Il mercantilismo fu la politica economica prevalente in Europa dal XVI al XVII secolo, basata sul concetto che la potenza di una nazione sia accresciuta dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni (in termini economici di uso comune si parla di surplus commerciale).
Nelle società europee di quei secoli, dietro gli aspetti di uniformità del mercantilismo, furono attuate differenti politiche a seconda della specializzazione economica naturale (agricola, manifatturiera, commerciale) e all'idea di ricchezza (oro, popolazione, bilancia commerciale).
Etimologia Il termine deriva dal latino mercari, «commerciare», derivato dalla radice merx, «merce». Il marchese de Mirabeau fu il primo a usare il termine nel 1763, reso popolare a partire dal 1776 dall'economista Adam Smith.
Storia della dottrina Il mercantilismo divenne la scuola economica dominante nell'Europa della fine del Rinascimento e sino all'inizio dell'epoca moderna nel Settecento. L'economista e mercantilista italiano Antonio Serra è considerato il primo ad aver scritto un'opera di politica economica sul mercantilismo nel 1613 dal titolo Piccolo trattato sulla ricchezza e sulla povertà delle nazioni.
Il mercantilismo si è distinto nell'epoca moderna come una vera e propria forma di bullionismo: l'enfasi posta sui metalli monetari è stato uno stimolo economico nei secoli alla crescita della monetazione.
L'Inghilterra iniziò la prima politica mercantilista della sua storia in era elisabettiana (1558–1603) con teorici come Thomas Smith. L'effetto più chiaro di questa politica innovativa fu lo sforzo della corte di Elisabetta I (r. 1558–1603) di sviluppare una flotta mercantile e navale capace di sfidare la fortezza economica della Spagna ed espandere quindi in patria il concetto di accumulo di metalli preziosi. La regina Elisabetta stessa promosse l'approvazione del Trade and Navigation Acts, una legge per proteggere e promuovere il commercio navale inglese.
Lo sbarco del mercantilismo in Francia, che poi divenne una delle patrie più note di questa disciplina economica, avvenne quindi nel XVI secolo grazie a queste premesse sperimentate sul campo. Jean-Baptiste Colbert (intendente generale, 1661–1665; controllore generale delle finanze, 1661–1683) articolò ancor meglio quello che divenne noto come mercantilismo francese che fu liberalizzato all'epoca di Napoleone a inizio Ottocento.
Luigi XIV di Francia (r. 1643–1715) perseguì l'esempio proposto da Jean-Baptiste Colbert, suo controllore generale delle finanze dal 1665 al 1683Jerome Blum et al. The European World: A history (1970) p. 279.
Gli studiosi sono concordi nel ritenere che in Europa il mercantilismo abbia iniziato a entrare in crisi alla fine del XVII secolo, dopo che la Compagnia britannica delle Indie orientali ebbe annesso il Bengala, uno dei suoi principali partner commerciali, situazione poi consolidata dalla creazione dell'India britannica attraverso le attività della stessa compagnia, alla luce di quanto proposto da Adam Smith (1723–1790) e da altri economisti dell'epoca Smith, come pure David Hume, Edward Gibbon, Voltaire e Jean-Jacques Rousseau furono i padri fondatori del pensiero anti-mercantilista.
Già nel 1690, il filosofo inglese Locke aveva notato come in realtà i prezzi variassero in proporzione alla quantità di denaro disponibile. Nel Secondo trattato di Locke, lo studioso aveva evidenziato come la ricchezza del mondo non fosse un elemento fisso, ma essa viene creata dal lavoro dell'uomo (rappresentato in embrione dalla teoria del valore del lavoro dello stesso Locke). I mercantilisti, a sua detta, non volevano comprendere nozioni come vantaggio assoluto e vantaggio comparativo e i benefici di un commercio libero.Spiegel, 1991, cap. 8.
Hume notò come non fosse possibile il raggiungimento dell'obbiettivo dei mercantilisti di un costante bilancio positivo di commercio. Col fluire di ricchezza verso un paese, ne crescerebbero tanti valori tra i quali la necessità di rifornimenti, e pertanto il valore della ricchezza in quello stato andrebbe progressivamente declinando.Ekelund, Hébert, 1975, p.43.
Anche l'importanza posta nella ricchezza era un punto focale della riflessione degli anti-mercantilisti, in quanto essa non si basava solo ed esclusivamente sul possesso di oro e di argento, ma talvolta la ricchezza di una nazione si basava su altre tipologie di beni. Adam Smith notò come il centro del sistema mercantile fosse «la follia popolare di confondere la ricchezza col denaro». Charles Davenant, nel 1699 scriveva: «Oro e argento non sono la misura del commercio, bensì la sua origine, e in tutte le nazioni la vera ricchezza è rappresentata dai prodotti naturali o artificiali di quei paesi; ovvero quello che la terra ha da offrire o ciò che il lavoro e l'industria locali producono».La teoria è citata in Magnusson, 2003, p.53.
La prima scuola di pensiero a rigettare completamente le teorie mercantilistiche furono i fisiocratici francesi. Le loro teorie posero problemi di rilievo che però furono affrontati solo da Adam Smith nel 1776 con la pubblicazione de La ricchezza delle nazioni. Quest'opera delineò per la prima volta i fondamenti di quella che oggi è nota come economia classica, scagliandosi apertamente contro il mercantilismo.
Sulla fine del mercantilismo, a ogni modo, ancora oggi gli studiosi hanno un dibattito aperto. Alcuni credono che la teoria fosse semplicemente un errore che, una volta portato alla luce, dovette essere corretto con nuove teorie economiche più accurate. In Inghilterra, tra XVIII e XIX secolo, il mercantilismo venne sempre più sentito come una teoria economica ormai sorpassata, a vantaggio del laissez-faire economico proposto dal libero commercio di Smith. Sul resto del continente la situazione fu ben diversa: in Francia, ad esempio, l'economia continuò a rimanere saldamente ancorata nelle mani della famiglia reale, e il mercantilismo continuò perlomeno sino alla rivoluzione francese. In Germania, invece, il mercantilismo rimase un'importante ideologia nel corso del XIX e del XX secolo.Wilson, 1963, p.6
Descrizione La riflessione economica Il mercante, secondo la dottrina mercantilista, svincolata la propria condotta dalla morale comune, opera nel mondo secondo criteri razionali e consapevoli, dimostrando le proprie funzioni di commerciante, imprenditore, banchiere. L'attività del mercante si esplica in società fondate economicamente sul sistema agricolo, ma in cui c'è una stretta connessione tra attività economica e Stato; i mercanti operano accrescendo la ricchezza e il prestigio propri e di conseguenza del loro Stato, mentre quest'ultimo garantisce la stabilità, l'ordine pubblico e l'allargamento del mercato attraverso la politica di conquiste coloniali.
L'economia è dunque finalizzata all'interesse dello Stato, il quale a sua volta rappresenta un mezzo a disposizione dell'economia mercantile, grazie alle politiche di crescita economica e di espansione promosse e alla capacità del mercante di inserirsi in questo contesto.
Politiche mercantiliste Gli ideali mercantilisti si basavano su queste politiche: protezionismo dell'economia interna; proibizione alle colonie di commerciare con altre nazioni; bando dell'esportazione di oro e argento; sussidi per le esportazioni; promozione delle manifatture e delle industrie nazionali attraverso la ricerca e sussidi diretti; massimizzazione dell'uso delle risorse interne agli stati.
Economisti mercantilisti Gli economisti mercantilisti furono pensatori non sistematici, ragione non ultima della vittoria intellettuale dei successivi economisti liberisti, che attribuirono loro questo nome. Fra i principali pensatori del mercantilismo, diffuso in tutta Europa, si ricordano: gli italiani Giovanni Botero, Bernardo Davanzati e Antonio Serra; nel XVIII secolo Ferdinando Galiani; i francesi Jean Bodin, Antoine de Montchrétien e Jean-Baptiste Colbert; l'anglo-francese John Law; i britannici Josiah Child, Charles Davenant, Gerard de Malynes, Edward Misselden, Thomas Mun, William Petty; nel XVIII secolo James Steuart; l'anglo-olandese Bernard de Mandeville, autore de La favola delle api; lo statunitense Alexander Hamilton (nel XVIII secolo). Il mercantilismo tedesco trattò soprattutto problemi fiscali e amministrativi ed è noto anche sotto il nome di cameralismo.
Esempi di mercantilismo Francia
Il mercantilismo crebbe in Francia all'inizio del XVI secolo, poco dopo il rafforzamento della monarchia alla guida dello stato. Già nel 1539, Francesco I di Francia aveva impedito l'importazione di lana dalla Spagna e dalle Fiandre per favorire la produzione interna alla Francia; l'anno successivo impose anche delle restrizioni sull'esportazione di metalli preziosi.Kellenbenz, 1976, p.29.
Per il resto del XVI secolo, furono introdotte altre misure protezionistiche. Il picco del mercantilismo francese si è raggiunto nel secolo successivo ed è associato alla figura di Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze per 22 anni sotto il regno di Luigi XIV, al punto che il mercantilismo francese è sovente definito Colbertismo. Sotto la gestione di Colbert, il governo francese fu profondamente coinvolto nella gestione dell'economia nazionale, promuovendo l'esportazione di beni e applicando ancora una volta una politica protezionistica. Le varie industrie furono organizzate in gilde e monopoli di stato e la produzione fu regolata da oltre un centinaio di direttive statali che definirono come dovessero essere realizzati i vari prodotti, con quali materiali e secondo quali tecniche.Williams, 1999, pp.177–183.
Per incoraggiare lo sviluppo di un'industria nazionale, furono invitati in Francia artigiani stranieri. Colbert lavorò anche per abbattere le barriere interne al commercio, riducendo le tariffe interne allo stato e costruendo un'estesa rete di strade e canali. Le politiche di Colbert ebbero un notevole successo, e il gettito economico della Francia crebbe considerevolmente in questo periodo, facendola diventare una delle potenze dominanti in Europa, pur dovendo confrontarsi in campo commerciale con potenze del calibro di Gran Bretagna e Paesi Bassi.
Gran Bretagna
In Inghilterra, il mercantilismo raggiunse il suo picco massimo durante il governo del Long Parliament (1640–60). Le politiche mercantiliste erano già state abbracciate anche durante i periodi Tudor e Stuart, con personaggi come Robert Walpole che ne fu tra i principali promotori. In Gran Bretagna, il governo aveva il pieno controllo dell'economia domestica, mentre aveva meno controllo su quello esterno che dipendeva perlopiù dal parlamento e dalle sue decisioni.Hansen, 2001, p.65
Data la situazione coloniale particolarmente florida in Inghilterra, il mercantilismo inglese rese governo e mercanti soci con l'obbiettivo comune di incrementare il potere politico dello stato e la ricchezza personale dei singoli. Il governo protesse i propri mercanti attraverso una serie di barriere commerciali, regolamenti e sussidi alle industrie interne per massimizzare le esportazioni e minimizzare le importazioni nel regnoWilliam A. Williams, Storia degli Stati Uniti, cap.I L'età del mercantilismo, 1964, trad. Giulio Veneziani, Laterza, Bari.. Il governo inglese, soprattutto in Nord America, dovette però fronteggiare il mercato nero che, in particolare nel XVIII secolo, spinse i coloni americani a commerciare anche con francesi, spagnoli e olandesi. Lo scopo del mercantilismo inglese era quello di gestire i surplus del commercio a beneficio del governo e per questo motivo i governi che si succedettero in Gran Bretagna nel corso del XVII e del XVIII secolo puntarono particolarmente sullo sviluppo della Royal Navy, che oltre a proteggere le colonie inglesi avrebbe messo in seria difficoltà altri imperi coloniali.Nester, 2000, p.54.
Altri paesi