Eritea, Eritía o Erytheia (in greco Ἐρύθεια, il cui significato potrebbe essere correlato con il colore rosso e il tramonto) è il nome di un'antica isola non più esistente, situata in una regione identificata come l’arcipelago Gadeiro (l’attuale Baia di Cadice).
Il termine fu utilizzato dal geografo Eforo di Cuma e da Filistide, e si riferiva al fatto che i suoi primi abitanti, d'origine tirica, dicevano di provenire dal mare Éritro.
Plinio il Vecchio riporta che: "Sul lato che guarda verso la Spagna, a circa 100 passi di distanza, c'è un'altra lunga isola, larga tre miglia, su cui sorgeva la città originale di Gades"
Mitologia L'isola viene menzionata per la prima volta nella Teogonia di Esiodo in relazione alla decima fatica di Eracle; in essa lui sconfisse Gerione e rubò il suo gregge di buoi protetto dal cane a due teste Ortro e da Euritione. In alcuni testi Strabone sottolinea la qualità dei pascoli dell’isola, da qui si sarebbe originato il mito.
In un'altra fonte (costituita dai frammenti del poema Gerioneide di Stesicoro) che tratta la stessa storia, l'isola si trova di fronte alle sorgenti del fiume Tartessos, ricco d'argento, che molto probabilmente è il Guadalquivir Spagnolo.
Secondo lo Pseudo-Apollodoro, sarebbe anche il luogo dove, all'epoca della Gigantomachia, il Gigante Alcione rubò il gregge di buoi che Elio vi faceva tenere.
Storia
Sin dall'antichità si è discusso su quale delle isole della Baia di Cadice potesse corrispondere al nome di Eritea. L'esistenza di diverse isole, menzionata dalle fonti antiche, è stata confermata dalle moderne ricerche topografiche e geologiche.
Secondo la testimonianza di Strabone, il primo a identificare l’isola con la baia di Cadice fu un autore del V secolo a.C., Ferecide l’Ateniese.
Strabone menziona anche che gadeira era il nome utilizzato dagli indigeni per indicare il luogo dove si stabilirono i fenici (1104 a.C.) quali fondarono la città di Cadice (dal Fenicio - "fortificata") ed era anche il sito di una delle colonie puniche.
Il Guadalquivir fungeva da porto naturale per i fenici, qui gli archeologi individuarono delle strutture portuali fenicio-puniche (assieme a ceramiche, anfore e legni storici) risalenti al IV e Ill secolo a.C., oggi sepolti sotto metri di terra e strutture moderne.
Nei resti attribuiti all'isola sono state trovate enormi quantità di gusci di lumache di mare, a testimonianza di come l'isola ospitasse una fiorente attività industriale per la produzione della preziosissima porpora tiria e l’importanza commerciale dell’avamposto fenicio nel mediterraneo. Questo era fra i più noti della rotta commerciale, in particolare per il trasporto del bronzo. Inoltre era una grande fonte di stagno e argento utilizzata dal regno del Tartasseo.
L’isola fu l’ultima tappa dello spostamento del regno di Gerione di cui rimangono tracce presso Ambracia in Epiro, nel paese dei Caoni e secondo la testimonianza di Ecatèo di Mileto, varie tracce in Italia.
Nel Medioevo, l'isola era chiamata "Isola di San Pietro" (San Pedro).
L’isola scomparve a causa dello sfruttamento delle sue caverne e dell'erosione marina, fondendosi prima con la vicina isola di Kotinusa e successivamente con la terraferma.
La città si estendeva dal Castello di Santa Catalina fino alla punta del Nao, dove si trovava il tempio d'Astarte, anche detta Venere marina.
Etimologia Il toponimo Ἐρύθεια, deriva direttamente dall'aggettivo greco ἐρυθρός (erythrós), che significa "rosso"(da cui oggi derivano parole come eritrociti o Eritrea)
Nell'antichità, l'associazione con questo colore veniva spiegata con varie motivazioni;
L'isola, essendo situata nell'estremo occidente oltre le Colonne d'Ercole, era identificata come il luogo del tramonto, venendo idealmente colorata dal rosso del sole calante.
Il nome poteva richiamare il colore del manto dei celebri buoi di Gerione.
Gli studiosi moderni evidenziano come il termine "rosso" potesse essere un riferimento indiretto ai Fenici, legato alla produzione della porpora sull’isola.
Lo storico Plinio il Vecchio attesta inoltre che la popolazione indigena (celto-iberica dell'Andalusia) si riferiva originariamente all'isola con il nome di Asis, mentre in alcuni testi di Timeo, compare con il nome di Aphrodisias (isola di Afrodite). Probabile traduzione greca di un precedente tempio fenicio dedicato alla dea Astarte. Era invece chiamata Érythia da Eforo.
Note
Bibliografia Esiodo, Canti dell'età del ferro, Praga, Svoboda, 1990. p. 22. Eliška Luhanová, La nascita del mondo: la cosmologia del poeta Esiodo, Červený Kostelec, Pavel Mervart, 2014. ISBN 978-80-7465-109-0. Pag. 214
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