Lautostima nell'acquisizione delle lingue straniere è uno degli elementi fondamentali nel successo nell'acquisizione di una lingua straniera (L2) o del suo apprendimento. L'autostima è anche uno degli elementi psicologici fondamentali dell'ipotesi del filtro affettivo di Krashen, che è uno dei fondamenti del campo dell'acquisizione linguistica delle L2. Secondo la suddivisione dell'autostima di Brown (1994) e la letteratura sull'autostima nell'acquisizione nelle lingue straniere, quest'ultima è un tipo specifico di autostima, contrapposto all'autostima globale, cioè riferita a qualunque situazione e contesto quotidiano. Per parallelismo, l'ansia verso le lingue straniere (FLA) è una forma di ansia specifica, contrapposta al disturbo d'ansia generalizzato (DAG). Pertanto, una persona può avere una buona autostima e non essere ansiosa in generale, ma sentirsi in difficoltà specificatamente durante le attività di acquisizione o apprendimento di una L2.
Gli altri elementi fondamentali per il successo, secondo l'ipotesi del filtro affettivo di Krashen, sono la motivazione nell'acquisizione delle lingue straniere (e eventualmente alla presenza dello stato di flusso) e l'assenza sia di ansia verso le lingue straniere, a cui si può aggiungere l'assenza di noia verso le lingue straniere, un alto quoziente emotivo per verbalizzare i propri malesseri e lo sviluppo della capacità metacognitiva riguardo in particolare al processo di acquisizione delle L2.
Nel 2023, lo studio dell'autostima nell'acquisizione delle lingue straniere è stato indicato da Rubio-Alcalá e Cano-Jiménez come un tema relativamente nuovo nel mondo accademico, per cui la ricerca scientifica è più scarna. Un articolo meta-analitico di Guban-Caisido pubblicato nel 2020 in particolare passava in rassegna solo 20 studi pubblicati tra il 2001 e il 2019.
Autostima e L2
L'autostima e i costrutti del sé
Il concetto di sé (self-concept) di una persona si sviluppa nel corso degli anni ed è formato da una serie di informazioni e caratteristiche su di sé appartenenti a varie dimensioni/categorie/gruppi/aspetti. Secondo il modello di Bruce Bracken, le dimensioni che formano il concetto di sé sono quella fisica/salutare, emotiva, sociale, familiare, accademica e competenziale (cioè che riguarda le competenze). Il concetto di sé è una realtà cognitiva, non affettiva.
Il concetto di sé è definibile anche come la somma dei costrutti del sé (self-constructs), che sono l'autostima (il risultato di una valutazione positiva o negativa del concetto di sé), l'immagine di sé (self-image o "self-schema"), l'autoconsapevolezza (self-awareness), l'autoefficacia (self-efficacy) e l'autoconfidenza (self-confidence). Secondo delle brevi definizioni:
l'immagine di sé o "schema di sé" mentale: è il modo in cui una persona si percepisce. Tale modo può non corrispondere alla realtà, perché può essere distorto in senso ottimistico o pessimistico. L'autostima: è il modo in cui una persona si auto-apprezza come individuo. Ossia, è la valutazione, stima e giudizio che una persona opera del concetto di sé. La valutazione può essere positiva o negativa e dunque ha una componente affettiva. L'autoefficacia: è l'insieme di pensieri che contribuiscono a una buona performance in qualcosa attraverso l'aumento della motivazione, del focus sul compito e degli sforzi. Dunque, l'autoefficacia si riferisce alla credenza o abilità di una persona di ottenere risultati: non ha a che fare con l'autostima, cioè con un giudizio sul proprio valore. Secondo un'altra definizione di Bandura (1987), è la percezione di una persona/individuo della propria performance o del potenziale di raggiungere il successo. L'autoconfidenza: è l'insieme di attitudini personali verso il sé (e.g., orgoglio, fiducia, ottimismo) che permettono alla persona di avere una percezione positiva e realistica di sé e delle proprie abilità. L'autoconsapevolezza: è l'esperienza/avvertimento/conoscenza/comprensione della propria personalità o individualità (e.g., il proprio carattere, sentimenti, motivazioni e desideri). In alcune ricerche, "concetto di sé" e "autostima" non sono separati: sebbene la prima sia una realtà cognitiva e la seconda abbia una componente specificatamente affettiva siccome si basa su valutazioni affettive (Williams, Mercer e Ryan, 2015), i due vengono talvolta considerati sinonimi siccome i processi di formazione dei due concetti non vengono considerati come separati, bensì inseparabili. Inoltre, l'autostima è socialmente
Il giudizio di una persona che dunque forma una scarsa o alta autostima è influenzato da vari fattori, tra cui la comparazione con gli altri e come gli altri rispondono positivamente o negativamente agli atteggiamenti della persona in questione. L'impatto è negativo se la comparazione degli altri porta a vedere gli altri come migliori e/o se le risposte degli altri sono negative (tipicamente di critica, anche con mancanza di rispetto, o di indifferenza).
Una buona e alta autostima, dunque un giudizio positivo dell'immagine di sé, porta a sensazioni di merito, di buone capacità e di importanza e valore. Una scarsa e bassa autostima porta a sensazioni opposte (e.g., non avere meriti, sindrome dell'impostore, scarse capacità, scarsa importanza e valore).
L'autostima, oltre a essere un costrutto del sé, è anche uno dei bisogni all'interno della piramide di Maslow (1947). I bisogni sono organizzati in modo gerarchico, con i bisogni fisiologici nell'ultimo gradino della piramide. Una volta che i bisogni fisiologici sono soddisfatti, una persona può provare a soddisfare i bisogni e desideri di ordine superiore. Il bisogno di avere una buona e alta autostima è il bisogno che si trova nel gradino appena sopra l'amore e sicurezza e appena sotto la punta: la punta della piramide è occupata dal desiderio di autorealizzazione (self-actualization).
Secondo F. Amirazodi e M. Amirazodi (2011), ci sono delle associazioni tra autostima e tratti di personalità: una buona autostima è legata all'estroversione, socievolezza, cordialità/affabilità/amicalità, coscienziosità (presenza di una direzione precisa nel proprio pensare e agire) e apertura mentale verso nuove esperienze. Di contro, una scarsa autostima è legata non tanto all'introversione e antagonismo/ostilità, quanto alla mancanza di direzione, chiusura mentale verso le nuove esperienze, neuroticismo (cioè instabilità emotiva) e timidezza. Una scarsa autostima è correlata anche alla depressione e, nei casi più spinti, a disturbi mentali. La scarsa autostima è legata anche all'avere avuto dei genitori indifferenti o spesso lontani da casa, per cui il contatto genitore-figlio è scarso.
Brown (1994) ha infine sostenuto che l'autostima è suddivisa in tipologie, per cui non è monolitica:
l'autostima globale è una stima/giudizio di sé riferito a qualunque situazione e contesto quotidiano e lungo un vasto arco di tempo; questa tipologia di autostima resta fissa a meno che sia trattata clinicamente l'autostima situazionale è riferita a un contesto o situazione particolare, come ad esempio il lavoro, le interazioni sociali, lo stare in casa e l'educazione (e.g., scuola dell'obbligo, università o tutto il proprio bagaglio culturale); in alternativa, si riferisce a un proprio tratto come ad esempio l'intelligenza, l'eloquio, l'abilità atletica e le caratteristiche della personalità (e.g., empatia, gregarietà/socievolezza, flessibilità alle circostanze...). l'autostima relativa a un task è riferita a un compito specifico all'interno di un contesto. Un esempio riferito al contesto dell'educazione è acquisire una L2 e utilizzarla nella produzione orale. Un discente può avere una buona autostima nella vita e in tutto il contesto scolastico eccetto durante le lezioni di una determinata L2.
Inoltre, secondo il modello bidimensionale di Mruk (1999), l'autostima può essere suddivisa in 4 combinazioni. In base a una matrice che incrocia il valore che una persona si auto-attribuisce e la capacità di svolgere un task, emergono dunque 4 tipi:
un alto valore affiancato a alte capacità nello svolgere un task è una forma di autostima genuina; un alto valore affiancato a scarse capacità porta all'autostima difensiva di tipo I, che nasconde e maschera le proprie scarse capacità e porta a comportamenti narcisistici e egocentrici, cioè interamente centrati su di sé; un basso valore affiancato a alte capacità porta all'autostima difensiva di tipo II, che porta a risultati superiori e esuberanti rispetto alle attese e a comportamenti antisociali, cioè di disprezzo per le regole sociali; un basso valore affiancato a basse capacità porta alla bassa autostima genuina.
In generale, avere una buona autostima non è sinonimo di narcisismo o di comportamenti aggressivi. Avere un'autostima alta o bassa può generare le profezie che si autoavverano (Branden, 1995): la predizione genera l'evento tramite l'adozione di comportamenti appositi. In psicologia, questo fenomeno è analogo all'effetto Pigmalione.
L'autostima, nell'arco della vita di una persona, non è stabile, immutabile e statica: nonostante gran parte dell'autostima si formi tra l'infanzia e l'adolescenza, parte del livello di autostima può fluttuare da adulti; la fluttuazione dell'autostima è più alta della fluttuazione del livello di intelligenza, anch'esso un tratto relativamente stabile.
L'autostima nello studio di L2
L'autostima nello studio di L2 è stata modellizzata per la prima volta da Rubio-Alcalá e Cano-Jiménez (2024). La loro modellizzazione non distingue i concetti di "concetto di sé" e "autostima". Secondo il loro modello, autostima nella lezione di L2 è composta tra tre dimensioni. Competenza linguistica, performance legata alle abilità e ai compiti ("skill and task performance") e supporto sociale percepito all'interno della classe di L2. Le tre dimensioni interagiscono tra loro in modo dinamico ma la prima dimensione, ovvero quella della competenza linguistica, è la più forte. Ognuna delle tre dimensioni si riferisce poi a dei campi specifici: la competenza linguistica si riferisce all'autoefficacia, l'attitudine linguistica e la competenza comunicativa; la performance legata alle abilità si riferisce al parlato (inclusa la pronuncia), ascolto, lettura e scrittura; il supporto sociale percepito si riferisce all'appartenenza, abilità comunicative e rapporto ("rapport"). Sáfár e Kormos (2008) hanno dimostrato come il campo specifico dell'attitudine linguistica, che è uno dei fattori più cruciali del modello, sia influenzato dalle esperienze di apprendimento di una L2. Il campo specifico dell'appartenenza (belongingness) è il secondo più cruciale e si riferisce alla sensazione di appartenere alla classe di L2, di essere pienamente un suo membro e non un estraneo o intruso, per cui il discente si sente capace di comunicare e interagire apertamente con i propri compagni di classe e di stabilire un rapporto con loro attraverso la supportività del docente. Il senso di appartenenza è presente anche in modelli teoretici dell'apprendimento fondamentali (e.g., quello di Bronfenbrenner, 1979), di motivazione generici (e.g., la piramide di Maslow e il modello di Bowlby, 1988) e di autostima nel generico mondo scolastico e accademico (e.g., Reasoner, 1983); inoltre, è presente anche in studi che riguardano l'autostima non specifica. Il terzo fattore più critico nel modello è quello dell'autoefficacia.
Altri modelli, riferiti però all'autostima non specifica in contesto di acquisizione o apprendimento di L2, sono d'accordo con il modello di Rubio-Alcalá e Cano-Jiménez, per esempio il modello di Shindler (2009) e di Mruk (2009).
In generale, non è chiaro se nel mondo scolastico e accademico l'autostima sia il presupposto per arrivare al successo scolastico o se l'autostima sia il risultato dei successi scolastici.