Udine, dove vennero sottoposti a processo. Il 3 maggio venne pronunciata la sentenza dal tribunale militare tedesco che condannò a morte sia don Giuseppe che Giovanna. Il primo, essendo un ecclesiastico, venne liberato grazie all’intervento dell’allora arciprete di Pordenone, e successivamente vescovo di Belluno e Feltre, Gioacchino Muccin. Il prete fu in seguito ospitato fino alla fine del conflitto al seminario di Vittorio Veneto. Una volta terminata la guerra, don Giuseppe (ora conosciuto anche con il nome di “Don Galera”) poté far ritorno a Montaner dove continuò ad esercitare il suo incarico di parroco fino alla morte, avvenuta il 13 dicembre 1966.
Le giornate di detenzione di Giovanna Faè sono testimoniate dalla crocerossina vittoriese Elisa PeriniMaestra di scuola elementare a San Fior (TV) e volontaria della Croce Rossa Italiana. Dopo l’8 settembre, presso la stazione ferroviaria di Treviso, aiuta a fuggire decine di soldati italiani arrestati dai tedeschi sottraendoli alla deportazione e procura aiuti di ogni genere ai partigiani in Cansiglio. Viene arrestata nel marzo ’44 assieme ai fratelli Faè in quanto collaboratrice partigiana e sarà incarcerata assieme a Giovanna a Udine. Viene rilasciata il 31 dicembre 1944. Nei mesi successivi alla liberazione fornisce sostegno ai sopravvissuti vittoriesi di ritorno dai campi di internamento. Nel 1960 diventa Assessore all'Assistenza del comune di Vittorio Veneto. attraverso le sue lettere, in parte pubblicate. Quest’ultima il 3 maggio 1944, giorno del processo, scrive:
Sempre secondo la testimonianza di Elisa Perini, l’ultimo dato relativo alla permanenza di Giovanna nelle carceri di Udine risale al 31 maggio 1944, quando racconta:
Giovanna fu deportata il 6 giugno 1944 al campo di concentramento e di sterminio di Aushwitz e schedata come prigioniera politica italiana. Il 16 agosto venne trasferita a Ravensbrück, in Germania. In seguito, il 30 dello stesso mese, fu spostata a Leipzig-Schönefeld, un sottocampo di Buchenwald situato nei pressi di Lipsia. Quest’ultimo era un impianto industriale adibito alla produzione di materiale bellico, il personale era composto quasi esclusivamente da donne internate. Il 12 ottobre 1944 fu ricondotta a Ravensbrück; non si conoscono le ragioni di questo trasferimento, anche perché Giovanna risulta essere l’unica italiana delle 167 donne riportate al campo d’origine. Il suo nome comparve per l’ultima volta in un documento datato 24 ottobre 1944 in una lista di prigionieri destinati al campo di concentramento e di sterminio di Dachau, dove, tuttavia, non arrivò mai. Non si conosce una data di morte precisa (presumibilmente il 24 ottobre 1944, data dell'ultimo documento ufficiale che riporta il suo nome), così come non è stato possibile individuare il luogo di sepoltura.
Un’ulteriore ipotesi sulla morte di Giovanna Faè è emersa a seguito di uno studio che ha rivelato l’esistenza di un documento datato 8 febbraio 1945, rinvenuto negli Arolsen Archives, che sposterebbe la sua data di morte. Il documento riporta un elenco di persone uccise nelle camere a gas ad Uckermark, sottocampo di Ravensbrück. Tra di esse compare il nome di Fai Janasia e il numero di matricola 77993, lo stesso di Giovanna. Nel campo di Ravensbruck i numeri di matricola non venivano riassegnati in caso di morte e gli errori nella trascrizione dei nomi dei detenuti erano frequenti, il che spiega anche l’assonanza tra Giovanna e Janasia (“Jan” è la versione polacca del nome Giovanni)Pilon Sara, Facile da morire. La resistenza di Giovanna Faè (1892-1945), tesi di laurea triennale, relatore Prof.ssa Valentina Ciciliot, Università Ca’Foscari, Venezia, a.a. 2024/2025, pp. 56-58.. Tale ipotesi, se confermata, collocherebbe la morte di Giovanna Faè nel febbraio 1945.
Ricordo Il ricordo di Giovanna Faè è ancora vivo nella comunità di Montaner e nell’intero comune di Sarmede. Lo stesso Don Faè, una volta rientrato nella sua parrocchia, non fu più lo stesso dopo la scomparsa della sorella. Il suo animo rimase fortemente inquieto per la sua tragica scomparsa tanto che, a guerra finita, nel sonno preso dagli spasimi urlava chiamando a gran voce il nome della sorella: “Giovanna! Giovanna!”. Il Monsignore, infatti, scoprì della sua sorte solo una volta tornato a Montaner, a guerra finita. La cercò a lungo e mobilitò tutti coloro che potessero avere notizie di lei.
Con queste parole, tratte da una lettera indirizzata ad una persona che si interessò alla vicenda di Giovanna, viene rivelato il sentimento di sofferenza e dolore di Mons. Faè nel ripensare alla sorella scomparsa: