Il Martirio di san Lorenzo è una pala d'altare a olio su tela realizzata dal Guercino tra il 1628 e il 1629 e conservata nella Cattedrale di San Giorgio a Ferrara. Storia Nella Felsina pittrice, Carlo Cesare Malvasia ricorda che nel 1629 Guercino «[fece] Una tavola di un S. Lorenzo sopra la graticola per l’Eminentissimo Magalotti, da riporre in una sua Cappella in Roma». La pala appartiene dunque agli anni immediatamente precedenti l'avvio sistematico del Libro dei contiIl Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666.; la testimonianza di Malvasia costituisce pertanto il principale riferimento sia per la datazione del dipinto sia per l'identificazione del committente.

Il cardinale fiorentino Lorenzo Magalotti, nato nel 1583 e laureatosi a Pisa in utroque iure, era entrato nel 1608 nella corte pontificia di Paolo V. Tra il 1611 e il 1614 fu vicelegato a Bologna, dove il cardinale Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII, ricopriva la carica di legato pontificio. Non è documentato che Magalotti fosse già entrato in rapporto con Guercino durante il soggiorno bolognese; è tuttavia possibile che i due si siano conosciuti a Roma tra il 1621 e il 1623, quando il pittore lavorò presso la corte di Gregorio XV.

Strettamente legato ai Barberini anche da vincoli familiari, Magalotti fu creato cardinale da Urbano VIII nel 1624 e nel maggio 1628 venne nominato vescovo di Ferrara, carica che mantenne fino alla morte, nel 1637. La nuova destinazione del prelato determinò probabilmente anche quella della pala: concepita in origine per una sua cappella privata a Roma, l'opera fu portata con lui a Ferrara e conservata nel palazzo vescovile.

Girolamo Baruffaldi riferisce che «il detto quadro si conservò compiuto nelle stanze del palazzo vescovile lungo tempo per l’improvvisa morte di quel cardinale, fintanto che dagli eredi suoi [...] fu collocato a suo luogo».

Dopo la morte di Magalotti, avvenuta nel 1637, il dipinto rimase ancora per alcuni anni nel palazzo vescovile, finché gli eredi lo trasferirono nella cattedrale di San Giorgio, dove fu collocato sull'altare di San Lorenzo, nel transetto destro. Anche la sepoltura del cardinale venne posta in rapporto diretto con la pala da lui commissionata. Inizialmente tumulato nel duomo presso la scala dell'organo, Magalotti fu in seguito trasferito davanti all'altare di San Lorenzo, dove la tomba era contrassegnata da una semplice lastra con il suo nome. In occasione di un rifacimento del pavimento, la lapide venne però collocata erroneamente sulla tomba del cardinale Francesco Maria Macchiavelli, davanti all'altare della Circoncisione.

La commissione affidata a Guercino da un esponente tanto vicino a Urbano VIII è stata inoltre interpretata come un segno del prestigio ormai raggiunto dal pittore e della fortuna incontrata dal suo linguaggio artistico negli ambienti della corte pontificia.

Descrizione e stile

La composizione è organizzata attorno alla figura di san Lorenzo, disteso in primo piano sulla graticola e disposto quasi orizzontalmente lungo il margine inferiore della tela. Intorno a lui si affollano i carnefici e i soldati, distribuiti su diversi piani di profondità, mentre nella parte superiore due angeli scendono dal cielo recando la corona e la palma del martirio. Le grandi colonne che si innalzano alle spalle del santo scandiscono verticalmente la scena e separano il gruppo dei carnefici sulla sinistra da quello dei soldati sulla destra, lasciando intravedere al centro un'apertura sul paesaggio.

Il dipinto conserva nella costruzione spaziale alcuni caratteri della produzione precedente al soggiorno romano del Guercino del 1621-1623, in particolare nella progressiva disposizione delle figure su piani successivi. Al tempo stesso, il modellato compatto e il forte rilievo plastico dei personaggi avvicinano l'opera a dipinti di poco anteriori, quali il San Gregorio Magno con i santi Ignazio di Loyola e Francesco Saverio della National Gallery e l'Assunta con i santi Pietro e Girolamo della cattedrale di Reggio Emilia. Anche singole figure sembrano riprendere soluzioni già sperimentate dal pittore: il vecchio barbuto seduto sulla destra, ad esempio, è stato accostato alla figura paterna del Ritorno del figliol prodigo della Galleria Borghese.

La disposizione del corpo del martire in primo piano è stata inoltre messa in relazione con il Martirio di san Lorenzo di Tiziano, conservato nella chiesa dei Gesuiti a Venezia, opera che Guercino potrebbe avere conosciuto durante il viaggio veneziano del 1618. Nel confronto con opere precedenti, e in particolare con il Martirio di san Pietro della Galleria Estense di Modena, il dipinto mostra tuttavia un progressivo abbandono del naturalismo più accentuato della prima maniera. Le figure acquistano una maggiore monumentalità, i gesti risultano più controllati e la composizione tende verso un ordine più saldo, rivelando la crescente adesione del Guercino a modelli di ascendenza classica. Note

Bibliografia

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