Collaboratore di re Carlo Alberto di Savoia, combatté nella prima guerra d'indipendenza. Nominato più volte ministro della guerra, fra il 1849 e il 1857 riorganizzò radicalmente l'esercito piemontese.
Primo consigliere militare del presidente del Consiglio Camillo Benso, conte di Cavour, nel 1855-1856 guidò con successo il contingente piemontese nella guerra di Crimea e fu ministro della guerra durante la seconda guerra di indipendenza. Fu presidente del Consiglio in varie occasioni dal 1859 al 1866, prima del Regno di Sardegna e poi del Regno d'Italia. Nel 1866 diresse le trattative che portarono all'alleanza italo-prussiana e alla terza guerra d'indipendenza, durante la quale fu capo dell'esercito. Nonostante dal conflitto l'Italia abbia ottenuto il Veneto, La Marmora fu investito da gravi polemiche per la sconfitta di Custoza: abbandonato anche dalla corte, si ritirò a vita privata.
Il suo nome è legato anche ad altri eventi del Risorgimento: la rivolta di Genova del 1849, la lotta al brigantaggio (dal 1861 al 1864), la giornata dell'Aspromonte, la convenzione di settembre, l'armistizio di Cormons e gli accordi con Napoleone III di Francia. Viene a volte confuso con il fratello Alessandro, fondatore dei bersaglieri.
Biografia Le origini, la gioventù e i primi incarichi
Nato il 18 novembre 1804 a Torino, Alfonso fu il penultimo di 13 figli del marchese Celestino Ferrero della Marmora (1754-1805) e di sua moglie Raffaella Argentero di Bersezio o di Berzé (1770-1828). La famiglia discendeva da un ramo degli Acciaiuoli di Firenze, i cui componenti, a causa di lotte locali, nel medioevo erano riparati a Biella..
Nato in una famiglia di antica tradizione militare, Alfonso contava tra i fratelli diversi ufficiali che si erano distinti nelle guerre napoleoniche, come Carlo Emanuele e Alberto, ma anche riformatori come Alessandro che fu il fondatore dei Bersaglieri..
Anche Alfonso fu avviato alla carriera militare e il 21 febbraio 1816, undicenne, entrò nella Regia Accademia Militare di Torino. A luglio fu, secondo la tradizione, nominato paggio d'onore di re Vittorio Emanuele I di Savoia e il 15 marzo 1820 conseguì il grado di cadetto. Nel 1822 sarebbe dovuto uscire dall'Accademia con il grado di luogotenente, ma a causa dei moti del 1821 prese il grado, con la specialità dell'artiglieria, il 1º marzo 1823..
In Accademia non fu tra gli alunni più studiosi, ma colmò in breve tempo le sue lacune da autodidatta. Non raggiunse il grado di capitano se non il 30 agosto 1831 e quello di maggiore l'11 gennaio 1845. Era tuttavia molto interessato agli argomenti militari e anche a tale scopo visitò la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e l'Austria, studiando l'organizzazione dell'esercito prussiano e di quello austriaco. Attorno a tali viaggi scrisse relazioni dettagliate che attirarono l'attenzione di Carlo Alberto, re di Sardegna dal 1831. A La Marmora fu quindi affidato l'ordinamento dell'artiglieria a cavallo (Voloire) e l'incarico di acquistare i cavalli necessari al loro equipaggiamento..
In quel periodo Alfonso visitò più volte Parigi, dove fece conoscenza e amicizia con alcuni piemontesi esuli per loro idee liberali: Guglielmo Moffa di Lisio, Giacinto Provana di Collegno e Carlo Emanuele dal Pozzo della Cisterna. In Italia Alfonso volle visitare, oltre al Piemonte, anche altri Stati preunitari, fra cui il Regno delle Due Sicilie. Viaggiò in Puglia, Calabria, Abruzzo fermandosi in località fuori dagli itinerari turistici come Ariano, Foggia, Bari, Taranto e Sulmona. Osservò le abitudini locali arricchendo le sue conoscenze sulle caratteristiche e sulle differenze delle popolazioni italiane..
Non minore del piacere per i viaggi era per La Marmora quello della lettura, principalmente di argomenti militari, ma ricordava anche con commozione Le mie prigioni di Silvio Pellico.. Divenuto ormai un esperto nel campo dell'artiglieria, ancora capitano ebbe l'incarico da Carlo Alberto di insegnare i rudimenti della materia ai suoi figli, il duca di Savoia, il futuro Vittorio Emanuele II e il duca di Genova..
La prima guerra di indipendenza (1848-1849) Dopo le Cinque giornate di Milano e le sollevazioni della cosiddetta Primavera dei popoli, Carlo Alberto, inizialmente sostenuto anche dallo Stato Pontificio e dal Regno delle Due Sicilie, decise di attaccare l'Impero austriaco. Iniziava la prima guerra d'indipendenza italiana.
All'apertura delle ostilità il 23 marzo 1848, La Marmora era maggiore di artiglieria al comando della 1ª e 2ª Batteria inquadrate nella 4ª Divisione del generale Giovanni Battista Federici del 2º Corpo di Ettore De Sonnaz. Fin dall'inizio della Campagna La Marmora si trovò in disaccordo con i titubanti generali di Carlo Alberto. La sua opinione era infatti che non bisognava lasciare all'esercito austriaco il tempo di ritirarsi per riordinare le sue truppe nel Quadrilatero. Occorreva inseguire con decisione le truppe del generale Josef Radetzky ed eventualmente dare loro battaglia. Egli ne parlò subito al generale Federici e poi raggiunse re Carlo Alberto al quartier generale di Lodi affinché desse gli ordini opportuni. Presumibilmente il consiglio fu accettato ma gli ordini furono eseguiti troppo tardi, cosicché quando la divisione di La Marmora mosse ed entrò a Brescia il 31 marzo, lo stesso giorno gli austriaci riparavano nella fortezza di Peschiera..
Nella prima fase della Campagna, La Marmora si distinse in combattimenti minori e nelle battaglie di Pastrengo e Santa Lucia; soprattutto in quella di Pastrengo, durante la quale riuscì anche a consigliare opportunamente i suoi superiori. Diede pure un contributo alla resa della fortezza austriaca di Peschiera del 30 maggio 1848, circostanza che gli valse la promozione a colonnello di stato maggiore. Alfonso beneficiò inoltre del passaggio di comando della 4ª Divisione dal generale Federici al secondogenito di Carlo Alberto, Ferdinando, il duca di Genova. Egli si trovò quindi alle dipendenze dell'ex ragazzo al quale aveva impartito le prime lezioni di artiglieria e con cui nacque una profonda amicizia..
La prima battaglia di Custoza Dopo la battaglia di Goito del 30 maggio (stesso giorno della resa di Peschiera) l'esercito piemontese iniziò il blocco di Mantova disponendo però le forze su una linea troppo lunga. La Marmora si accorse del pericolo e richiamò invano l'attenzione dei superiori. Ignorato, dispose le truppe della 4ª Divisione che intanto aveva lasciato il 1º Corpo, e si preparò allo scontro che avrebbe preso poi il nome di battaglia di Custoza. L'esercito austriaco il 23 luglio assalì e batté il 1º Corpo piemontese di De Sonnaz a Salionze e si dispose per colpire anche il Corpo del generale Eusebio Bava che comprendeva la 4ª Divisione e il comando di Carlo Alberto. La Marmora suggerì di spostare subito il Corpo verso Valeggio per congiungersi con le truppe di De Sonnaz, ma non fu ascoltato..
Così la mattina del 25 luglio due Corpi austriaci attaccarono quello di Bava in un rapporto numerico di truppe di 2 a 1. La 4ª Divisione, che costituiva l'ala destra dello schieramento piemontese presso Sommacampagna, fu investita da numerosi assalti e tentativi di aggiramento opponendo una gagliarda resistenza alle preponderanti forze austriache. Dopo una giornata di lotta, il ripiegamento su posizioni più sicure fu effettuato ancora combattendo, e gli ultimi ad abbandonare il campo furono il Duca di Genova e il suo capo di stato maggiore Alfonso La Marmora..
Le trattative per l'armistizio Quando la sconfitta generale fu evidente, Carlo Alberto e il suo consiglio di guerra decisero per una richiesta di armistizio al generale Radetzky. Furono inviati come parlamentari al campo nemico il generale Michele Bes, il generale Giuseppe Rossi e il colonnello La Marmora. Fu il primo di una lunga serie di incarichi diplomatici che dovette sostenere Alfonso...
Radetzky chiedeva che l'esercito piemontese abbandonasse la linea del Mincio e si ritrasse fino al fiume Adda, che fosse restituita la fortezza di Peschiera, sgomberati i Ducati (di Parma e Modena, i cui regnanti avevano ceduto il controllo ai rivoluzionari filopiemontesi) e richiamate le truppe nelle province venete. Carlo Alberto, udite tali condizioni, esclamò: «Piuttosto morire!»..
Al consiglio di guerra furono tutti d'accordo con il Re, tranne La Marmora. Il colonnello ricordò quali fossero le precarie condizioni dell'esercito piemontese dopo Custoza, osservò come fosse inutile resistere ad un nemico che si rafforzava continuamente, e che le condizioni proposte dagli austriaci, se non accettate subito, sarebbero peggiorate. Secondo La Marmora bisognava assecondare le condizioni di Radetzky, per poi, al momento dell'armistizio, ridiscuterle e ottenerne di più favorevoli. Ma Carlo Alberto fu irremovibile..
I fatti di Palazzo Greppi a Milano
Rifiutata la proposta di armistizio austriaca, Carlo Alberto si ritirò verso Milano, presso la quale il 4 agosto 1848 combatté ancora con gli austriaci e perse nuovamente. Egli si ritirò allora con il suo esercito nelle mura della città dove il popolo gli dimostrò ostilità avendo intuito che volesse abbandonare la piazza agli austriaci. Dopo avere alla fine accettato l'armistizio, Il Re si affacciò al balcone di palazzo GreppiAnche noto come palazzo Brentani, situato nell'odierna via Manzoni, allora "Corsia del Giardino". allo scopo di calmare la popolazione, ma il proiettile di una fucilata lo sfiorò e dovette ritirarsi immediatamente.
Carlo Alberto si trovava ormai nelle mani dei rivoltosi. A palazzo Greppi, per risolvere la situazione, il generale Carlo La Marmora (1788-1854), fratello di Alfonso, dispose di mandare un ufficiale a raccogliere truppe per liberare Carlo Alberto. Contemporaneamente, ignorando le disposizioni del fratello, Alfonso, che aveva anch'egli raggiunto palazzo Greppi, decideva di sua iniziativa di agire: lasciò il palazzo e si diresse a Porta Orientale, dove era accampata la Brigata "Piemonte". Incontrato un bersagliere gli ordinò di prepararsi a marciare con la sua compagnia, raggiunta Porta Orientale rilevò un battaglione di fanteria e con questo e con la compagnia di bersaglieri si diresse di corsa a palazzo Greppi. All'avvicinarsi della truppa i tumultuanti fuggirono, La Marmora entrò nel palazzo e condusse via il Re con il suo seguito. Poco dopo, sulla strada, incontrava la truppa mobilitata dal fratello Carlo..
Con la firma dell'armistizio Salasco, la prima Campagna della prima guerra d'indipendenza ebbe termine. Il prestigio di La Marmora aumentò e, nell'ordine generale del Re all'esercito del 31 agosto 1848, fu insignito della medaglia d'argento al valor militare. La motivazione fu: per il «contegno ognora tenuto dal colonnello La Marmora dinanzi al nemico durante la campagna del 1848»..
La missione per la ricerca di un generale a Parigi Con la determinazione di riprendere appena possibile le armi contro l'Austria, Carlo Alberto depose quei generali che ritenne responsabili della sconfitta della Campagna del 1848 e si sottomise al volere del suo governo che desiderava un generale francese a capo dell'esercito. Negli ultimi giorni di agosto del 1848 il ministro della guerra Giuseppe Dabormida affidò quindi ad Alfonso La Marmora il compito di cercare un valente generale a Parigi.