Oceano () è un personaggio della mitologia greca. È un Titano e rappresenta la personificazione del grande fiume cosmico che, secondo la cosmogonia greca arcaica, circonda l'intero disco della Terra, originando tutti i fiumi, le fonti e i mari del mondo. Nella mitologia romana corrisponde ad Oceanus e nella mitologia etrusca corrisponde ad Uthana.
Etimologia
Il nome indica originariamente, già a partire dalla Teogonia di Esiodo, il fiume mitico e la massa d'acqua primordiale che perimetra i confini della Terra.
Dal punto di vista linguistico, l'origine del termine rimane incerta. Gli etimologi moderni considerano insoddisfacenti i tentativi di rintracciare un'etimologia schiettamente indoeuropea: Sono stati proposti confronti con il sanscrito ā-śáyāna- ("colui che circonda") o con una ricostruzione indoeuropea *ōku-eianom ("dio fiume dalla rapida andatura", accostando il greco , ōkýs, "veloce", all'antico indiano áyanam, "andatura"). Pierre Chantraine sostiene la possibilità di un prestito linguistico pre-greco o mediterraneo, ipotesi supportata dall'esistenza della forma arcaica e parallela (Ōgēnós), collegata al filone mitologico di Ogigo. Un'ulteriore ipotesi individua una matrice pelasgica tratta dal radicale indoeuropeo *geu- ("girare", "incurvare"), con riferimento al corso circolare del fiume cosmico.
Diversi studiosi di storia delle religioni e linguistica comparata ipotizzano inoltre un parallelo concettuale vicino-orientale, suggerendo un collegamento tra la coppia cosmogonica greca Oceano-Teti e quella babilonese formata da Apsû (le acque dolci) e Tiāmat (le acque salate primordiali).
Genealogia
Figlio di Urano (il cielo) e di Gea (la terra).
Sposò la sorella Teti, dalla quale generò i tremila Potamoi (i fiumi della Terra) e le tremila Oceanine (ninfe e divinità preposte alla cura delle acque e dei giovani).
Omero, che ha una visione cosmologica differente, descrive Oceano e Teti come la primordiale coppia genitrice da cui sono derivati tutti gli dèi e tutte le creature terrestri.
Platone scrive invece che Oceano e Teti sono i figli primogeniti di Urano e Gea e li indica come genitori della generazione successiva dei Titani.
Nella cosmogonia attribuita ad Epimenide, Oceano è anche il padre delle ArpieEpimenide, fr. 6 Diels-Kranz / Jacoby. avute da Gea.
Ferecide di Atene (citato da Pseudo-Apollodoro) e Museo (citato da Pausania) indicano Oceano come padre di Trittolemo avuto da Gea.
Il latino Igino non parla della sua ascendenza e scrive solo che sposò Teti e che divenne madre delle Oceanine.
Mitologia
A differenza delle altre divinità della prima generazione titanica, Oceano non figura come protagonista in miti d'azione o in contese di potere. La sua presenza nel mito è prevalentemente passiva e cosmologica: egli incarna la stabilità del confine terrena e la protezione neutrale, rimanendo confinato ai margini delle vicende olimpiche e intervenendo solo come figura di rifugio, di consiglio o di passaggio per gli eroi.
Natura cosmologica e distinzione da Ponto
Nel pensiero moderno l'oceano è inteso come l'infinita distesa d'acqua salata che circonda i continenti e da cui ha avuto origine la vita biologica sul pianeta. Per la cosmogonia greca arcaica, invece, la prospettiva era ribaltata: l'origine della vita e degli dèi risiedeva nell'acqua dolce generatrice che i Greci identificavano con Oceano, mentre l'acqua salata rappresentava un elemento distinto e confinato all'interno delle terre emerse allora conosciute.
Oceano non indicava infatti i mari aperti, bensì un immenso fiume d'acqua dolce che scorreva attorno al disco della Terra, riavvolgendosi continuamente su sé stesso in un corso eterno e circolare, privo di inizio e di fine. Oltre la sua sponda esteriore si riteneva che finisse il mondo ordinato e si estendessero soltanto le tenebre perenni, il regno della Notte e i confini dell'Oltretomba. Questa concezione lo distingueva nettamente da Ponto, la personificazione del "mare interno" (l'Egeo, il Mar Nero e il Mediterraneo) caratterizzato da acque salate, amare e tempestose.
Nella mentalità greca, Oceano costituiva la fonte primordiale di ogni riserva idrica del pianeta: da esso traevano origine e nutrimento tutti i corsi d'acqua, le sorgenti, i pozzi sotterranei, le piogge e persino i mari. Secondo il modello fisico arcaico, l'acqua dolce di Oceano penetrava nelle cavità profonde di Gea (la Terra) e riemergeva in superficie attraverso le fonti e i fiumi, per poi sfociare nel mare salato o ricongiungersi al flusso esteriore dell'Oceano stesso.
Nelle narrazioni omeriche inoltre, è proprio varcando le correnti di Oceano che si giunge nel paese dei Cimmeri (corrispondente al territorio Cimmerico, oltre il Mar d'Azov), il luogo dove si raggiunge l'ingresso dell'Ade visitato da Odisseo. Quel territorio è descritto come una terra fredda, perennemente avvolta dalla nebbia e dalle nubi, dove la luce di Elio (il Sole) non riesce mai a penetrare, segnando così il confine definitivo tra la vita e il regno delle ombre.
L'astuzia nella Titanomachia, la neutralità e la protezione
Quando Gea istigò i Titani a ribellarsi al padre Urano, Oceano fu l'unico tra i fratelli maschi a rifiutarsi di partecipare all'agguato, lasciando che fosse Crono a compiere l'atto.
Oceano non prese parte attiva nella Titanomachia e preferì ritirarsi nella sua remota dimora insieme alla moglie Teti, ma consigliò alla figlia Stige di schierarsi dalla parte di Zeus coinvolgendo i suoi quattro figli (Nike, Cratos, Bia e Zelos), garantendo così alla propria stirpe il favore ed i più alti onori da parte del futuro re degli dèi. Oceano inoltre, offrì ospitalità e protezione ad Era (affidatagli in custodia da Rea) per mantenerla al sicuro durante lo scontro cosmico.
Il viaggio di Eracle
Poiché la corrente di Oceano segna il confine estremo tra il mondo abitato e l'ignoto, le sue rive vengono raggiunte solo dagli eroi impegnati in imprese eccezionali. Eracle, durante la sua decima fatica per catturare i buoi di Gerione (un mostro tre volte gigante), navigò sulle onde di Oceano utilizzando la coppa d'oro donatagli da Elio.
Il confronto con Prometeo
Nella tragedia Prometeo incatenato Oceano fa visita al nipote Prometeo (incatenato da Zeus nel Caucaso per aver rubato il fuoco divino) giungendo in scena cavalcando una creatura alata quadrupede (un grifone od un ippocampo) e manifesta sincera compassione per la sorte del nipote, offrendosi di intercedere presso Zeus per ottenerne la liberazione.Prometeo incatenato, vv. 284-298.
Prometeo, tuttavia, lo accoglie con sarcasmo, meravigliandosi che un dio abbia abbandonato la sicurezza delle proprie correnti e delle proprie grotte rocciose per recarsi in un luogo di sofferenza, e lo mette in guardia dal cedere a un'inutile audacia. Oceano esorta il nipote alla prudenza e alla sottomissione verso il nuovo sovrano dell'Olimpo, ma di fronte alla ferma determinazione di Prometeo si vede costretto a ritirarsi per non incorrere anch'egli nell'ira di Zeus.Prometeo incatenato, vv. 300-398.
La razionalizzazione geografica in Strabone
Strabone analizza la figura di Oceano ponendosi come mediatore tra il mito omerico e la scienza ellenistico-romana. Strabone difende Omero considerandolo il fondatore della geografia, affermando che la concezione dell'Oceano come massa d'acqua circondante non fosse un'invenzione fantastica, ma la corretta intuizione dell'esistenza dell'Oceano Atlantico e dei mari esterni che cingono il mondo abitato (Ecumene). Al contempo, Strabone supera l'antica nozione poetica di Oceano come "fiume d'acqua dolce", identificandone la realtà con i mari aperti soggetti alle maree collegate ai cicli della Luna, le quali venivano osservate e studiate dai navigatori lungo le coste esterne della Penisola Iberica.
La lettura filosofica e l'ironia platonica
Oltre al ruolo nell'epica e nella poesia religiosa, la figura di Teti e la sua unione con Oceano sono state oggetto di riflessione da parte della filosofia greca. Nel Timeo, Platone richiama la tradizione teogonica poetica citando Oceano e Teti come progenitori dei Titani.
Ma il filosofo affronta tale tradizione con palese atteggiamento ironico poiché definisce l'origine di queste divinità tradizionali come un'impresa "troppo grande" (da comprendere) per la ragione umana ed afferma di doversi fidare "per consuetudine" dei racconti trasmessi dai poeti antichi, pur sottolineando come essi siano privi di dimostrazioni razionali, verosimili o necessarie.
Oltre all'ironia platonica, la figura di Oceano è stata indicata da Aristotele nella Metafisica come l'antecedente mitico della filosofia di Talete: i primi teologi e poeti, facendo di Oceano e Teti i padri della generazione divina, avrebbero cioè intuito in forma allegorica la dottrina secondo cui l'acqua è il principio primordiale di tutte le cose.
Culto e iconografia
A differenza delle divinità olimpiche, Oceano non possedeva un culto organizzato né templi dedicati nelle póleis greche ma, in quanto personificazione del confine cosmico e della massa idrica fluida, la sua venerazione assumeva una forma prevalentemente pratica e sacrificale e sia i naviganti che gli eroi e i condottieri offrivano libagioni o sacrificavano animali (spesso tori o cavalli) alle sue correnti prima di intraprendere viaggi verso l'ignoto o prima di oltrepassare le colonne d'Ercole, per propiziarsi il passaggio sul margine del mondo conosciuto.
Nell'arte greca arcaica e classica appare raramente, ma la sua figura si diffonde ampiamente nell'arte ellenistica e romana especialmente nei mosaici termali e sui sarcofagi dove viene raffigurato come un uomo anziano e venerabile dalla lunga barba fluente e bagnata, talvolta dotato di corna bovine o di tenaglie di granchio sulla testa, circondato da creature marine e con un timone o una cornucopia in mano, a simboleggiare l'inesauribile fecondità delle sue acque.
Note
Bibliografia
Altri progetti
Collegamenti esterni
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