La Real Cantina Borbonica è un edificio pre-industriale di Partinico, costruita per volere di Ferdinando III di Sicilia tra il 1800 e il 1803. Il complesso è collocato a sud dell'area urbanizzata del paese, sulla strada che conduce nell'entroterra siciliano in direzione San Giuseppe Jato. L'edificazione della cantina costò la spesa di 18.000 scudi, cioè oltre 7.200 onze.
Il re commissionò la progettazione al regio architetto camerale Don Carlo Chenchi, tecnico di fiducia della corona e allievo del Vanvitelli, che scelse all'interno del real Podere di Partinico il luogo più adatto per la costruzione della cantina in contrada Crocifisso, accanto ai ruderi del vecchio baglio della famiglia SanchezLeonardo D’Asaro, Partinico dalle origini alla fine del XIX secolo, tomo 1, pagg. da 127 a 130., ove erano ancora presenti alcuni magazzini e la vecchia torre. Il complesso architettonico è composto da cinque corpi di fabbrica: la torre, le case contadine, la stalla e la casa dell'olio, il corpo Cantina, i giardini recinti detti piccole fruttiere. Questi ambienti convergono verso il baglio con corte interna e due ingressi.
Il fiorentino mastro Matteo Chiti si occupò della costruzione (nel 1802 sarà impegnato anche nella realizzazione della real casina di caccia di Ficuzza), insieme ai mastri partitari Nicolò Ragusa e Antonino Gioja, le cui esperienze ed abilità spaziavano dalle opere edili (strutture portanti con utilizzo di grossi blocchi squadrati di bio-calcarenite e definizioni interne), all’esecuzione di manufatti di falegnameria d’arredo per la cantina stessa, quali torchi, botti e tinozze.Archivio di Stato di Palermo, Fondo magione, Vol. 2159, pagina 26 "200 onze pagate a mastro Antonino Gioja a compimento delle 400 versate dalla cassa di Partenico, per le opere e l’apparecchio di tutti i materiali necessari per la costruzione dè nuovi magazzini, cellaro, cantina e tinazzana che si stan costruendo in Partenico, e propriamente nella Real Casina del SS. Crocifisso, come da nota dell’Ingegner Don Carlo Chenchi"
Descrizioni La torre La torre, poi chiamata della cantina, occupa complessivamente un'area di 190 mq su due livelli ed è posizionata al centro della corte. Originariamente realizzata ad un unico piano, come si può desumere dalla caditoiaElemento costruttivo difensivo che, permetteva la caduta di oggetti direttamente sugli aggressori che volevano abbattere la porta di accesso. frontale sopra l'ingresso, fu durante la costruzione della cantina ampliata con l'aggiunta di un primo piano. La costruzione (insieme al baglio) si fa risalire al 1537 ad opera di Ludovico Sanches fratello di Ambrosio. Ma fu completata solo dopo il 1561 ad opera del nipote Aloisio Roys, figlio della sorella Elisabetta Sanches. La torre ha un sistema costruttivo a muri portanti dello spessore di un metro, da cui si accede da un portoncino in legno, al piano terra si sviluppano quattro ambienti regolari con volte reali. Lo stile cinquecentesco si rileva nell’architrave delle finestre ove è presente un archetto inflesso a due volute (il cosiddetto motivo a fiamma) di stile gotico-catalano di derivazione islamica, rappresentato anche nel palazzo Cappasanta di MarsalaCon la dominazione spagnola del regno di Sicilia, iniziata nel 1282 dalla dinastia aragonese e proseguita dopo il 1412 dalla casata castigliana, si riscontrò nell’Isola una notevole immigrazione di picapedras (scalpellini catalani), che costituirono una vera e propria scuola di scalpellini-costruttori. Furono sicuramente maestranze siciliane eredi di questa scuola, esperti nella lavorazione tradizionale della pietra a realizzare in uno stile unico questi elementi architettonici.. Durante i lavori di realizzazione della cantina, alla torre che allora aveva solo il piano terra, fu aggiunto il piano primo chiamato piano nobile, ove prese alloggio il curatolo che gestiva la cantina. Si realizzarono altri quattro vani muniti di finestratura con pavimento in mattoni di cotto. L’ampliamento della struttura con il nuovo piano superiore è ben visibile esternamente, infatti la torre per i due terzi della sua altezza presenta una configurazione dei cantonali dissimile dalla restante parte superiore, fatta invece con pietrame informe legato con malta. A piano terra, appena entrati troviamo a sinistra un ambiente che ospita una scala a due rampe realizzata interamente in pietra. Le case contadine
Subito dopo l'ingresso principale, a sinistra del grande cortile, si trovano una fila di bassi edifici; sono le abitazioni dei contadini. Realizzate in pietrame squadrato di calcarenite unite con malta e in seguito intonacate. Venivano utilizzate dalle famiglie dei lavoratori permanenti che vivevano nel complesso, o dai lavoratori precari, come i braccianti utilizzati per le stagioni del raccolto. Come tutte le abitazioni dei contadini della zona, l’edificio era realizzato a un solo piano, per questo veniva chiamato casa terrana, con un unico grande ambiente. All’interno era presente una struttura in mattoni che comprendeva il grande forno in refrattari per la cottura dei pani e delle pietanze voluminose, ed il piccolo piano cottura dove si riscaldavano o cuocevano quantità ridotte di alimenti. L’arredamento generalmente era costituito da un funzionale tavolo rotondo, realizzato in due esatte porzioni di cerchio divisibili e addossabili alle pareti per ovvie ragioni di spazio, una credenza a muro con mensole terminante con un arco, ove venivano riposte suppellettili in ceramica o vetro. Il cosiddetto cantarano utilizzato per la custodia della biancheria e un letto di trispiti su cui si facevano appoggiare assi di legno e sopra i matarazza di crini. A metà altezza era presente u sularu, detto anche pagghalora in tavolato di legno e canne dove dormiva la prole in abbondante giaciglio di paglia e si concentravano tutti gli attrezzi di lavoro. Lungo questa fila di case, altri ambienti erano solo destinati a dormitori per gli operai, ed uno solo teneva all’interno una grossa cappa, la cui struttura era in travi di legno e le pareti erano realizzate con canne e soprastante intonaco di malta, serviva a convogliare i fumi prodotto da un grande fuoco che alimentava i quararuna per la realizzazione dei formaggi o delle conserve.
La cappella
È un'antica chiesetta rurale con struttura semplice ad unica navata delle dimensioni di m 7 x 5. Si trova subito a sinistra dell'ingresso principale, e faceva parte del baglio dei Sanchez. Il re decise la sua riattivazione, impegnandosi a destinarle una rendita annua, assicurata in genere con il tornaconto della vendita dei prodotti dell’azienda, sufficiente per l’acquisto e il mantenimento delle suppellettili della chiesetta quali gli arredi sacri e per l’onore della presenza del regio cappellano il reverendo sacerdote don Niccolò Lucchesi, titolare della regia Cappella della Casina Reale, di onze 48 annuali, in forza di regio biglietto delli 29 luglio 1800, dato in PalermoGiuseppe Maria Di Bartolomeo, Storia di Partinico 1805, pagina 179., per i suoi servigi, celebrare la messa e somministrare i sacramenti, "...per comodità delle famiglie e altri lavoratori esistenti in detta cantina, acciò questi nelli giorni festivi non perdessero la messa, stante la distanza che questa attività tiene dalla Sala di Partenico e da altri luoghi. L’unico elemento decorativo in stucco è il piccolo altare absidale a muro, adorno di una pala raffigurante l’immagine della Madonna del Ponte, di autore ignoto. L’altare è realizzato in stucco, con disegni a finto marmo, solo la mensola della mensa sacra è realizzata con una lapide di marmoASP, Fondo Magione, Volume 2523, pag. 299. Il 20 aprile 1804 furono pagati 14 onze a Leonardo Galati per "...prezzo di una lapide per uso dell'altare nella cappella della Reale Cantina".. Due lesene laterali neoclassiche incorniciano la pala e sorreggono l’architrave della trabeazione ove è ancora visibile la scritta “MARIA SS. DEL PONTE”. Il prospetto esterno della cappella è intonacato di bianco ormai scrostato dal tempo; vi si nota un ingresso con gradino in pietra, una porta in legno e una finestra sormontati da architrave in pietra. Sopra la porta d’ingresso è visibile un oculo circolare in pietra lavorata, ed in rilievo raffiguranti elementi floreali con lo stemma congiunto delle famiglie Sanches e RoysLeonardo D’Asaro, Partinico dalle origini alla fine del XIX secolo, op. cit., tomo 2, pag. 157.. Il tetto è a doppio spiovente con cannizzu e copertura con coppi tradizionali, sormontato al colmo da una croce in pietra. La casa dell'olio e le stalle
Durante la realizzazione del citato complesso edilizio fu edificato un corpo di fabbrica rettangolare di 280 mq circa, diviso da un setto murario che identifica due specifici ambienti, con porte d’ingresso orientate dalla parte della corte. Il locale più piccolo fu adibito a deposito dei prodotti agrari di largo consumo (casa dell’olio), l’altro più grande (la stalla) fu destinato ad ospitare il bestiame di Sua Maestà. La stalla, adiacente alla torre è stata realizzata con conci di tufo legati con malta e soprastante tetto di coppi su struttura in legno gravante su capriate lignee. L’ambiente ha sette finestrature alte, tre per ogni lato longitudinale poste frontalmente, ed una rivolta verso la strada di Ragali, per permettere la ventilazione ed il ricambio dell’aria. Il pavimento è in pietra squadrata (basole), liscia con pendenza verso il centro per consentire una facile pulizia attraverso una canaletta centrale in pietra anch’essa di basole convesse. Ai lati erano presenti le mangiatoie separate a tratti, ove venivano depositati i mangimi freschi o secchi per le mucche dell’azienda. Probabilmente, nelle pareti della stalla vi erano appesi attrezzi da lavoro: lo sgabello per la mungitura, la striglia per pulire il mantello dell’animale, la museruola per i vitelli; in un angolo erano riposte la forca e la scopa per ripulire la stalla dal letame. La stalla è nel suo insieme ricca di luce e molto arieggiata, perfetta per accogliere gli animali per lunghi periodi. Vi lavoravano diversi operai stabilmente collocati nell’azienda.
Il corpo cantina Accanto alla torre dal lato della montagna, l’architetto Chenchi costruì la Real Cantina a pianta rettangolare, estesa circa 988 mq. Al suo interno un particolare gioco di archi collegati a crociera fanno della struttura un esempio di metodo costruttivo preindustriale di stile neoclassico. È uno scenario assolutamente nuovo quello che si profila al professionista, perché segna il passaggio da una visione limitata al consumo/fabbisogno di pochi della bevanda, a quella più imponente di una produzione destinata al commercio all’ingrosso in ambito continentale. Nel manoscritto di Giuseppe Maria Di Bartolomeo del 1805 si legge, “…l’arte vi si è impegnata a segno che si è resa tal rarità il primiero augusto monumento del Regno d’attirar eternamente l’ammirazion ancora de’ più curiosi viaggiatori e vieppiù degl’insigni architetti del mondo. Se ne danno in le straniere nazioni, per quel ch’io so, di simili, ma lavorare sul tornio di cotesta ed in egual grandezza e vastità penerei a crederlo. S’istrada ella in tre spaziose braccia e ben proporzionate, larghe, l’uno dei quali, il più rispettabile, sotterraneo, l’altri su la faccia del suolo ad una corrispondente maestosa altezza, seguendo a loro un ben vasto magazzino.”