Il canto tredicesimo dellInferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro sé stessi; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o, secondo altri commentatori, del 26 marzo 1300.

Incipit

Analisi del canto La selva dei suicidi - versi 1-30

Dante e Virgilio, attraversato il Flegetonte grazie all'aiuto del centauro Nesso (incontro narrato nel canto precedente), si ritrovano in un bosco tenebroso. L'intero episodio ha un precedente evidente nellEneide virgiliana, al canto III, vv. 22 e seguenti. Non ci sono sentieri – fatto che verrà spiegato in seguito con la natura disordinata della vegetazione, nata casualmente, e con il fatto che farsi strada tra gli sterpi sia parte della pena degli scialacquatori – e Dante evoca il sinistro luogo con una celebre terzina scandita dalla tecnica retorica della privatio (o antitesi), secondo la struttura "Non... ma...", ripetuta per anafora nei vv. 1,4 e 7.

L'anafora tra i due emistichi di ciascun verso rafforza un'antitesi anche stilistica: all'uniformità sintattica del primo emistichio si contrappone la varietà del secondo; mentre nei primi emistichi si nota una maggiore varietà fonetica, negli altri prevale l'uniformità.

Non ci sono dunque piante verdi, ma di colore scuro; non rami dritti, bensì contorti e nodosi; nessun frutto, ma spine avvelenate. Dante arricchisce la descrizione con una similitudine: neppure le terre tra Cecina e Corneto (ossia la Maremma), abitate da bestie selvatiche che rifuggono i terreni coltivati, offrono una vegetazione così fitta e inospitale. Qui, aggiunge il poeta, nidificano le Arpie – le "brutte" Arpie, che nellEneide (III libro) scacciarono i Troiani dalle isole Strofadi con presagi funesti. Le Arpie sono descritte come creature dal corpo d'uccello e volto umano, ed emettono strani lamenti: "fanno lamenti in su li alberi strani" (v. 15), costruzione che presenta un iperbato, cioè una dislocazione dell'aggettivo rispetto al suo sostantivo. La descrizione delle Arpie è statica: esse non compiono azioni dirette nel canto, e Dante le descrive più come elementi di scena che come figure attive, come se le stesse evocando anziché osservando.

Virgilio, prima di entrare nella selva, ricorda a Dante che si tratta del secondo girone del settimo cerchio, riservato ai violenti contro sé stessi, e che dopo questo vi sarà il "sabbione" dei violenti contro Dio e contro natura. Aggiunge anche che Dante vedrà cose che non crederebbe se gliele raccontassero: un invito esplicito a osservare con attenzione.

Infatti Dante percepisce lamenti provenire da ogni dove, senza però vedere alcuna figura umana: sospetta dunque che le anime siano nascoste nella vegetazione. Virgilio, leggendo nel pensiero del discepolo, lo invita a spezzare un rametto da una pianta affinché la verità gli appaia chiaramente: "li pensier c'hai si faran tutti monchi" (v. 30). A partire dal verso 25, si nota l'adozione di uno stile articolato e ricco di figure retoriche, tipico del tono epistolare dei funzionari pubblici, come Pier della Vigna, che verrà incontrato poco più avanti. Un esempio è l'espressione "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse", che contiene un polittoto, cioè la ripetizione della stessa parola con variazioni grammaticali.

Questa foresta è mostruosamente intricata, e Dante insiste nel descriverne gli aspetti più angoscianti affinché il lettore non cada nell'errore di immaginarla come un luogo ameno: qui non vi sono foglie, frutti o fiori; al posto del canto degli uccelli si odono le grida delle Arpie e i lamenti delle anime. Non dobbiamo immaginare maestosi alberi ad alto fusto, bensì sterpi e arbusti contorti, come quelli della Maremma, alti comunque abbastanza da permettere l'impiccagione di un corpo umano (come verrà specificato ai vv. 106-108).

È la selva dei violenti contro se stessi: suicidi e scialacquatori, come anticipato nella struttura dell'Inferno delineata nel canto XI. Per Dante la violenza contro sé stessi è più grave di quella contro il prossimo, in perfetta coerenza con la visione teologica di san Tommaso d'Aquino: il comandamento di "amare il prossimo tuo come te stesso" implica innanzitutto l'amore verso sé stessi, in quanto la persona umana è riflesso della grazia e della grandezza divina.

Questa selva richiama l'immagine del locus horridus, un luogo segnato da una natura aspra, sconvolta, oscura e animata da forze sovrannaturali misteriose e spaventose. Troviamo esempi simili nelle letterature classiche: in Euripide, in Virgilio (Eneide, III, vv. 13-68), in Ovidio e in Seneca.Beatrice Panebianco, Cecilia Pisoni, Loretta Reggiani, Marcello Malpensa, Antologia della Divina Commedia, ed. Zanichelli, 2009, pag. 54

L'arbusto sanguinante - vv. 31-54

Dante coglie un ramicello da un grande arbusto e viene subito sorpreso dal grido: «Perché mi schiante?», seguito dal fuoriuscire di sangue scuro dal punto reciso. Subito dopo, dalla pianta provengono nuove parole: «Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi» (vv. 35-37), cioè: "Perché mi laceri? Eravamo uomini, ora siamo trasformati in piante; la tua mano avrebbe dovuto mostrarsi più clemente". Dante, spaventato, lascia immediatamente il ramo.

Come quando si brucia un legno verde, da cui fuoriesce linfa da un'estremità mentre l'altra cigola emettendo vapore, così dalla frattura dell'arbusto «uscivan» parole e sangue. Dante usa il verbo al singolare per riferirsi a due soggetti ("parole" e "sangue"), costruzione retorica nota come zeugma.

Si tratta quindi di anime dannate trasformate in piante, in una forma di esistenza inferiore: tale degradazione ontologica rappresenta la punizione principale dei violenti contro sé stessi. Questa condizione paradossale si manifesta anche sul piano pratico nel corso del canto: non avendo un volto, i dannati non possono comunicare visivamente, e in due occasioni Dante e Virgilio non comprendono se l'anima abbia terminato di parlare o stia per proseguire, proprio perché non possono coglierne l'espressione.

La figura dell'albero sanguinante è ispirata al III libro dellEneide, dove si narra dell'episodio di Polidoro. Enea, sbarcato in Tracia, tenta di allestire un'ara e strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato sgorga sangue. Solo dopo altri tentativi, la pianta parla: si tratta di Polidoro, ultimogenito di Priamo, che il re di Troia aveva mandato in segreto presso il re di Tracia affidandogli una grande quantità d'oro, mentre Troia era assediata. Il re tracio, per impadronirsi del tesoro, aveva assassinato Polidoro, il cui corpo, crivellato di frecce, era stato inghiottito dalla terra e trasformato in vegetazione. Polidoro esorta quindi Enea ad abbandonare quella terra maledetta. Al verso 48 Dante riconosce esplicitamente di aver tratto la scena da Virgilio, ed è lo stesso poeta latino che, in un elegante omaggio metanarrativo, afferma che Dante l'ha già veduta nella "sua rima".

A questo punto Virgilio osserva che, se Dante avesse conosciuto la verità, non avrebbe reciso il ramo. Tuttavia, aggiunge che il gesto era necessario ai fini del processo pedagogico e conoscitivo della Commedia: solo attraverso l'esperienza diretta Dante può apprendere la natura della pena inflitta ai dannati. In segno di riparazione per l'offesa arrecata, Dante promette all'anima che, se essa rivelerà la propria identità, egli la ricorderà tra i vivi, perpetuandone la memoria.

Pier delle Vigne - vv. 55-78

Il tronco, adescato dalle dolci parole di Dante, non può tacere e spera di non annoiarli se li "invischierà" un poco con i suoi discorsi. Si notino due verbi mutuati dal linguaggio venatorio, tipico passatempo della corte di Federico II di Svevia: adescare, cioè attirare con un'esca, e invischiare, ossia catturare con il vischio. Il tono della conversazione si eleva e diventa più ricercato e artificioso, con rime ardite, costruzioni intricate e un ampio uso di figure retoriche – ripetizioni, allitterazioni, metafore, similitudini, ossimori – che rendono il discorso simile allo stile cancelleresco delle lettere ufficiali di corte.

L'anima finalmente si presenta. Egli è colui che custodiva entrambe le chiavi del cuore di Federico II, quella che apre e quella che chiude (cioè il potere di dire "sì" e "no"), girandole con tanta dolcezza da essere l'unico a condividere i segreti dell'Imperatore. Compié questo alto ufficio con fedeltà, sacrificando prima il sonno e poi la vita. Ma quella meretrice che non manca mai presso le corti imperiali – l'invidia, nata dall'"ospizio di Cesare" – posò lo sguardo su di lui e infiammò contro di lui tutti gli animi. E questi, infiammati, infiammarono a loro volta l'Imperatore, che trasformò gli onori in lutti. Allora l'animo del dannato, colpito da un estremo sdegno, pensò di sfuggire al disprezzo del sovrano con la morte, e compì ingiustizia contro sé stesso pur essendo innocente. Tre volte ricorre qui la figura della ripetizione: infiammò / 'nfiammati / infiammar, disdegnoso / disdegno, ingiusto / giusto.

Sulle nuove radici del suo legno – a significare che la sua morte è recente – egli giura la propria innocenza, e chiede che, se uno dei due poeti farà ritorno tra i vivi, conforti la sua memoria ancora abbattuta del colpo dell'invidia.

In tutta questa lunga perifrasi il dannato non pronuncia mai il proprio nome, ma fornisce abbastanza indizi per identificarlo: si tratta di Pier della Vigna, influente ministro e uomo di lettere alla corte di Federico II. La sua carriera, brillantissima, raggiunse l'apice nel 1246 con la nomina a protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia: di fatto il consigliere più potente e vicino all'Imperatore. Tuttavia, dopo la sconfitta di Vittoria nel 1248, Federico iniziò a perdere fiducia nel suo ministro. L'anno successivo, forse sospettato di complotto, Pier fu arrestato a Cremona e imprigionato a San Miniato, dove venne accecato con un ferro rovente. Si tolse la vita, pare, fracassandosi il capo contro il muro della cella.

La vicenda, atroce e controversa, destò enorme scalpore. Già in epoca dantesca circolavano voci infondate su presunti tradimenti; la storiografia moderna ha invece rilevato a suo carico un sospetto colloquio con Papa Innocenzo IV a Lione e alcuni significativi abusi di potere.

Dante, profondamente colpito, prova un senso di pietà sincera verso il dannato, tanto che non riusce a rivolgergli alcuna domanda: dovrà essere Virgilio a farlo per lui. Il poeta, nel canto, lascia intendere la sua convinzione nell'innocenza di Pier della Vigna, anche se da un punto di vista teologico questo rende ancor più grave il peccato: egli ha tolto la vita a un uomo innocente, cioè a sé stesso.

Spiegazione di come i suicidi si trasformino in piante - vv. 79-108

Virgilio, su richiesta di Dante, domanda come le anime si trasformino in piante e se qualcuna di esse riesca mai a liberarsi da tale forma. Il tronco, ancora una volta, emette un forte soffio, e da quel "vento" nascono di nuovo le parole:

(parafrasi) «Brevemente vi sarà data risposta: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo – corpo che essa ha abbandonato con violenza – Minosse, il giudice infernale, la invia nel settimo cerchio ("foce"), dove essa cade a caso nella selva, là dove la sorte la "balestra" (nuovo termine venatorio, che indica il lancio della preda o del dardo). Lì germoglia come un virgulto e si trasforma via via in un arbusto. Le Arpie, cibandosi delle sue foglie, le causano dolore, e questo dolore si manifesta in lamenti». Si tratta di un chiasmo tra la materia vegetale e la voce del dannato, che si rende percepibile solo attraverso la frattura dei rami, da cui scaturiscono sangue e parole.