Con la locuzione lotta per le investiture si fa riferimento allo scontro tra papato e Sacro Romano Impero che si protrasse dal 1073 fino al 1122, riguardante il diritto di investire (cioè di nominare) gli alti ecclesiastici e il papa stesso.
Durante il Medioevo l'investitura era un atto con il quale, attraverso un rito detto omaggio, un signore, il senior, conferiva a un'altra persona, il vassus, un possesso o un diritto, il beneficium. Nell'XI secolo i sovrani laici ritenevano una loro prerogativa il potere di nominare vescovi e abati di loro scelta, e quindi investirli spiritualmente, come conseguenza di aver affidato a loro dei beni materiali. Tale consuetudine dava al potere temporale una supremazia su quello spirituale e ciò si era tradotto in un profondo fallimento del clero, non in grado di svolgere la propria funzione.
I primi movimenti intesi ad ottenere una maggior indipendenza della Chiesa si ebbero già all'inizio del 900 all'interno dell'ambiente monastico, ma fu nel secolo successivo che una vera riforma si diffuse in tutta la Chiesa. L'apice di suddetta riforma si ebbe durante il pontificato di papa Gregorio VII (iniziato nel 1073), il quale, fervente sostenitore del primato papale sopra qualsiasi altro potere, entrò duramente in conflitto con l'imperatore Enrico IV di Franconia, dando inizio alla lotta per le investiture. Lo scontro ebbe risvolti gravi e inediti, con l'imperatore che arrivò ad ordinare al pontefice di dimettersi dal proprio ruolo e questi, per tutta risposta, giunse a scomunicare e deporre il primo. Celebre il viaggio che Enrico intraprese nel 1077 per chiedere perdono a Gregorio VII, ospite in quel tempo della contessa Matilde di Canossa, affinché gli togliesse la scomunica e quindi ripristinasse il dovere di obbedienza da parte dei suoi sudditi, già sollevati contro di lui. Il pontificato di Gregorio terminò tuttavia nel peggiore dei modi: venne eletto un antipapa, Clemente III, mentre il pontefice morì in esilio a Salerno sotto la protezione del normanno Roberto il Guiscardo.
Il confronto perdurò anche con i successori di Gregorio VII, per poi terminare nel 1122, quando papa Callisto II e l'imperatore Enrico V si accordarono con la stipula del concordato di Worms. L'accordo prevedeva che la scelta dei vescovi ricadesse sulla Chiesa e che poi essi prestassero giuramento di fedeltà al monarca secolare; si andava affermando il diritto esclusivo della Santa Sede ad investire le cariche ecclesiastiche con l'autorità sacra, simboleggiata dall'anello vescovile e dal bastone pastorale; l'imperatore invece conservava il diritto di presiedere alle elezioni di tutte le alte cariche ecclesiastiche e di arbitrare le controversie. Inoltre gli imperatori del Sacro Romano Impero rinunciarono al diritto di scegliere il pontefice.
Origine della lotta
Rapporti tra Impero e Chiesa tra IX e XI secolo
Durante l'impero di Carlo Magno il potere civile era forte e i vescovi tornarono a essere considerati dei semplici funzionari, sulla cui nomina i sovrani potevano interferire pesantemente. A seguito dell'instabilità politica conseguente alla disgregazione dell'impero carolingio la Chiesa latina, e in particolare l'istituzione del papato, attraversò un momento di grave decadenza conosciuto come saeculum obscurum. Corrotto dalle lotte di potere, il trono di Pietro divenne preda delle fazioni locali, screditandone così la sua missione spirituale.. In un'epoca segnata da un affievolirsi del potere centrale, il sistema politico che si andò ad affermare fu il feudalesimo, fondato su di un reciproco rapporto tra un signore (senior) che attribuiva un bene materiale (beneficium) a un proprio vassallo, in cambio di fedeltà e aiuto; tale sistema andò inevitabilmente a riflettersi anche sulle cariche ecclesiastiche..
Quando, nel 936, Ottone I di Sassonia divenne re di Germania (e imperatore dal 962), egli basò sistematicamente il proprio potere politico sull'assegnazione di importanti poteri civili ai vescovi da lui nominati. Non potendo essi avere prole legittima a cui passare in eredità i benefici, si veniva a instaurare una situazione solamente temporanea, in quanto alla loro morte la corona li avrebbe recuperati. I primi poteri di cui vennero assegnati furono quelli di districtus, ossia di comando, polizia ed esazione sulla città e sul territorio immediatamente circostante... Sebbene questo sistema amministrativo fosse peculiare della Germania, anche in Francia, Inghilterra e Spagna si instaurarono stretti legami tra il potere spirituale e quello temporale.. In questo modo andò a consolidarsi la consuetudine del re di nominare vescovi e abati, una pratica che comunque veniva ampiamente accettata dalla società in quanto il monarca non era visto come un semplice laico ma come un signore scelto da Dio e quindi pienamente legittimato nell'intervenire negli affari della Chiesa..
Pertanto, sotto Ottone I e i suoi successori della dinastia ottoniana, i vescovi della Reichskirche (letteralmente "la Chiesa imperiale") rappresentarono le fondamenta del sistema amministrativo imperiale; la loro investitura veniva simboleggiata dalla consegna dell'anello e del bastone pastorale da parte dell'Imperatore al vescovo nominato. Questa pratica non riguardò solamente le diocesi ma anche i monasteri reali e i grandi capitoli secolari.. L'avvento al potere della dinastia salica, nel 1024, con l'elezione di Corrado II, non cambiò nulla in questa organizzazione, che perdurò fino al regno di Enrico III (1039-1056).. Monasteri e sedi vescovili diventarono così centri di potere anche economico in tutta Europa e nessun regnante poteva rinunciare a esercitare il controllo sulle nomine di vescovi e abati..
Con tale sistema la funzione vescovile fu snaturata, perché l'assegnazione della carica non era più basata sulle doti morali o sulla cultura religiosa del candidato, ma esclusivamente sulla sua personale fedeltà all'imperatore. La pratica, inoltre, degradò rapidamente nella simonia, cioè nel dare il titolo vescovile a quei laici che erano in grado di versare cospicue somme di denaro all'imperatore, certi di recuperarle in seguito tramite i benefici feudali che ormai accompagnavano la nomina..
La riforma dell'XI secolo, il ruolo di Enrico III il Nero
Tale situazione andò inevitabilmente a scontrarsi con gli ideali religiosi di alcuni uomini che proponevano, invece, una Chiesa più vicina agli ideali cristiani e distaccata dalle influenze dei poteri secolari. I primi movimenti riformistici, ispirati dal pensiero di Benedetto d'Aniane, ebbero luogo a partire dalla prima metà del X secolo nei monasteri della Lotaringia e soprattutto nell'abbazia di Cluny in Borgogna, fondata nel 909.. Quest'ultima ebbe la particolare caratteristica di godere, grazie al suo atto costitutivo voluto da Guglielmo I di Aquitania, di una sostanziale indipendenza dal potere laico che le permetteva, tra l'altro, di non avere ingerenze sulla nomina degli abati. Ai monaci della congregazione cluniacense era chiesto di perseguire una vita esclusivamente spirituale, secondo una rigida osservanza della regola benedettina, distogliendosi dai beni terreni. Per merito di certe sue personalità di spicco, come Oddone o Maiolo, la cosiddetta riforma cluniacense si espanse per tutta l'Europa con la fondazione di monasteri aderenti alle nuove idee o con la riforma di alcuni già esistenti...
Accanto al movimento riformatore monastico iniziarono anche altri flebili tentativi di cambiamento nella società secolare, sebbene tali sforzi fossero inizialmente isolati e senza continuità. La situazione mutò con la salita al trono di Germania di Enrico III di Franconia, detto il Nero, considerato uno dei più grandi imperatori tedeschi. Con lui si andò a configurare un impero teocratico dove il sovrano rappresentava la guida sia della società temporale sia di quella religiosa, in quanto considerato scelto e unto da Dio e quindi suo rappresentante diretto sulla Terra..
Riconoscendo appieno la funzione sacra del suo ruolo, Enrico III si circondò di consiglieri appartenenti al mondo ecclesiastico e grandi promotori della riforma nata nei monasteri, come Odilone di Cluny, Riccardo di Saint-Vanne e Brunone di Toul, futuro papa Leone IX. Anche grazie a questa cerchia di riformatori Enrico si rivelò molto sensibile ai temi del movimento e in particolare venne influenzato dallo spirito cluniacense, sicuramente anche per via del suo secondo matrimonio con Agnese di Poitou originaria della casata di Aquitania fondatrice con Guglielmo I del monastero di Cluny..
Tuttavia, nonostante l'adesione di Enrico alla riforma e alcune concessioni da lui fatte in merito all'indipendenza dei monasteri, egli non rinunciò del tutto alla sua prerogativa di investire vescovi e abati di sua scelta con tanto di bastone pastorale e l'anello episcopale; tale consuetudine continuò infatti a essere praticata per tutto il suo regno senza suscitare particolare opposizioni, perlomeno nella chiesa secolare,. mentre negli ambienti monastici iniziarono a sollevarsi alcune critiche al tradizionale giuramento di fedeltà all'imperatore a cui erano obbligati gli abati.. Tale potere di investitura si dimostrò uno dei capisaldi della politica dell'imperatore; infatti, una volta consolidato il suo potere in Germania, egli guardò all'Italia, dove per rafforzare la propria autorità procedette a nominare moltissimi ecclesiastici tedeschi a lui fedeli a capo delle diocesi sparse per tutta la penisola..
Nel 1046 Enrico scese in Italia per partecipare al concilio di Sutri con lo scopo di mettere ordine a una crisi del papato, al centro della quale v'era lo scontro di tre pontefici che si consideravano legittimi: Benedetto IX sostenuto dai Conti di Tuscolo, Silvestro III della famiglia Crescenzi e Gregorio VI che aveva acquistato il papato dal primo. Benedetto IX venne deposto, Silvestro III considerato un usurpatore e Gregorio VI dovette rinunciare all'ufficio e in seguito fu mandato in esilio e scomunicato poiché accusato di simonia.... Il sovrano fece eleggere come nuovo papa Suidger, vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II e che nel Natale seguente incoronò lo stesso Enrico come imperatore del Sacro Romano Impero.
L'intervento di Enrico a Sutri trovò molti consensi all'interno dello stesso movimento riformatore della Chiesa ma si levarono anche voci contrarie, come quella del vescovo Wazone di Liegi che riteneva che non spettasse al sovrano il potere di deporre un Papa, anche se simoniaco. In ogni caso, oltre che Imperatore, Enrico si era fatto anche nominare patrizio romano, una carica che gli consentiva di influire direttamente sulle future elezioni del romano pontefice. Infatti i successivi Damaso II, Leone IX e Vittore II furono tutti tedeschi, quindi estranei agli ambienti romani, e di fiducia dell'imperatore, contribuendo a importare a Roma il modello della Chiesa imperiale. Con loro la riforma uscì definitivamente dall'ambiente monastico per riversarsi sulla Chiesa secolare..
In particolare, fu il pontificato di Leone IX a vedere un'accelerazione del processo di riforma, essendo egli circondato da un gruppo di validi collaboratori che andarono a formare il collegio dei cardinali, a cui affidò incarichi di rilievo,. tra i quali: Alinardo, Umberto di Silva Candida, Federico Gozzelon, futuro Stefano IX, Ildebrando di Soana già segretario di Gregorio VI e futuro Gregorio VII. Questi teologi ebbero un ruolo decisivo nel fornire giustificazioni dottrinali a un rafforzamento del papato a cui si andava ad attribuire l'esclusivo potere di nominare e deporre le alte cariche ecclesiastiche...
La crisi dell'impero durante la minore età di Enrico IV