Proteo () è un personaggio della mitologia greca. È una divinità marina è citato da Omero come "Vecchio del mare" ed è un oracolo e mutaforma.
Etimologia
Il nome Proteo () è di origine antichissima e compare già in epoca micenea nelle tavolette in lineare B nella forma Po-ro-teu (ritrovata a Pilo).
Dal punto di vista linguistico, i filologi propongono due interpretazioni principali per l'origine del nome: Origine greca (ipocoristica): Altri studiosi ritengono che il nome sia una forma abbreviata di prōtogenḗs (πρωτογενής, "primitivo", "originario" o "primevo"), una designazione coerente con la natura di una divinità marina ancestrale. Origine egizia: Il linguista Pierre Chantraine suggerisce che possa derivare dal termine egiziano prouti, un appellativo utilizzato per designare il faraone, poi adattato in greco con il classico suffisso in -eus. Questa ipotesi si sposerebbe perfettamente con la variante del mito che associa Proteo all'Antico Egitto come re mitico della dinastia menfita.
È invece considerata priva di fondamento scientifico l'ipotesi che il nome derivi da una rotacizzazione di Ploteus (dal tema plo-, "navigare", col significato di "il navigatore").
Genealogia
Figlio di Poseidone, sposò Torone o Crisonoe, () che lo rese padre di Tmolo, Telegono () e Poligono ().
Strabone aggiunge la ninfa Cabeiro ed Omero la figlia Eidotea (che il filologo Zenodoto tramanda con il nome di EurinomeZenodoto in scolio a Omero, Odissea, IV, 366: «Ζηνόδοτος δὲ τὴν Εἰδοθέαν Εὐρυνόμην φησὶ καλεῖσθαι» ("Zenodoto dice che Eidotea era chiamata Eurinome") ).
Uno scolio alla tragedia Ecuba aggiunge TeonooScolio a Euripide, Ecuba, 3: «οἱ δὲ Πρωτέως παῖδές εἰσι Πολύγονος, Τηλέγονος, Θεόνοος, Εἰονεύς, οὓς Ἡρακλῆς ἀπέκτεινεν ὑβρίζοντας τοὺς ξένους» ("I figli di Proteo sono Poligono, Telegono, Teonoo ed Eioneo, che Eracle uccise poiché insultavano e maltrattavano gli stranieri"). () ed Eioneo (), mentre altri scolii aggiungono RoiteaScolio a Apollonio Rodio, I, 929: «Ῥοίτειον δὲ ἀκρωτήριον Τρωΐδος, ἀπὸ Ῥοιτείας τῆς Πρωτέως θυγατρός, ὥς φησι Κλείτος ὁ Μιλήσιος» ("Roiteo è un promontorio della Troade, chiamato così da Roitea, figlia di Proteo, come riferisce Cleito di Mileto"). () e TebeScolio a Omero, Iliade, IX, 383: «Θήβη δὲ ἐκλήθη ἀπὸ Θήβης τῆς Πρωτέως τοῦ Αἰγυπτίου θυγατρός, ἢ ἀπὸ τῆς Διός» ("Fu chiamata Tebe da Tebe, la figlia di Proteo l'Egiziano, oppure dalla figlia di Zeus") nota: in questo caso "l'Egiziano" è inteso come "l'abitante dell'isola di Pháros". ().
Secondo Stefano di Bisanzio Torone era invece sua figlia.
Mitologia
Proteo è una divinità primordiale ed è uno dei tre Vecchi del mare citati da Esiodo od Omero.
Ritenuto egiziano in quanto Omero scrisse che visse nelle grotte dell'isola di Faro, questo personaggio fu, sin dall'antichità, spesso confuso con un suo omonimo e faraone mitologico egiziano (Proteo l'egizio), il quale per gli antichi greci rappresentava solo un sovrano umano della dinastia menfita e che era una figura distinta dal dio del mare omerico.
Il pastore mutaforma
Nella tradizione mitologica principale, che risale all'epica omerica e fu successivamente ripresa dai poeti latini, Proteo è descritto come un anziano e saggio dio del mare (chiamato anche "vecchio del mare"), che viveva un'esistenza solitaria svolgendo il suo compito di pastore del mare e badando ai branchi di foche del suo signore (Poseidone) di cui si prendeva cura facendole riposare durante il pomeriggio nelle grotte costiere dell'isola di Faro o di Scarpanto.
Per sfuggire alla cattura, il dio ricorreva alle metamorfosi (da cui il termine "proteiforme"), mutando repentinamente il proprio corpo in animali feroci, elementi naturali o vegetali fino a quando, esausto, riassumeva le sue sembianze normali.
Il dono della veggenza e l'incontro con Menelao
Proteo possedeva il dono della veggenza universale e conosceva il passato, il presente ed il futuro di ogni mortale o divinità ma, ostinato, si rifiutava di rivelarlo e così chiunque voleva interrogarlo doveva sorprenderlo nel sonno e costringerlo con la forza trattenendolo in un presa serrata e fino a quando il dio, esausto, non avesse ripreso il suo aspetto normale e fosse stato disposto a rispondere.
Dopo la caduta di Troia ed i venti contrari che afflissero i viaggi delle navi dei vincitori Greci, Menelao, trattenuto per venti giorni sull'isola di Faro e senza conoscere la rotta per ritornare a Sparta, viene aiutato da Eidotea, la figlia del dio, che gli rivela come costringere il padre a profetizzare. Seguendo le sue istruzioni, Menelao e tre compagni si nascondono sotto delle pelli di foca per ingannare l'olfatto del dio e quando Proteo si addormenta tra il suo gregge marino, gli eroi lo assalgono stringendolo con forza e resistendo alle sue continue e spaventose metamorfosi. Una volta arresosi, Proteo rivela a Menelao i sacrifici necessari da compiere in Egitto per propiziarsi il ritorno a casa, informandolo inoltre della tragica fine di Agamennone e della prigionia di Odisseo presso la ninfa Calipso.
Nelle tradizioni latine, Proteo fu immobilizzato ed interrogato nello stesso modo anche dal pastore Aristeo che cercava di scoprire il motivo della morte delle sue api.
Il matrimonio di Peleo e Teti
Nel filone delle tradizioni latine, la figura di Proteo si inserisce anche nel celebre mito delle nozze tra il mortale Peleo e la nereide Teti (la futura madre di Achille). Secondo Ovidio la ninfa marina respingeva costantemente i tentativi di approccio di Peleo mutando repentinamente la propria forma in uccello, albero e tigre. Disperato, Peleo offrì sacrifici e preghiere alle divinità marine finché dalle profondità del mare non emerse Proteo, che gli svelò il segreto per neutralizzare le metamorfosi della Nereide, suggerendogli di avvolgerla con lacci e catene mentre dormiva e di tenerla stretta finché non ritornata alla forma femminile.
Lo spostamento in Tracia e la purificazione di Eracle
Conone, in un filone mitologico alternativo, collega le origini egiziane di Proteo (che secondo Omero viveva a sull'isola di Faro.), con le sue avventure in Tracia, nella penisola di Pallene e secondo questo racconto, Proteo abbandonò l'Egitto per sfuggire al governo tirannico e crudele di Busiride e, unitosi al viaggio di Cadmo (quest'ultimo impegnato nella ricerca della sorella Europa), giunse in Tracia e strinse amicizia con il saggio re Clito, di cui sposò la figlia Crisonoe, ottenendo infine il governo della regione dopo aver respinto il popolo dei Bisalti.
Dal suo matrimonio nacquero però dei figli brutali e fuorilegge (identificati in varie altre fonti con nomi diversi tra cui Tmolo), che erano soliti maltrattare od uccidere gli ospiti ed i viandanti che attraversavano il loro regno, ma quando Eracle giunse nella regione, uccise questi uomini (sfidandoli in incontri di lotta) e pose fine alle loro empietà. Proteo, riconoscendo giusta la punizione dei suoi figli così malvagi e diversi da lui, si occupò della loro sepoltura e purificò Eracle dal sangue versato in quei duelli.
Il ritorno in Egitto
In contrasto con la cronologia di Conone, altri mitografi tardi e scoliasti ribaltano la direzione del viaggio, sostenendo che Proteo risiedesse originariamente in Tracia. Secondo queste varianti, Proteo, addolorato per la condotta empia e sanguinaria dei suoi figli traci, avrebbe invocato il padre Poseidone affinché lo allontanasse da quella regione, così il dio del mare lo trasferì in Egitto (oppure gli permise di ritornarci) facendolo viaggiare attraverso un passaggio subacqueo scavato al di sotto del mar Egeo, e permettendogli di stabilirsi definitivamente sull'isola di Faro.Scolio a Euripide, Elena, 1: «ὁ Πρωτεὺς οὗτος τὸ μὲν ἐξ ἀρχῆς ᾤκει τὴν Θρᾴκην [...] ἐπεὶ δὲ οἱ παῖδες αὐτοῦ [...] ξένους ἀνῄρουν, βαρυνόμενος τῇ τούτων κακοξενίᾳ, διὰ θαλάσσης εἰς Αἴγυπτον μετῴκησεν, ὑπόβρυχος ἐνεχθείς» ("Questo Proteo da principio abitava la Tracia [...] ma poiché i suoi figli uccidevano gli stranieri, oppresso dalla loro malvagità verso gli ospiti, si trasferì in Egitto attraverso il mare, venendovi trasportato sott'acqua").
Proteo nelle Argonautiche orfiche
Nel filone della letteratura orfica, Proteo non viene descritto semplicemente come il pastore di foche dell'epica omerica, ma assurge al ruolo di vera e propria divinità marina primordiale ed ancestrale. Nelle Argonautiche orfiche infatti, il suo nome viene inserito in una solenne invocazione rituale rivolta alle grandi potenze ancestrali del mare (tra cui Oceano, Teti, Nereo e Forco) affinché proteggano e guidino la spedizione dei navigatori guidati da Giasone.
Erodoto, le Storie, la Tragedia di Euripide e la confusione mitologica
A partire dal V secolo a.C. ed attraverso un processo di razionalizzazione del mito, la letteratura greca tese a rielaborare la figura di Proteo in chiave prettamente umana, traendo spunto dal suo legame omerico con l'antico Egitto. Infatti storici e drammaturghi rielaborarono l'aspetto divino dell'antico personaggio marino e mutaforma, per trasformarlo in un sovrano umano, egizio e storicizzato, giusto ed integerrimo, che avrebbe governato da Menfi durante gli anni del conflitto troiano.
La razionalizzazione erodotea e la confusione mitografica
Erodoto, ponendosi di fronte alle tradizioni su Proteo, applica un approccio fortemente razionalistico (che anticiperà il successivo evemerismo dei filologi alessandrini) volto a spogliare il personaggio di Proteo dagli elementi fantastici ed a storicizzarlo. Nelle sue Storie infatti, dichiara esplicitamente che Proteo non era affatto una divinità marina mutaforma, bensì un faraone in carne e ossa, successore di Ferone, che regnava sulla dinastia menfita proprio durante gli anni della guerra di Troia.
Erodoto sostiene di aver appreso questa versione dagli stessi sacerdoti egiziani di Menfi, i quali gli indicarono un grande e ricco recinto sacro intitolato ad "Afrodite Straniera", da lui identificato come un tempio dedicato ad Elena. Secondo questo resoconto, Paride, dopo aver rapito la sposa di Menelao, fu spinto da venti contrari sulle coste dell'Egitto e, informato del grave reato contro le leggi dell'ospitalità greca, il re Proteo (quindi non più la divinità) convocò il principe troiano a corte, gli confiscò i beni rubati e trattenne Elena con sé per custodirla fedelmente, ed invitando Paride ad andarsene dal regno entro tre giorni.
Lo storico difende la veridicità di questa ricostruzione umana affermando che, se Elena si fosse trovata davvero a Troia, i Troiani l'avrebbero restituita spontaneamente pur di evitare la distruzione totale della loro città e conclude che i Greci assediarono le terre di Ilio per dieci anni combattendo, a loro insaputa, soltanto per un errore della volontà divina.
La rielaborazione drammatica di Euripide
Pochi decenni dopo la diffusione delle Storie erodotee, il tragediografo Euripide riprese questa versione razionalizzata all'interno della tragedia Elena che vede la figura del Proteo omerico finire per essere definitivamente sdoppiata in una trama che si svolge interamente in Egitto e presso la tomba del re Proteo, a sua volta descritto come un sovrano umano ed integerrimo che è da poco deceduto.