La collezione Odescalchi è una collezione d'arte privata di Roma nata nel XVII secolo e appartenente all'omonima famiglia di origini comasche.

Lo sviluppo della raccolta si deve essenzialmente al principe Livio Odescalchi, nipote di papa Innocenzo XI, appassionato delle arti e grande collezionista del tempo. Il ramo familiare diretto si estingue tuttavia già con la morte del nobile stesso, pertanto la linea di discendenza che eredita la raccolta, i possedimenti e i titoli familiari proviene da quelli di Lucrezia, sorella del pontefice, sposata con un esponente della famiglia Erba di Como.

La collezione viene alienata in prima istanza da Baldassarre Erba Odescalchi a partire dal terzo decennio del XVIII secolo, dove diverse opere trovano la strada del mercato estero (Spagna e Francia). Alla fine del XIX secolo un altro gruppo di opere viene ceduto dagli eredi in favore dello Stato italiano, confluendo nelle Gallerie nazionali d'arte antica e nel Museo nazionale di Palazzo Venezia di Roma. Un'altra parte della collezione rimane oggi di proprietà privata della famiglia, divisa tra il castello di Bracciano, il palazzo romano di piazza Santi Apostoli, tra cui il pezzo più celebre della raccolta, ossia la prima versione della Conversione di san Paolo del Caravaggio, entrata nelle collezioni Odescalchi solo nella metà del Novecento grazie alla dote della marchesa genovese Maria Roberta Balbi Senarega, ed i castelli di Palo e di Santa Marinella.

Storia Seicento L'ascesa della famiglia nella Curia romana (1658-1673) La famiglia Odescalchi ha origini nobiliari già ab antiquo nella città di Como, dove aveva particolare prestigio ed influenza sia sociale che economica. L'ascesa tra gli ambienti cardinalizi di Roma sono invece avvenuti a partire dal 1658, quando Benedetto Odescalchi arrivò in città dopo una breve parentesi vescovile a Novara. Inizialmente questi dimorava in piazza di Campitelli assieme alla schiera di collaboratori e familiari giunti al suo seguito da Como, nel palazzo poi divenuto Patrizi-Clementi, che raggiunse il massimo di presenze nell'edificio nel 1669, con ben ventiquattro persone attive al servizio del cardinale. Tra questi vi era anche Marco Antonio Odescalchi, sacerdote cugino di Benedetto, già stabilmente a Roma a partire dagli anni '30, confratello dell'oratorio di San Filippo Neri presso la chiesa di Santa Maria in Vallicella e che fece da apriporta alla Curia romana per il più giovane cugino..

Carlo Odescalchi, fratello di Benedetto, rimase invece a Como a gestire gli affari di famiglia sparsi in terra d'origine. L'uomo morì nel 1673 e per volontà testamentaria lasciò i suoi beni al figlio Livio, allora ancora adolescente, i quali sarebbero stati tenuti sotto la tutela giuridica di Benedetto fino al compimento della maggiore età, e presso cui il ragazzo si sarebbe quindi dovuto recare di lì a breve per intraprendere la sua carriera professionale.

Livio Odescalchi erede universale dei beni di famiglia (1674) Nel 1674 Benedetto stila anch'egli testamento lasciando ancora una volta tutti i suoi beni a Livio, su cui si manifesta a questo punto in maniera ancor più pressante la necessità di un suo trasferimento a Roma, mentre per agli altri nipoti furono elargiti generosi vitalizi che consentirono loro di conservare lo status acquisito. L'atto risulta essere una sostanziale conferma di un altro già declarato dallo stesso porporato nel 1658, compreso l'istituto del fidecommesso con vincolo di primogenitura maschile perpetua voluto allora. Pertanto, premesso che la discendenza familiare non potesse che provenire dalla linea di Carlo Odescalchi, qualora fosse venuto a mancare il maschio erede si sarebbe dovuto dare seguito alla discendenza attraverso la primogenita femmina, i cui eredi però avrebbero dovuto portare il cognome e i titoli del casato, senza neanche doverlo unire a quello paterno, mentre se fosse venuta a mancare anche la discendenza femminile, caso che poi effettivamente si verificherà, si sarebbe dovuti passare alla linea della sorella Lucrezia, sposata con un esponente della famiglia Erba, sempre con l'obbligo che la sua discendenza conservasse il solo cognome e titoli Odescalchi..

I beni ereditati avrebbero dovuto essere inalienabili e indivisibili nella loro integrità, anche rispetto ad eventuali doti o vendite per fronteggiare posizioni debitorie urgenti, pena la decadenza immediata del diritto di successione acquisito. Nel testamento del 1674 di Benedetto gli edifici religiosi interessati da donazioni furono sostanzialmente due, quelli gesuiti di Roma e la chiesa di Santa Maria in Campitelli, mentre a Como e Novara un cospicuo fondo fu destinato ai due ospedali maggiori delle città.. Particolare attenzione meritò anche Antonio Maria Erba, il quale oltre ad essere nominato esecutore testamentario universale, fu investito di una rendita di 1.000 scudi milanesi annui e la curatela dell'eredità di Livio Odescalchi qualora fosse stato ancora minorenne al momento del decesso di Benedetto.

Tra il 1674 e il 1675, dietro anche incessanti pressioni da parte di Benedetto, Livio si trasferisce a Roma, dove vive sotto il diretto controllo dello zio, incline a comandare e decidere per i nipoti le loro sorti e gli stili di vita. Ciò avvenne infatti anche per le sorelle di Livio, Giovanna e Paola Beatrice, entrambe destinate alla vita monastica (da cui Giovanna poi si allontanerà successivamente trovando nozze con Carlo Borromeo Arese). Livio intraprende invece gli studi filosofici-giuridici presso i gesuiti del Collegio Romano e si dimostra sin da subito incline all'arte, all'alchimia e all'astrologia..

Livio, unico maschio del casato della discendenza diretta, divenuto erede universale di tutte le ricchezze accumulate fino a quel momento dalla famiglia, segna dunque con determinatezza le sorti del casato, incluse quelle in campo artistico, di cui si mostrerà grande collezionista accumulando opere per la raccolta familiare, ma anche in quello patrimoniale, acquisendo immobili di particolare prestigio che culmineranno con la definitiva ascesa della famiglia nellélite romana grazie alla salita al soglio pontificio dello zio da lì a breve (nel 1676).. In questo scenario si registrano nel frattempo le prime committenze artistiche avanzate a Lazzaro Baldi, Gian Lorenzo Bernini, Carlo Fontana e Carlo Buratti.

L'elezione pontificia di Innocenzo XI (1676)

Una volta che Benedetto divenne papa col nome di Innocenzo XI nel 1676, la famiglia Odescalchi occupò stabilmente tutti i più alti incarichi della società romana. Il suo pontificato fu rigido e severo, all'insegna dell’austerità, tanto che impose molte limitazioni agli spettacoli teatrali, alle manifestazioni popolari e soprattutto, a differenza dei suoi predecessori, non furono nominati cardinal-nipoti.

Innocenzo XI applicò una politica anti-nepotista dove se è vero che tutte le personalità a lui vicine beneficiarono dei privilegi ottenibili con l'elezione pontificia, è anche vero che nessuno fu incaricato di amministrare le finanze vaticane. Il cardinale di famiglia, Benedetto Erba Odescalchi, non fu mai investito del ruolo di cardinal nipote, ma rimase sempre ad operare nel nord,. mentre Livio viveva riverso nelle agiatezze familiari, derivanti dagli investimenti su varie piazze europee (in particolare a Vienna e ad Amsterdam oltre che presso le altre proprietà tra Milano e Como), sui banchi di cambio (a Genova e a Venezia), sulle dogane (ancora a Venezia), oltre ad una ingente liquidità, potendo disporre di una rendita annua pari a circa 40.000 scudi..

La collezione di Livio Odescalchi

Livio Odescalchi nonostante facesse una vita riservata e in disparte dalla mondanità romana, causa soprattutto pressioni e ristrettezze imposte dal papa, fu comunque una persona che riuscì a instaurare relazioni con l'ambiente artistico locale. Egli era in rapporti stretti con Lazzaro Baldi, Carlo Fontana, Gian Lorenzo Bernini, Carlo Buratti (architetto di casa Odescalchi, pagato con pensione annua pari a 36 scudi e 80 baiocchi), Andrea Pozzo (chiamato per il progetto della cappella gentilizia a Como), Gaspar van Wittel (registrato al servizio di Livio nei primi del 1680 fino a raggiungere nella collezione 13 vedute originali dell'artista e 34 sue copie), Jacob Ferdinand Voet (di cui il suo ritratto databile al 1677 oggi a Baltimora, che andò a costituire una sorta di Galleria di ritratti che Livio custodiva nella sua collezione), Salvator Rosa, Enrico Merengo, Ercole Ferrata, Domenico Guidi e altri..

Gran parte delle opere che entravano nella costituenda collezione artistica provenivano o dalla committenza diretta di Livio o da acquisti sul mercato nazionale, soprattutto quello veneziano. L'uomo svolgeva ingenti affari economici in società con la famiglia Rezzonico, di cui Quintiliano assumeva il ruolo il ruolo di consulente artistico a Roma di Livio e grazie al quale confluirono nella collezione svariate opere di provenienza veneta, come le sculture di Juste Le Court del Busto di Diana e del puttino seduto (che poi fu in piedi poiché lo scultore morì prima di realizzare l'opera e pertanto all'Odescalchi gliene fu consegnata un'altra realizzata in precedenza che vedeva però la figura in posizione eretta), ma anche opere di Tiziano, Tintoretto, Paolo Veronese, Jacopo Bassano, Luca Giordano e del ritrattista Sebastiano Bombelli, ancorché armi, cannoni e armature di fattura veneziana.