All'indomani della disastrosa ritirata e dello sbandamento dell'esercito italiano a Caporetto si discusse, come era già accaduto per le pesanti sconfitte del 1866 a Custoza e a Lissa, se quello che era avvenuto fosse da addebitarsi a cause militari o politiche.
Caporetto: sconfitta militare o politica? Questa volta la sconfitta era stata così grave che ci si chiedeva se a Caporetto fosse venuta meno la saldezza e coesione della giovane nazione italiana.
Il primo comunicato di Cadorna al governo, bollettino che in seguito fu modificato ed attenuato dall'intervento della censura, dichiarava che «La mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze armate austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia». Successivamente lo stesso generale però affermava che «L'esercito cede, vinto, non dal nemico esterno, ma dal nemico interno», volendo in questo modo attribuire la disfatta alle mancanze morali e politiche dell'intera nazione.
Superato lo stupore e lo sconforto generati dalla sconfitta, si cominciò ad affermare che le cause del disastro andassero ricercate nei gravi errori strategici militari che la commissione d'inchiesta, costituita dopo la guerra, mise in luce a carico dei vari Cadorna, Porro, Capello, Badoglio ecc., senza però accusarli direttamente, lasciando così tutt'intero il dilemma della Caporetto cedimento politico o militare.
La storiografia divisa ideologicamente Nella produzione storiografica seguente i fatti di Caporetto,. si vennero formando due interpretazioni che risentivano fortemente dell'ambiente politico in cui si sviluppavano: sotto il regime fascista, che aveva promosso ad alte cariche Badoglio e Cadorna, si avanzarono tesi che mettevano in evidenza i "meriti" dei comandi militari, addossando tutte le responsabilità ai nemici politici socialisti, cattolici e giolittiani.
Saranno gli stessi storici fascisti che, nel periodo della Repubblica di Salò (1945) con il passaggio dell'esercito e di Badoglio nelle file degli alleati anglo-americani, rividero le tesi precedenti cominciando a mettere il risalto gli errori militari che avevano causato Caporetto.
Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere. riflettendo su Caporetto rifiutava l'interpretazione che lo riduceva a puro fatto militare ma poiché «ogni fatto militare è anche un fatto politico e sociale» Caporetto era l'anticipazione di quella crisi profonda dello stato liberale che avrebbe portato agli avvenimenti insurrezionali del biennio rosso: lo sfogo sociale irrefrenabile di una rivoluzione mancata.Il Biennio Rosso (1919 - 1920) è la locuzione con cui alcuni storici chiamano il periodo della storia italiana immediatamente successivo alla prima guerra mondiale in cui si verificarono soprattutto al nord mobilitazioni contadine, tumulti annonari, manifestazioni operaie, occupazioni di terreni e fabbriche con in alcuni casi tentativi di autogestione. Le agitazioni si estesero anche alle zone rurali della pianura padana e furono accompagnate da scioperi, picchettaggi e violenti scontri. I governi liberali sconteranno l'errore politico di non aver capito la necessità di «inserire il popolo nel quadro statale né ci riuscirono». e al posto della rivoluzione proletaria, tanto temuta, si ritroveranno con la "rivoluzione fascista".
Dopo l'instaurazione della Repubblica parlamentare italiana nel dopoguerra, la storiografia liberale con documenti incontrovertibili ha definitivamente messo in evidenza le responsabilità degli alti comandi militari ma nel contempo ha rivalutato l'azione militare di Cadorna pur sfrondandola dalla retorica fascista,. negando nel contempo la teoria della rivoluzione fallita di Caporetto. e
In definitiva la maggior parte dei giudizi, militari e storici, sugli eventi dell’autunno 1917, si dividono in due filoni principali. Il primo lega la rottura del fronte a Tolmino-Plezzo e la conseguente ritirata sul Piave in un unico nesso, costituente la cosiddetta disfatta di Caporetto. Il secondo, con una visione globale degli eventi e delle loro conseguenze, considera la rottura del fronte, la ritirata e la successiva vittoriosa battaglia d’arresto sulla linea Grappa-Piave come un unico ciclo operativo. «Laddove la vittoria riportata sulla linea Grappa_Piave, costituì non solamente la conclusione dell’offensiva austro-tedesca, ma addirittura il fallimento del programma degli Imperi Centrali di raggiungere la fine vittoriosa dell’intero conflitto, fatta apparire prossima dalla rivoluzione bolscevica (7 novembre) e dall’armistizio di Brest-Litovsk (15 dicembre)»Cfr ; .
La storiografia militare: le tattiche tedesche Lo studio strategico della battaglia di Caporetto fu approfondito sin dalla commissione d'inchiesta dell'immediato dopoguerra, con tutti i già ricordati limiti del caso.
Molto meno praticata in Italia fu l'analisi tattica e tattico-strategica della sconfitta, né furono studiate adeguatamente le fonti nemiche, ovvero non le ragioni della sconfitta italiana, ma quelle della vittoria nemica.
Viceversa lo studio del "caso Caporetto" fu molto praticato, sia a livello strategico, che a livello tattico, dalla storiografia militare dello stato maggiore tedesco tra le due guerre. Caporetto, assieme ad altri celebri sfondamenti in Romania, sul Baltico e nelle Fiandre all'inizio del 1918, rappresenta una delle sperimentazioni delle tattiche (e delle strategie) di assalto e infiltrazione tedesche, replicate, copiate e migliorate poi da francesi, americani e forze del Commonwealth (in particolare canadesi e neozelandesi) negli ultimi mesi di guerra.
In particolar modo uno dei manuali per l'addestramento tattico dei sottotenenti e tenenti tedeschi alla fine degli anni trenta era basato sulle memorie di guerra di Erwin Rommel, all'epoca insegnante presso alcune accademie militari di fanteria, in cui Caporetto (e le battaglie sul fronte romeno) hanno una grande importanza proprio come casi tipici di assalto infiltranteSi tratta di Rommel, E (2004), Fanteria all'Attacco: dal fronte occidentale a Caporetto, ed. it. a cura di Fabio Mini, Gorizia, prima ed. tedesca Potsdam, 1937 come Infanteriegreift an- Erlebnis und Erfahrung. Rommel si era particolarmente distinto in questa campagna, sia nella fase di sfondamento (nella zona di monte Cucco) che nello sfruttamento del successo (fino a Longarone), i suoi ricordi sono solo una (anche se particolarmente famosa) delle innumerevoli memorie sistematizzate storiograficamente a scopo didattico o storico da parte degli ufficiali e degli storici militari tedeschi.
L'opinione di Rommel è quindi significativa, e conferma il cattivo rendimento delle truppe italiane, offrendo delle ipotesi interpretative per questo fatto. Riferendosi al grande successo con cui le sue truppe, subito dopo lo sfondamento, riuscirono a conquistare la seconda e la terza linea italiana, facendo un enorme numero di prigionieri, conclude: "Incomprensibile fu soprattutto il comportamento del primo reggimento della brigata Salerno sul Mrzil Vrh. La catastrofe era dovuta in questo caso al disorientamento e alla totale mancanza d'iniziativa. La massa (dei soldati), costituitasi in consiglio di guerra, minò l'autorità dei comandanti. Sarebbe bastata una sola mitragliatrice azionata da ufficiali per salvare forse la situazione (si riferisce ad un combattimento in cui con meno di una compagnia, ed in verità usando solo una squadra d'assalto, riuscì a catturare un intero reggimento) o per assicurare almeno un'onorevole fine al reggimento. (…) Durante i combattimenti che ebbero luogo dal 24 al 26 ottobre 1917, vari reggimenti italiani giudicarono la situazione come disperata e rinunziarono anzi tempo alla lotta quando si videro attaccati sul fianco o addirittura alle spalle. I comandanti italiani mancarono di fermezza. Non erano abituati alla nostra tattica offensiva molto agile e per di più non avevano abbastanza saldamente in mano i loro soldati. A questo bisogna aggiungere che la guerra contro la Germania non era popolare." (op. cit. p. 358) Rommel prosegue affermando che la reazione dei reparti italiani era molto differenziata, mentre alcuni battaglioni e reggimenti si arrendevano in massa, altri combattevano o si ritiravano di buon ordine.
Rommel, e concordemente con lui molti ufficiali tedeschi, attribuirono la sconfitta italiana sia a fattori morali-politici (la poca popolarità della guerra, la truppa indisciplinata, la stanchezza dei soldati dopo 12 offensive sanguinose), sia più strettamente militari: l'attacco a sorpresa, le nuove tattiche, l'uso sagace delle mitragliatrici leggere e dell'artiglieria, gli attacchi aggiranti come norma tattica inaspettata, la capacità di utilizzare piccoli distaccamenti in funzione offensiva, il superiore addestramento, l'abilità delle proprie truppe e in particolar modo dei propri sottufficiali, il grande spirito di corpo e l'aggressività delle divisioni d'élite impiegate per lo sfondamento.
Queste posizioni sono rientrate nella storiografia militare italiana molto successivamente, in particolar modo grazie a Fabio Mini e alle sue riflessioni sulla non linearità delle tattiche tedesche in quell'occasione, e sull'innovatività tattica delle formazioni tedesche. Insomma non va capito solo perché "i nostri" si batterono così male, ma anche perché "il nemico" si batté così bene. In particolare Mini, nella curatela dell'opera di Rommel, afferma "Nel piccolo mondo della tattica Rommel ci offre una ulteriore prospettiva diversa. Ci descrive, mentre egli stesso se ne meraviglia, gli effetti della sorpresa, non tanto in termini strategici ma in termini di stupefazione degli uomini. Una condizione inaspettate e incredibile che blocca ogni iniziativa. L'incapacità di reagire che egli vede negli italiani (…) che avvicina sorridendo con un fazzoletto al vento non è paura, e neppure consapevolezza della propria inferiorità di fronte all'avversario, ma è frutto della incapacità di concepire la novità. Dal punto di vista tattico l'esercito italiano non si dimostra debole nel morale generale ma si dimostra, come tutti gli eserciti del mondo di quel tempo, incapace di concepire e gestire una cosa banale come l'inaspettato. La linearità delle difese e la ricerca costante della simmetria delle forze sono l'espressione di una concezione strategica forse comprensibile, ma che piano piano assorbe energia psichica, annebbia il cervello, distorce la realtà e alla fine sottrae la capacità di reagire alla sorpresa e alla novità. Un cambiamento di direzione d'attacco (…) vale un crollo." (ibidem, p. 362).
La storiografia della "rivoluzione fallita" La storiografia di questi ultimi anni con le opere di Giancarlo Lehner, di Mario Isnenghi. e di Paul Fussell. offre un'interpretazione che tiene conto degli aspetti militari della ritirata di Caporetto ma anche di quelli politici.
In particolare Mario Isnenghi ne I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, pubblicata nel 1967, si rifaceva alle memorie degli ufficiali più vicini alle truppe dove risuonava l'eco del sordo dissenso dei soldati. L'opera dello storico contestava lo «schema patriottico della truppa convinta o al massimo "rassegnata", tipico tanto della propaganda fascista quanto della storiografia democratico-liberale erede dell'interventismo democratico»
Lehner evidenziava nelle sue opere le gravi inefficienze strategico militari dello Stato maggiore italiano, ma nello stesso tempo ricordava come sin dall'entrata in guerra vi fossero «l'estrema disorganizzazione e l'intima debolezza» dell'esercito italiano, ma anche la corruzione negli ambienti militari e industriali che frodavano sulle forniture. «Tutte queste deficienze ed altre erano i sintomi di un male endemico che sarebbe scoppiato fragorosamente a Caporetto ma che non si esaurirà in esso.»