Le metamorfosi (in latino Metamorphoseon libri XI, probabilmente il titolo originario) è un'opera scritta da Lucio Apuleio nel II secolo d.C. È anche nota con il titolo L'asino d'oro (Asinus aureus), con il quale viene citato da sant'Agostino nella Città di Dio (XVIII, 18). È uno dei pochi romanzi della letteratura latina a essere pervenuto fino a oggi insieme al Satyricon di Petronio e alla Storia di Apollonio re di Tiro.
Scritta durante la seconda metà del II secolo, l'opera è divisa in undici libri e costituisce uno dei più significativi esempi di romanzo picaresco dell'antichità, in cui si mescolano elementi comici, magici e religiosi.
La trama segue le avventure di Lucio, giovane greco, che per errore si trasforma in un asino. In questa forma, è costretto a viaggiare e a vivere situazioni degradanti e violente, testimoniando dal punto di vista di un animale i vizi e le contraddizioni della società romana. Alla fine, Lucio ritrova la forma umana grazie all'intervento della dea Iside, alla quale si consacra come iniziato, in un epilogo che assume dei significati mistico-religiosi.
Il fatto che Lucio sia nativo di Madaura, città della Numidia dove nacque l'autore stesso, suggerisce una narrazione piena di riferimenti autobiografici. Il romanzo è noto anche per la sua struttura a cornice, in cui vengono inseriti numerosi racconti secondari, spesso di carattere erotico o fiabesco. Il più celebre tra questi è la favola di Amore e Psiche.
Origine e titolo Le Metamorfosi sono probabilmente l'adattamento latino di un'opera greca perduta attribuita a Lucio di Patre, della quale sopravvive una versione ridotta, Lucio o l'asino, tradizionalmente ma forse erroneamente attribuita a Luciano di Samosata. Sebbene la vicenda sia di fantasia, è stato spesso notato il possibile legame autobiografico tra Lucio e Apuleio stesso, nativo di Madaura come il protagonista, e forse realmente iniziato al culto isiaco.
Viaggiando in Tessaglia, terra di streghe e incantesimi, Lucio prova un insaziabile desiderio di vedere e praticare la magia: dopo essersi spalmato un unguento magico, si ritrova trasformato accidentalmente in asino. La trama prosegue seguendo Lucio nelle sue peripezie attraverso lunghe avventure, vicende e repertori di racconti, portandolo finalmente a ritrovare la forma umana e una nuova consapevolezza di sé. Il percorso di caduta, sofferenza e redenzione si concluderà grazie all'intervento della dea Iside, della quale Lucio diverrà un ardente devoto.Carlo Franco, «La miscela dotta e piacevole di un testo ancora inafferrabile», Alias, Il Manifesto, domenica 8 dicembre 2019, p. 5.
Essendo centrale ne Le metamorfosi il tema della magia, ma non essendo citata l'opera nellApologia, che riporta il discorso difensivo dell'autore coinvolto nel 158 in un processo per magia, si desume che la stesura del romanzo sia posteriore a quella data. Il testo potrebbe essere una rielaborazione di un'opera spuria di Luciano di Samosata (pseudo-lucianea), Lucio o l'asino. Inoltre, secondo il patriarca Fozio, la storia di Lucio deriverebbe da un romanzo, per noi perduto, da lui attribuito a Lucio di Patre.
Il patriarca infatti fa intendere l'esistenza di tre romanzi, l'uno di Lucio di Patre, di cui dice aver letto diversi λόγοι (lògoi), un altro di Luciano di Samosata e l'ultimo di Apuleio. Il dibattito tra gli studiosi verte attorno alla possibilità che l'opera di Apuleio sia derivata da questa fonte comune, costituita dal romanzo dello sconosciuto Lucio di Patre (il cui nome potrebbe essere anche il frutto di un malinteso dello stesso Fozio, che avrebbe confuso il nome del protagonista con quello dell'autore), oppure dal rimaneggiamento pseudo-lucianeo di Lucio ovvero l'asino.
Differenze e similitudini con altri modelli Il titolo originale dell’opera di Apuleio era Metamorphoseon libri XI (in italiano: Undici libri di metamorfosi), spesso abbreviato in Metamorfosi (in latino: Metamorphoseon). Il titolo originale richiama esplicitamente le Metamorphoseon libri XV di Ovidio, con cui condivide il riferimento al tema della mutatio. Il poema ovidiano si inserisce infatti all’interno di una consolidata tradizione letteraria greco-romana incentrata sul motivo mitologico della trasformazione, caratterizzata da finalità tanto poetiche quanto didattiche. A questa tradizione appartengono anche opere analoghe, oggi incomplete o completamente perdute, come la Le Metamorfosi (in greco Μεταμορφώσεων Συναγωγή, trasl. Metamorphōseōn synagōgḗ) di Antonino Liberale e altri testi di autori come, per esempio, Partenio, Didimarco e Nestore di Laranda. Composta frequentemente in versi, tale produzione poetica forniva ai giovani retori un repertorio mitologico di base utile alla formazione retorica. L'opera di Apuleio si discosta in maniera netta dai modelli precedenti. Invece di una sequenza di racconti mitologici distinti, ciascuno imperniato su una diversa metamorfosi, come lascerebbe supporre il titolo al plurale, l’autore presenta un'unica, estesa narrazione il cui protagonista non è una figura leggendaria, bensì un personaggio immaginario di epoca contemporanea, colto e di elevata condizione sociale. L’unica metamorfosi descritta, quella da uomo ad asino, si allontana anch’essa dai canoni della tradizione: non ha nulla di epico, ma assume invece toni farseschi, grotteschi e comico-degradanti. Per queste caratteristiche, l’opera si avvicina maggiormente alla Storia vera di Luciano o al Satyricon di Petronio, piuttosto che alle tradizionali raccolte di metamorfosi in senso classico.
Molti studiosi hanno dato per scontato che Apuleio abbia semplicemente mantenuto il titolo dell'opera greca da cui traeva spunto — probabilmente le Metamorfosi di Lucio di Patre — la quale, si suppone, era strutturata in una serie di racconti brevi, ciascuno con una metamorfosi.
Eppure, nelle prime pagine dell'opera Apuleio stesso dichiara:
Con questo Apuleio sembrerebbe promettere una raccolta di racconti incentrati sul tema della metamorfosi, che, tuttavia, l’opera non offre. Ma, se si intendesse la metamorfosi in senso più simbolico, come trasformazione non sostanziale, ma morale ed esistenziale, allora l’intero arco narrativo di Lucio potrebbe essere letto come una lunga e complessa metamorfosi dell’anima. In questo senso, il titolo potrebbe essere perfettamente adeguato.
Il titolo postumo Il titolo Asino d’oro, con cui l’opera è nota fin dalla tarda antichità, risulta essere stato attribuito all'opera da Sant'Agostino. Nonostante ciò, non è possibile escludere con certezza che Apuleio abbia dato al romanzo un secondo titolo, affiancando quello ufficiale a una denominazione più evocativa e simbolica. In questo senso, secondo l’interpretazione di Jean-Louis Bory, l’aggettivo aureus non qualificherebbe l’animale, ma l’opera stessa. Asinus aureus assumerebbe così un valore elogiativo di tipo editoriale, volto a presentare il romanzo come un’opera letteraria di particolare pregio. La formula designerebbe dunque non tanto un asino dorato in senso letterale, quanto una narrazione straordinaria, brillante e degna di attenzione, capace di distinguersi nel panorama della produzione narrativa.
Trama
Libro I Nel prologo, il narratore in prima personaIl cui nome, poco oltre (I, 24), viene rivelato essere Lucio. si presenta come un uomo di origini greche, che vivendo in una città romana ha appreso anche il latino. Si accinge a raccontare, in stile milesio, una storia fuori dal comune, e chiede indulgenza sia per la materia sia per eventuali errori, dichiarandosi ancora inesperto nella lingua latina. Lucio è diretto per un viaggio d'affari in Tessaglia, terra d’origine della sua famiglia dal ramo materno. Durante il viaggio, il suo cavallo si affatica, così Lucio decide di proseguire a piedi. Incontra due viandanti che discutono animatamente: uno accusa l’altro di raccontare sciocchezze; dopo un battibecco, il secondo accetta di condividere con Lucio la vicenda soprannaturale che gli è capitata.
Concluso il racconto, i tre si separano: i viandanti si dirigono verso una fattoria, Lucio verso una locanda alle porte di una città che si rivela essere Ipata e quindi la sua meta. Alla locanda, gestita da una donna anziana, Lucio chiede informazioni riguardo Milone, uno dei più nobili cittadini. La locandiera lo avverte che Milone, nonostante la sua ricchezza, vive da vero avaro in una casa dimessa, assieme alla moglie e una sola servetta, Fotide. Lucio si reca da Milone e gli consegna la lettera del comune amico Demea di Corinto, motivo della sua commissione a Ipata. Milone lo accoglie come ospite di riguardo e gli offre una stanza. Dopo avervi lasciato le proprie cose, Lucio si reca al mercato per comprarsi un pesce come cena. Lì incontra Pitia, suo vecchio compagno di studi ad Atene, ora magistrato cittadino; egli nota il pesce acquistato e chiede quanto abbia pagato. Quando Lucio glielo dice, Pitia si infuria con il venditore per avergli rifilato merce scadente a caro prezzo: pertanto ordina ai suoi uomini di ribaltare il banco del venditore e fare poltiglia della sua merce, incluso il pesce acquistato dall'amico. Così Lucio torna senza cena a casa di Milone e, dopo aver risposto ad alcune domande del suo ospite, si corica esausto.
Libro II La mattina seguente Lucio vaga per la città, meditando di assistere a eventi inspiegabili come quello narrato dal viandante, quando viene riconosciuto dall'attendente di una donna alta e distinta. Ella si presenta come Birrena, parente di Salvia madre di Lucio, e invita il giovane in casa propria, ove lo mette maternamente in guardia, avvertendolo che Panfila, la moglie del suo ospite Milone, sarebbe una strega pericolosa, sempre interessata agli amori di giovani uomini come Lucio, i quali se non vi sottostanno rischiano di diventare vittime di sue metamorfosi o addirittura sortilegi esiziali. Lucio, tuttavia, sempre più affascinato dall’idea della magia, non si dà per inteso degli avvertimenti di Birrena, anzi medita di sedurre la servetta Fotide affinché lo renda partecipe dei segreti della padrona. Rientrato a casa di Milone e trovandovi la sola Fotide intenta a cucinare, la seduce e si assicura che lei lo ricambi; quindi, di notte, i due dormono assieme.
Pochi giorni dopo, Lucio si accinge a tornare dalla zia Birrena per una cena; prima che esca Fotide lo mette in guardia contro una banda di giovinastri appartenenti alla nobiltà che di notte disturbano la quiete di Ipata, ma Lucio la tranquillizza mostrandole il suo gladio. Giunto in casa della zia per il banchetto, Lucio esalta la fama di magia della Tessaglia, che viene confermata dal racconto di uno dei convitati, Telefrone.
La conclusione del racconto di Telefrone è salutata da grandi risate dei convitati, e Birrena spiega a Lucio che l'indomani in città si osserva la festa della divinità Riso. Dopo il banchetto, Lucio rientra barcollando col suo servo verso casa di Milone, ma sulla soglia si imbatte in tre briganti, intenti a scardinare l'uscio. Mentre il servo si dà alla fuga, vedendosi in pericolo Lucio li uccide, prima di entrare e andare a dormire.
Libro III Il mattino seguente, Lucio viene tratto in arresto con l'accusa di aver ucciso i tre uomini incontrati la notte precedente. Condotto in tribunale, è oggetto di scherno da parte dei presenti, quindi vengono convocati testimoni contro di lui. Proprio quando la sua condanna sembra imminente, una vedova chiede che vengano mostrati i corpi delle tre vittime. Una volta portati i cadaveri, si scopre che non si tratta di uomini, ma di otri di vino danneggiati. Si rivela così che l’intero processo era uno scherzo organizzato dagli abitanti della città per celebrare la festa del Riso, una ricorrenza annuale dedicata alla comicità e alla burla.