Il giardino dei misteri () è un breve masnavi scritto dall'autore persiano Mahmūd Shabestarī nel mese di Shawwal del 717 (dicembre 1317). Consiste di poco più di mille distici riguardanti termini e concetti chiave del sufismo e per lungo tempo è stata l'opera di riferimento del misticismo teorico nel mondo persiano.
La nascita dell'opera Come affermato dallo stesso autore nel preludio dell'opera, Il giardino dei misteri venne scritto in risposta a una lettera proveniente dallo studioso Amir Ḥosayn Ḥosayni (morto nel 1318) di Herat, appartenente alla confraternita sufi Suhrawardiyya, nella quale poneva a Shabestarī una serie di domande sulla dottrina sufi, verseggiate in metri hazaj. L'intento della lettera non era quello di ricevere effettivamente una risposta, dato che lo stesso Ḥosayni era un eminente intellettuale, ma al più di avviare un dibattito accademico, stimolando la composizione di un'opera esattamente del tipo che emerse in risposta alle sue domande. In poco tempo Shabestarī fornì delle risposte complete alle domande nello stesso metro in cui erano state formulate e le fece inviare a Herat. Non è chiaro se Ḥosayni abbia avuto l'opportunità di controbattere prima di morire. Ciò che è certo è che un collaboratore di Shabestarī gli consigliò di approfondire le sue risposte e di pubblicarle. Le sezioni supplementari dell'opera, generalmente più lunghe delle risposte originali, sono separate da titoli come tamṯil (parti illustrative) e qāʿeda (parti teoriche).
Descrizione
L'opera si compone di quindici capitoli chiamati suʾāl ("domanda"). Le quindici domande di Hosayni, tutte poste in un unico distico eccetto una, riguardano:
la definizione di meditazione (tafakkor) i tipi di pensiero leciti e peccaminosi (fekr) il significato del sé e il viaggio all'interno del sé la natura del vero viandante (mosāfer, rahrow) sulla via sufi l'unità dell'essere (waḥdat) come il conoscitore e il conosciuto (maʿruf o ʿāref) possano essere entrambi identici all'essenza divina il senso, se presente, della nota espressione di Al-Hallaj "Io sono la verità" (ana'l-ḥaqq) come un essere creato possa essere descritto come avente raggiunto l'unione (wāṣel) cos'è l'unione degli esseri necessari (wājeb) e contingenti (momken) cosa si intende per vicinanza a Dio e distanza da Lui (qorb o boʿd) come la parola (noṭq) possa essere descritta come la riva dell'oceano dell'essere la relazione tra essere "parziale" (jozw) e "universale" (koll) il senso in cui si può dire che l'increato (qadim) e il creato (moḥdat) si siano separati l'uno dall'altro le varie metafore convenzionalmente impiegate nella poesia sufi relative alla bella persona dell'amato, al vino e alla taverna (ḵarābāt), o all'infedeltà (kofr) e al suo indicatore suntuario (la zunnar).
A tali questioni Shabestarī risponde basandosi sugli insegnamenti di Ibn Arabi, che aveva appreso durante i suoi viaggi in Egitto, sebbene nell'opera vi siano anche parecchi rimandi al Masnavi di Jalal al-Din Rumi.
Secondo Shabestarī, il tafakkor equiavale al "muoversi dal falso/irreale (bāṭel) verso il reale (haqq) e vedere il Tutto Assoluto ("koll-e moṭlaq") nelle singole parti che lo compongono (jozw)", ovvero che la riflessione dovrebbe concentrarsi solo sugli attributi divini, non sull'essenza, poiché la luce dell'essenza non può essere compresa nemmeno dalla totalità del regno manifesto, al di fuori del quale la ragione è incapace di percepire quella luce.
Il viaggio dell'uomo dentro sé stesso consiste nel rendersi conto di essere un microcosmo che include tutti i livelli dell'essere creato e poi nel ritornare alla presenza del Creatore. Il significato dell'unità è il riconoscimento che non esiste altro esistente che Dio (hast-e ḥaqiqi) e tale consapevolezza si raggiuge negando tutto ciò che non è Dio. La frase di Al-Hallaj è un'eco della proclamazione della trascendenza di Dio fatta da tutta la creazione, mentre l'unione (woṣul) significa scrollarsi di dosso "la polvere della contingenza" (gard-eemkān).
La vicinanza e la distanza rispetto a Dio dipendono dalla manifestazione dell'essere nel regno del non-essere, mentre la parola è la riva dell'oceano dell'essere, come se le sue onde trasportassero a riva le perle della rivelazione e della parola ispirata. L'essere parziale, con la sua molteplicità visibile, è il mezzo attraverso cui l'essere universale si manifesta, ma allo stesso tempo riflette dell'unicità dell'essere stesso. Il mondo è fatto di illusioni, ma tutto, sia il creato che l'increato, è unito.
Shabestarī infine giustifica l'uso delle metafore nella poesia sufi perché "tutto ciò che esiste nel regno percettibile (ʿālam-e ʿeyān) è come un riflesso del sole nel mondo dell'invisibile". Tuttavia, gli accostamenti tra sacro e profano sono leciti entro i limiti della Shari'a.
Accoglienza Il giardino dei misteri venne apprezzato per l'incredibile sintesi nell'argomentare concetti molto profondi, tant'è che fu oggetto di ben trentacinque commentari stilati nel mondo persiano-islamico, molti dei quali contribuirono a diffondere la dottrina di Ibn Arabi. Indubbiamente il più noto di questi testi fu il Mafātīḥ al-iʿd̲j̲āz di Shaikh Asiri Lahiji, cui seguirono altre versioni più complete stilate da Shah Nimatullah Wali e dallo storico curdo Idris Bitlisi.
Nell'Impero ottomano l'opera ebbe il merito di aver istituito per la prima volta un glossario sufi per la nascente poesia ottomana, e ciò avvenne soprattutto grazie alla traduzione in lingua turca de Il giardino dei misteri da parte di Alwan Shirazi nel 1426. Su questa traduzione si basarono le opere Golzār-e maʿnawi di İbrahim Tennuri e Golšan-e rāz-e ʿārefān di Abdullah Bosnevi.
Anche il poeta pakistano Muhammad Iqbal rispose a nove delle quindici domande originali in una sua composizione, in alcuni casi ampliandole con due o più versi di suo pugno.
In Occidente, il primo a evidenziare l'importanza de Il giardino dei misteri fu il viaggiatore del XVII secolo Jean Chardin. In seguito August Tholuck vi fece riferimento per il suo studio sul misticismo persiano (Sufismus, Berlino 1821; erroneamente attribuito ad "Asisi") e per la sua antologia di poesia mistica in traduzione tedesca (Blüthensammlung aus der morgenländischen Mystik, Berlino 1825). Il giardino dei misteri venne tradotto in tedesco nel 1838 da Joseph von Hammer-Purgstall e in inglese nel 1880 da Edward Henry Whinfield.
Edizioni italiane Il giardino dei misteri. Golshan-e rāz: una summa persiana di sufismo, di Sa'd al-Din Mahmud Shabestari; traduzione, introduzione e note a cura di Gaetano Trusso Tintore; prefazione di Mohammad Shari'atmadār; Milano, Udine; Mimesis, 2010, ISBN 978-88-8483-525-3
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