Ritratto Di tutti i Pizarro della Conquista era il più raffinato e distinto. Uso alle usanze di corte e fine oratore, grazie alla sua eloquenza e ai suoi modi evoluti era ben accetto nelle più alte sfere del potere. Di alta statura e poderoso, quantunque di lineamenti grossolani, era coraggioso e valente, ed era stimato dai suoi sottoposti sapendo coniugare le sue qualità cortigiane con una innata attitudine al comando ed all'azione. Era però superbo quanto pochi e la sua ambizione non conosceva limiti. Nei confronti con i suoi pari era incapace di mitigare le sue passioni e suscitava, più spesso, antipatie ed ostilità di quanto convenisse alla conduzione dell'impresa comune. Era dotato di moderazione e di una naturale umanità nei confronti degli indigeni, ma sapeva essere spietato verso i suoi compatrioti, quando le circostanze lo mettevano a confronto con opinioni diverse dalla sua. Era avido fino all'inverosimile, astuto e pronto a ogni sorta di dissimulazione, sempre disposto a cambiare partito, poco fermo nei suoi sentimenti e disposto a sacrificare al suo tornaconto ogni legame di amicizia. Era fedele soltanto alla sua parentela e si considerava la guida spirituale della sua famiglia, i Pizarro, di cui, peraltro, era destinato a diventare una sorta di genio malefico.

Biografia Vi è una discordanza di fondo sulla determinazione della data di nascita di Hernando. In mancanza di dati ufficiali, alcuni autori la collocano tra il 1475 e il 1478. Altri invece la fanno risalire agli anni tra il 1501 e il 1503. Entrambi i gruppi di ricercatori appoggiano le loro tesi su ricostruzioni elaborate, ma nessuno è riuscito, finora, a dire l'ultima parola in proposito. L'unica cosa certa è che Hernando, nel 1525 conseguì la patente di capitano di fanteria. Hernando era fratello di Francisco per parte di padre, il famoso veterano delle campagne d'Italia, Gonzalo Pizarro Rodriguez de Aguilar, detto el Largo.

Le loro madri, invece, erano diverse. Quella di Hernando, Isabel de Vargas, era la moglie legittima del grande Gonzalo e gli aveva dato tre figli, un maschio, appunto Hernando e due femmine, Ines e Isabel. La madre di Francisco, invece, era soltanto una popolana di nome Francisca Gonzáles e la sua era una relazione illegittima che non aveva però impedito al figlio, nato fuori dal matrimonio, di essere riconosciuto e di portare il nome di Pizarro. Hernando e Francisco si erano frequentati in gioventù, quando le vicende della guerra li avevano portati a combattere nel reggimento del padre, durante le campagne d'Italia. La sorte li aveva divisi, allorché Francisco era andato a cercare fortuna nelle Indie, ma erano tornati ad abbracciarsi, nel 1529, quando quest'ultimo, a corto di volontari, era tornato alla città natale a cercare dei compagni di ventura. Hernando aveva accettato con entusiasmo di fare parte della spedizione nelle terre peruviane ed aveva condotto con sé anche altri due fratellastri: Juan e Gonzalo, illegittimi entrambi, ma, ambedue naturalizzati dal loro prolifico padre. Aveva completato la riunione di famiglia, l'adesione all'impresa di Martín de Alcantara, un fratello per sola parte di madre di Francisco e di un nipote dei Pizarro, il giovane Pedro, allora quindicenne, che sarebbe diventato il futuro storico della Conquista.

La conquista dell'impero degli Inca La prima azione di rilevanza di Hernando, una volta giunto a Panama, fu quella di provocare una disputa tra Francisco Pizarro e il suo antico socio Diego de Almagro. Grazie alle sue intemperanze, l'unione tra i due antichi commilitoni arrivò quasi alla rottura e soltanto l'intervento degli altri associati evitò la fine della alleanza. Un identico contrasto con Hernando de Soto, cui era stata sottratta la pattuita luogotenenza a beneficio, appunto, di Hernando, venne a malapena sedato.

L'ingresso nel territorio degli Inca valse comunque e ricompattare la volontà di tutti i partecipanti e l'azione di Hernando, che si distinse in più occasioni per il suo valore, gli riguadagnò la fiducia dei suoi commilitoni.

Giunto a Cajamarca, Hernando, assieme a de Soto, si diresse spavaldamente al campo di Atahuallpa e, ancora una volta, si guadagnò la stima di tutti per l'audacia dimostrata in quell'impresa che si sarebbe dimostrata determinante per la successiva cattura dell'Inca.

In occasione della raccolta del riscatto del sovrano Inca, Hernando si incaricò della difficile missione di recarsi, con appena venti cavalieri, al tempio di Pachacamac per reperire l'oro ivi nascosto dai sacerdoti, sordi al comando del loro imperatore. In quel frangente Hernando dimostrò le sue capacità di comando allorquando, di fronte all'inaspettato incontro con Chalcochima al comando dei suoi eserciti, seppe improvvisare una tattica insieme audace ed efficace. Senza mostrare segni di timore, egli convinse l'esperto generale a licenziare le sue truppe e a seguirlo a Cajamarca, agitando lo spauracchio di una possibile ritorsione verso l'Inca prigioniero. Al suo ritorno al campo spagnolo Hernando godé di un meritato trionfo. Con appena venti cavalieri, era tornato con un carico d'oro e con il più temuto comandante degli Inca quale prigioniero.

Hernando, però, al suo ritorno a Cajamarca ebbe la sgradita sorpresa di trovare il suo antico antagonista, Almagro, appena arrivato con un consistente contingente di truppe e, ancora una volta, di fronte all'odiato rivale, non seppe dominare la sua superba e rancorosa natura e poco mancò che provocasse una lite disastrosa.

Suo fratello Francisco non volle correre rischi e pensò bene, con l'accordo di tutti, di inviarlo in Spagna a consegnare la parte dell'oro di spettanza della Corona, con l'incarico di illustrare le benemerenze dei conquistadores e pattuire cariche e ricompense per tutti i partecipanti all'impresa.

Hernando partì dunque carico di bottino e gonfio d'orgoglio. La sua parte ammontava a marcos de plata e a pesos de oro, una vera fortuna per l'epoca, seconda solo a quella del fratello Francisco.

Durante il viaggio di ritorno passò dall'isola di Hispaniola, incontrando la curiosità e l'ammirazione di tutti. Richiesto di descrivere i recenti avvenimenti del Perù, scrisse una breve relazione indirizzata agli "Oidores de la Audencia de Santo Domingo". In essa descrisse, seppur succintamente, le fasi della conquista fino alla cattura di Atahuallpa. Il racconto è notevole perché riporta i fatti, di cui fu protagonista, con la freschezza che solo un resoconto immediato può proporre, quando i ricordi dell'autore non sono ancora condizionati dalla rivisitazione meditata che il tempo è solito imporre.

In Spagna con il riscatto Giunto in Spagna con gli immensi tesori strappati agli Inca, Hernando si trovò, ovviamente, al centro dell'attenzione generale. L'apporto di metalli preziosi arrivava quanto mai a proposito per le esauste casse imperiali, impegnate a far fronte alla dispendiosa politica europea di Carlo V. L'imperatore, sorpreso ed entusiasta per l'insperata impresa di questi suoi lontani sudditi, era quanto mai disposto a far loro concessioni onorevoli, tanto più che le sue elargizioni sarebbero state soddisfatte dalle risorse di quei remoti territori. Hernando, da parte sua, messa da parte per il momento la spada, riacquistò le sue maniere di perfetto cortigiano e perorò la causa dei suoi congiunti.

Secondo i patti contratti prima della partenza, egli avrebbe dovuto difendere anche la causa di Almagro, ma, spregiudicato com'era, non si peritò di fare quanto era in suo potere per avvantaggiare il fratello Francisco nei confronti del suo odiato rivale. I funzionari regi erano, però, sufficientemente accorti per ridimensionare le sue mene e decretarono che anche Almagro avrebbe avuto diritto a un territorio autonomo da reggere quale governatore.

In mancanza di dati cartografici precisi, si decise che il territorio di Almagro si espandesse per duecento leghe a sud di quello di Pizarro, che era invece pari a duecentosettanta leghe a partire dal villaggio di Zamuquella, posto ad un grado e venti primi a nord dell'equatore. Non si chiariva se la misura dovesse essere conteggiata in linea d'aria o seguendo la costa e questa approssimazione sarebbe stata fatale perché, a seconda dell'interpretazione, il territorio del Cuzco sarebbe stato di pertinenza dell'uno o dell'altro contendente.

Le prime anticipazioni delle decisioni della Corona giunsero in Perù frammentate e confuse, ma lo stesso Pizarro stimò che la capitale degli Inca ricadesse sotto la pertinenza di Almagro, salvo ricredersi quando alcuni interessati esperti gli presentarono i loro pareri, a lui favorevoli. L'altalena delle interpretazioni provocò quasi uno scontro tra i due antagonisti, ma l'antica amicizia permise di raggiungere un accordo. Si pattuì di soprassedere ad ogni decisione in attesa delle "provisiones" ufficiali. Nel frattempo Almagro avrebbe proceduto all'esplorazione del territorio a sud del Cuzco, il Cile, come veniva nominato, nella speranza di trovare risorse e ricchezze pari a quelle degli Inca, cosa che fece approntando un esercito di più di cinquecento uomini.

Manco II assedia il Cuzco Partito Almagro alla volta del Cile, il Cuzco rimase sotto la tutela dei giovani Juan e Gonzalo Pizarro, mentre il loro fratello, il governatore Francisco Pizarro, si occupava della fondazione della nuova capitale di Lima. I due giovani conquistadores, arroganti e sprovveduti, avevano ricevuto l'ordine di mantenere buoni rapporti con l'Inca fantoccio Manco II, allora fedele collaboratore degli Spagnoli, ma non si peritarono di sottoporlo a vessazioni ed angherie di ogni genere, spingendolo alla rivolta.

Hernando, tornato dalla Spagna e recatosi prontamente al Cuzco, cercò di rimediare alla situazione restituendo all'Inca la dignità compromessa dai suoi irresponsabili fratelli, ma era ormai troppo tardi per riguadagnare la fiducia dell'esasperato sovrano.

Manco riuscì infatti a fuggire e scatenò una imponente rivolta che mise a repentaglio la sopravvivenza stessa di tutti gli Spagnoli presenti nel Perù. Il Cuzco rimase isolato e venne sottoposto ad un vero e proprio assedio da parte delle truppe indigene. Gli spagnoli, sotto il comando di Hernando, si trovarono a combattere per la vita in una battaglia disperata, mentre i loro confratelli di Lima dovevano sopportare un similare attacco. Più volte la fortuna degli iberici parve declinare, ma Hernando, dando prova delle sue insigni qualità di combattente, seppe contenere la furia dei nemici in lunghi mesi di lotta. Negli accaniti combattimenti Juan Pizarro perse la vita, assieme a numerosi suoi compatrioti, ma la città resistette all'assedio. Nel frattempo un altro pericolo si profilava: Almagro era di ritorno dal Cile, dove l'impresa si era rivelata un fallimento, ed era intenzionato a far valere i suoi diritti.

Lotte con Almagro Quando Almagro giunse nei pressi del Cuzco, la situazione era quanto mai confusa. Nella città i Pizarro difendevano i loro accantonamenti. Nelle campagne circostanti le truppe di Manco si preparavano ad un attacco ed un esercito sotto il comando di Alonso d'Alvarado, un fedele dei Pizarro, si avvicinava per liberare gli spagnoli assediati. Almagro tentò, da prima, un abboccamento con Manco; poi, dopo alcune incomprensioni, si scontrò con gli Inca, senza peraltro riuscire a debellarli, ma ottenendo di ricacciarli più lontano, in zone, per loro, sicure.