I Dellachà sono una famiglia originaria di Novi Ligure capoluogo dell'Oltregiogo nella Repubblica Ligure, ramo della famiglia de la Cavana, antichi Signori di Castel Cavana, Vassalli nel sec. XII deI Marchesi del Bosco, Marchesato del SRI.

La forma breve del cognome, de la Ca', da cui Dellaca’, fu utilizzata alternativamente a quella estesa, de la Cavana, fin dal Sec. XV e si consolidò nel ramo discendente in linea retta mascolina da Luciano de la Ca’ di Odoardo che nel 1448 fu sindaco con ampia balia delle famiglie del Nobile Albergo de la Cavana di Novi. Nel 1551 (atto notaro Francesco Ricci) per la prima volta in questa linea comparve la lettera h inserita nel nome e nel cognome di Francischus de la Cha' ad indicare la pronuncia dura della c (come in charta) nella forma breve poi compattata in Dellacha'.

La famiglia quindi, come rileva G. A. Bottazzi che definisce i suoi membri come “I Signori della Cavana (castello distrutto ne' monti tra Arquata e Serravalle)” fin dal tempo in cui fu formato il cognome ha sempre goduto del predicato territoriale de la Cavana indicativo di effettiva Signoria feudale, egli infatti nota che nei patti con Genova che Novi sottoscrisse nel 1135 (tra i firmatari erano due esponenti della famiglia Cavanna) questa si riservava di non far guerra ai Marchesi di Monferrato e del Bosco il che dimostra che in Novi vi fossero vassalli dei detti marchesi, ed al proposito cita: "i Signori della Cavanna Vassalli del Marchese del Bosco come Signori del Castello della Cavana" – Osservazioni storico critiche sui ruderi di Libarna ed origine di alcuni castelli del Tortonese,1815, pag.134,135 – . I Signori di Castel Cavana si unirono alla coalizione detta concordia castellanorum nella guerra di confine contro Genova a fianco di Tortona, dei Marchesi Aleramici, e dell'Impero tal che furono loro concessi, fin dal 1210, imperiali privilegi (come richiamato in sentenza del Duca di Milano del 1480 citata dal Bottazzi) , ivi compreso quello araldico del capo dell'impero nello stemma. A seguito dell'esito bellico che favorì la Superba e della pace che ne segui' il castello de la Cavana fu però completamente distrutto (come constatato dal Bottazzi). La Pace infatti dispose, nel 1218, la demolizione dei castelli di confine e fu firmata tra gli altri da Rufino de la Cavana (E. Gabotto, Chartarium Derthonense, 1909).

Successivamente, presumibilmente anche a compensazione del servizio reso e della perdita di Castel Cavana, i Marchesi Aleramici del Bosco investirono a Rufino de la Cavana de novis il Castello di Gadio, tra Novi e Pozzolo, locato in area interna lontana dal confine con Genova.

L'Investitura ( v. Ferretto, Documenti Genovesi di Novi e Valle Scrivia, 1900) fu effettuata nel 1227 da Sartorio dei Marchesi del Bosco (stato del SRI) con 'omnimoda jurisdictione ( la Signoria con giurisdizione è equivalente a Baronia), e fu riconosciuta con altri privilegi nel 1480 dal Ducato di Milano (parimenti parte del Sacro Romano Impero). Nel feudo per convenzione si succedeva per quote indivise e alcuni Jussi, quote cioè di Gadio, pervennero ancora nel 1551 in dote alla figlia di un nipote del detto Luciano.

Il casato ha sempre goduto anche del predicato territoriale per nobiltà civica di Novi (de novis), attribuito allo stesso Rufino nell'investitura del 1227, come normalmente ai membri della famiglia ( insieme all'appellativo di magnifico - a Genova assimilabile a marchese - attribuito ai de la Cavana / de la Ca' che a Novi sempre occuparono le supreme magistrature).

A Genova per la Convenzione del 1447 la nobiltà di Novi era riconosciuta, la famiglia ebbe abitacolo a Novi ed a Genova e qui Antonio di Giulio . Giulio di Domenico, e lo stesso Domenico furono inscritti nel Liber Nobilitatis istituito nel 1528, aggregati all'Albergo De Franchi''' ed indicati a Novi come de Franchis de la Cavana o de la Ca', fondarono nella chiesa di S. Caterina da Genova all’Acquasola, la cappella di N. S. della Misericordia (ora e dal 1893 cappella dell’Addolorata) con annesso sepolcro gentilizio ornato da stemma ancora visibile. I suddetti continuavano peraltro ad operare anche a Novi presenti nelle maggiori magistrature ed avevano una casa coerente a quella di Battistino di Domenico (fratello del detto Giulio ) ascendente diretto del ramo consolidato poi in Dellacha', insigniti come lui del titolo di Magnifico, Sindaco, Padre del Comune, . Il Casato Cavanna è presente nell'elenco delle famiglie ascritte al Patriziato nell'ambito del Repertorio di fonti sul Patriziato Genovese a cura di Andrea Lercari (https://sabliguria.cultura.gov.it/risorse-online/repertorio-di-fonti-sul-patriziato-genovese/ ).

Nota sul titolo di Magnifico L'illustre storico Cesare Cattaneo Mallone di Novi richiama la norma vigente nella Repubblica Ligure (Delibera dei Serenissimi Collegì 16 Nov. 1581) secondo cui 'i nobili cittadini nanti al Senato e Magistrati si nominano con il titolo di Magnifico' (qui titulus non possit variari, minui, augeri – ms/ 365 Archivio di Stato di Genova, Archivio Segreto busta nobilitatis n. 2859...), e rileva che tale titolo di Magnifico si riscontra sempre a favore di tutti i nobili cittadini fino al 1797. Posto che esiste una tradizione secondo cui l'imperatore Carlo V rivolto ad una riunione di nobili genovesi abbia proclamato: “Vos omnes marchiones appello”, consta comunque che in prosieguo i Governi Sabaudi ammisero per qualche tempo per la nobiltà genovese la sostituzione generalizzata del titolo di Magnifico con quello di Marchese anche se con Regio Decreto del 1889 la Consulta Araldica fu poi autorizzata a proporre il riconoscimento del detto titolo di Marchese solo ai primogeniti degli ascritti alla nobiltà genovese come se si trattasse di un titolo feudale sabaudo. Tuttavia si trattò di un equivoco, nota Cesare Cattaneo Mallone, il titolo di Magnifico/Marchese genovese infatti era civico, non feudale, e quindi senza diritto di primogenitura, riconosciuto a tutti i fratelli figli del medesimo padre. D'altronde, nelle corti straniere venivano sempre chiamati Marchesi tutti i discendenti dei patrizi genovesi ascritti al Liber Nobilitatis (la consulta Araldica del Regno d'Italia - Commissione Ligure, peraltro, considerava ascritti anche quanti non lo erano ma avrebbero avuto diritto di esserlo n.d.r. ), ed il loro diritto all'uso di una corona araldica molto simile a quella marchionale (anzi leggermente arricchita rispetto a questa) non fu mai contestato.

Nota sulla signoria con giurisdizione equivalente a baronia Come riferimento di base si può consultare la voce barone del dizionario araldico di Piero Guelfi Camaiani, Hoepli, 1940, ristampa Cisalpino Goliardica, 1987, pag 75 : “ Molti furono i significati di questa voce secondo i tempi ed i luoghi. A noi valga sapere che equivaleva a signore con giurisdizione''.....La Consulta Araldica del Regno d'Italia cominciò ad autorizzare la concessione del titolo di Barone ai primogeniti di coloro che avevano avuto effettiva e completa giurisdizione feudale per 200 anni (massimario nobiltà napoletana)..”.

Per approfondire si può ricorrere a C. Arnone, in Rivista Araldica del Collegio Araldico, Roma, 20 aprile 1938, che cita Pauermaister : “Ritengo che i baroni non siano di vario genere, ed in qualunque modo siano chiamati..siano uguali per nobiltà” e cita le denominazioni ricorrenti in uso nel SRI : Semper Freien, Frei Herren, Edle Herren ...in cui si attribuiscono diverse specificazioni (Sempre Liberi, Liberi, Nobili..) al vocabolo Herren : "Signori" . Egli cita poi l'Enciclopedia Britannica, 1910, Vol 3°, in cui si dice che il termine Barones è di uso tardo, non anteriore al XVII secolo, mentre nei documenti latini del Medio Evo era utilizzato per il medesimo rango il termine Liberi Domini : "Liberi Signori" .

Note

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