Il genocidio dei serbi nello Stato Indipendente di Croazia (in serbo-croato: Genocid nad Srbima u Nezavisnoj Državi Hrvatskoj / Геноцид над Србима у Независној Држави Хрватској) fu la sistematica persecuzione e lo sterminio della popolazione serba durante la seconda guerra mondiale tra il 1941 e il 1945, perpetrato dal regime fascista degli ustascia nello Stato Indipendente di Croazia (in serbo-croato: Nezavisna Država Hrvatska / Независна Држава Хрватска, NDH). Il genocidio fu attuato attraverso esecuzioni nei campi di sterminio, omicidi di massa, pulizia etnica, deportazioni, conversioni religiose forzate e stupri di guerra, parallelamente all'Olocausto e al genocidio dei Rom, combinando le politiche razziali naziste con l'obiettivo ultimo di creare una Grande Croazia etnicamente pura.
Le radici ideologiche del movimento ustascia risalgono al XIX secolo. Intellettuali e nazionalisti croati elaborarono delle loro teorie volte a dimostrare l'inferiorità della razza serba. L'eredità della prima guerra mondiale e l'opposizione di alcuni nazionalisti all'unificazione degli Slavi meridionali influenzarono le tensioni etniche già presenti nel neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (dal 1929 Regno di Jugoslavia). La dittatura del 6 gennaio e le successive politiche anticroate del governo jugoslavo a maggioranza serba negli anni venti e trenta alimentarono l'ascesa dei movimenti nazionalisti e di estrema destra, culminando nell'affermazione degli ustascia, un'organizzazione ultranazionalista e di stampo terrorista fondata da Ante Pavelić. Il movimento ricevette il sostegno finanziario e ideologico di Benito Mussolini e fu coinvolto nell'assassinio del re Alessandro I di Jugoslavia.
In seguito all'invasione della Jugoslavia nell'aprile 1941, fu istituito lo Stato Indipendente di Croazia (NDH), uno stato fantoccio governato dagli ustascia comprendente gran parte del territorio di Croazia e Bosnia-Erzegovina, nonché alcune regioni delle odierne Serbia e Slovenia. L'obiettivo principale degli ustascia era la creazione di una Grande Croazia etnicamente omogenea, attraverso l'eliminazione fisica di tutti i non-croati. I serbi furono il principale gruppo scelto come bersaglio, designato per l'eliminazione insieme a ebrei, rom e dissidenti politici. Furono commessi massacri su larga scala e furono costruiti i campi di concentramento, il più esteso dei quali fu quello di Jasenovac, tristemente noto per l'elevato tasso di mortalità. Inoltre, la NDH fu l'unico Stato legato all'Asse a istituire dei campi di concentramento specifici per i bambini. Secondo le stime, il regime ustascia uccise sistematicamente tra le e le persone serbe. Altri serbi furono espulsi e almeno furono convertiti con la forza alla religione cattolica: in proporzione alla popolazione presente, la NDH fu uno dei regimi più letali in Europa.
Mile Budak e altri alti funzionari della NDH furono processati e condannati per crimini di guerra dalle autorità comuniste jugoslave. I comandanti dei campi di concentramento, come Ljubo Miloš e Miroslav Filipović, furono catturati e giustiziati, mentre il cardinale Aloysius Stepinac fu riconosciuto colpevole della conversione religiosa forzata. Numerosi altri funzionari e collaborazionisti fuggirono prevalentemente in America Latina, tra cui il leader Ante Pavelić. Il genocidio non fu adeguatamente analizzato nel dopoguerra, il governo jugoslavo non incoraggiò gli studi indipendenti per timore che le tensioni etniche potessero destabilizzare il nuovo regime comunista.
Attualmente, la Serbia commemora il 22 aprile come giornata dedicata alle vittime del genocidio e del fascismo, mentre la Croazia organizza una commemorazione ufficiale presso il Memoriale di Jasenovac.
Contesto storico Le radici ideologiche del movimento ustascia risalgono al XIX secolo, con la fondazione del Partito dei Diritti da parte di Ante Starčević, e la successiva scissione dell'ala più radicale guidata da Josip Frank, che diede vita al Partito Puro dei Diritti. Starčević ebbe un'importante influenza ideologica sul nazionalismo croato degli ustascia: fu un sostenitore dell'unità e dell'indipendenza croata, di orientamento antiasburgico, in quanto Starčević considerava la monarchia asburgica il principale antagonista croato e anti-serbo. Immaginò la creazione di una Grande Croazia che avrebbe incluso i territori abitati da bosniaci, serbi e sloveni, considerando bosniaci e serbi come croati convertiti all'Islam e al cristianesimo ortodosso orientale. Nella sua demonizzazione dei serbi sostenne che "i serbi oggi siano pericolosi per la loro composizione razziale e le loro idee, come la tendenza a cospirazioni, rivoluzioni e colpi di stato sia nel loro sangue".JUŽNOSLAVENSKO PITANJE. Prikaz cjelokupnog pitanja (Die südslawische Frage und der Weltkrieg: Übersichtliche Darstellung des Gesamt-problems). Prevod: Fedor Pucek, Matica hrvatska, Varaždin, 1990 Starčević definì i serbi una "razza immonda", un "popolo nomade" e "una razza di schiavi, le bestie più schifose", mentre il cofondatore del suo partito, Eugen Kvaternik, negò l'esistenza dei serbi in Croazia, considerando la loro coscienza politica come una minaccia. Milovan Đilas descrive Starčević come il "padre del razzismo" e il "padre ideologico" degli ustascia, mentre alcuni ideologi ustascia stabilirono un nesso tra le idee razziali di Starčević e l'ideologia razziale di Adolf Hitler.
Il partito di Frank si allineò alla posizione di Starčević secondo cui i serbi rappresentavano un ostacolo alle ambizioni politiche e territoriali croate, e gli aggressivi atteggiamenti anti-serbi divennero una caratteristica peculiare del partito. I seguaci dell'ultranazionalista Partito Puro furono noti come frankisti e avrebbero costituito il principale bacino di reclutamento per il successivo movimento ustascia. Dopo la fine della prima guerra mondiale e il conseguente collasso dell'Impero austro-ungarico, nacque il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (in seguito Regno di Jugoslavia), governato dalla dinastia serba dei Karađorđević, uno Stato provvisorio comprendente i territori meridionali dell'Impero uniti al Regno di Serbia, alleato delle potenze dell'Intesa. Lo storico John Paul Newman ha evidenziato come l'influenza dei frankisti, insieme all'eredità della prima guerra, ebbero un impatto significativo sull'ideologia ustascia e sui loro futuri genocidi. Molti veterani avevano combattuto su diversi fronti del conflitto, sia dalla parte "vittoriosa" che da quella "sconfitta". La Serbia subì il maggior numero di vittime mentre i croati combatterono nell'esercito austro-ungarico, due veterani croati furono governatori militari della Bosnia e della Serbia occupate. Entrambi appoggiarono i piani di denazionalizzazione dell'Austria-Ungheria nei territori abitati dai serbi e sostennero l'idea di incorporare una Serbia sottomessa all'Impero. Newman ha affermato che "l'inflessibile opposizione degli ufficiali austro-ungarici alla Jugoslavia ha fornito un modello per la destra radicale croata, cioè l'ustascia". I frankisti attribuirono ai nazionalisti serbi la sconfitta dell'Austria-Ungheria e si opposero alla creazione della Jugoslavia, da loro identificata come una copertura per la Grande Serbia. La coscienza nazionale croata emerse dopo la creazione di uno Stato comune degli Slavi del Sud e fu indirizzata contro il nuovo Regno, più precisamente contro la predominanza serba al suo interno.
Gli intellettuali croati del primo novecento, Ivo Pilar, Ćiro Truhelka e Milan Šufflay, influenzarono sia la concezione ustascia di nazione e identità razziale che la teoria dei serbi come razza inferiore. Pilar, storico, politico e avvocato, pose grande enfasi sul determinismo razziale, sostenendo che i croati erano stati definiti dall'eredità razziale e culturale "nordico-ariana", mentre i serbi si erano "incrociati" con i "valacchi balcanico-romanì". Truhelka, archeologo e storico, sostenne che i musulmani bosniaci erano di etnia croata e che appartenevano alla razza nordica razzialmente superiore, al contrario i serbi appartenevano alla "razza degenerata" dei valacchi. Gli ustascia promossero le teorie di Šufflay, storico e politico, al quale si attribuisce l'affermazione che la Croazia fosse stata "uno dei più forti baluardi della civiltà occidentale per molti secoli", un primato che era andato perduto con l'unione alla Serbia del 1918, all'atto di nascita della Jugoslavia.
L'esplosione del nazionalismo croato dopo il 1918 rappresentò una delle principali minacce per la stabilità della Jugoslavia. Negli anni venti, Ante Pavelić, avvocato e politico frankista, emerse tra i principali fautori dell'indipendenza croata. Nel 1927 contattò segretamente Benito Mussolini, dittatore in Italia e fondatore del fascismo, presentandogli le sue idee separatiste. Pavelić propose la crezione di una Grande Croazia indipendente che avrebbe dovuto comprendere l'intera area storica ed etnica dei croati. In quel periodo, Mussolini nutriva interessi nei Balcani, il suo obiettivo era di isolare la Jugoslavia per rafforzare l'influenza italiana sulla costa orientale dell'Adriatico. Lo storico britannico Rory Yeomans sostiene che Pavelić avesse preso in considerazione la formazione di un gruppo insurrezionale nazionalista già nel 1928.
Nel giugno 1928, Stjepan Radić, leader del più grande e popolare partito croato, il Partito Contadino Croato (in serbo-croato: Hrvatska seljačka stranka, HSS), fu ferito a morte nell'aula parlamentare da Puniša Račić, un leader serbo montenegrino ex membro dei cetnici e deputato del Partito Radical-Popolare al potere. Račić uccise anche altri due deputati dello HSS, ferendone altri due. Gli omicidi provocarono violente proteste studentesche a Zagabria. Nel tentativo di reprimere il conflitto tra i partiti politici croati e serbi, re Alessandro I proclamò la dittatura con l'obiettivo di stabilire lo "jugoslavismo integrale" in una singola nazione jugoslava. L'introduzione della dittatura portò alla ribalta le forze separatiste, soprattutto tra i croati e i macedoni. LUstascia - Movimento rivoluzionario croato (in croato: Ustaša - Hrvatski revolucionarni pokret) emerse come il movimento più estremista tra queste forze. Il movimento nacque tra la fine del 1929 e l'inizio del 1930 all'interno dei gruppi radicali e militanti studenteschi e giovanili, presenti già dalla fine degli anni venti. Il movimento fu fondato dal giornalista Gustav Perčec e da Ante Pavelić, entrambi animati da un profondo odio nei confronti dei serbi, sostenendo che "croati e serbi erano separati da un abisso culturale incolmabile" che impediva loro di coesistere. Pavelić accusò il governo di Belgrado di diffondere "una cultura barbarica e una civiltà zingara", affermando anche la diffusione di "ateismo e di una mentalità bestiale nella divina Croazia".
I sostenitori degli ustascia pianificarono il genocidio alcuni anni prima della seconda guerra mondiale; ad esempio, uno dei principali ideologi di Pavelić, Mijo Babić, scrisse nel 1932 che gli ustascia avrebbero "fatto piazza pulita e tagliato tutto il marcio dal corpo sano del popolo croato". Nel 1933, gli ustascia presentarono i "Diciassette principi" che costituivano l'ideologia ufficiale del movimento: i principi affermavano l'unicità della nazione croata, promuovevano i diritti collettivi rispetto a quelli individuali e dichiaravano che le persone non croate di "sangue" sarebbero state escluse dalla vita politica.