La collezione di Niccolò Maria Pallavicini è stata una collezione d'arte nata a Roma nel Seicento e appartenuta all'eponimo marchese e banchiere genovese.
La raccolta era una delle più grandi a gestione personale della città, paragonabile per importanza a quelle del cardinale Francesco Maria Del Monte, di Ottavio Costa e di Cassiano dal Pozzo. La collezione era ricca di opere del Seicento romano, soprattutto di matrice classicista, di cui Carlo Maratta assunse il ruolo di pittore prediletto del nobile genovese, presente con ben oltre trenta sue opere all'interno del catalogo.
Niccolò era cugino di Maria Camilla Pallavicini, nipote del cardinale Lazzaro, titolari anche loro di una importante collezione d'arte di famiglia, cui quella del nobile non confluì poiché alla sua morte nel 1714 questa fu smembrata e alienata nel mercato europeo, in particolare in quello inglese.
Storia Seicento La formazione culturale in Francia (ante 1675) Niccolò Maria nasce nel 1650 quale figlio di Carlo (1612-1668), che però alcuni mesi dopo la nascita lo riconobbe assegnandogli il proprio cognome, e Selvaggia Centurione. Nel 1663 Carlo stila testamento in cui assegna l'eredità ai due figli, Niccolò Maria per l'appunto e Nicola Saverio, secondogenito, cosa che si concretizzerà di fatto nel 1668 alla morte di Carlo. Nel 1675 Niccolò Maria acquista il titolo di marchese, cosa che determinerà la gelosia da parte di Nicola Saverio il quale farà causa impugnando l'intera donazione fatta dal padre anni prima. Il risultato fu che Niccolò si fece da parte, non tanto perché lo decise il Tribunale, che invece si pronunciò in suo favore, ma perché gli furono proposti dei corrispettivi in denaro come contropartita..
Visto un clima familiare non proprio agevole, il Pallavicini trascorre la sua formazione personale fuori Genova, a Parigi, dato che si evince da alcune missive che gli destinavano gli zii da Roma, il cardinale Lazzaro e Giovanni Stefano.. In Francia Niccolò accrebbe il suo status culturale iniziando a costituire una ricca biblioteca e acquisendo le prime opere d'arte per la nascente collezione artistica. Una delle prime opere entrate a far parte della collezione è una scena di Battaglia di Charles Le Brun.
Nel frattempo l'uomo diventa importante finanziere e uomo d'affari, affermato e riconosciuto sia in Francia che in Italia, dove vi si recherà nel 1675 a Genova, venendo iscritto nello stesso anno nei Libri dei nobili genovesi della Repubblica.
Vista la ricchezza e il blasone che oramai aveva ottenuto, l'uomo, spinto anche dagli zii a Roma, decide di seguirli nella città pontificia per cercare definitiva consacrazione sociale..
L'arrivo a Roma (1676) Nel 1676 Niccolò Maria è registrato a Roma, durante il pontificato di Clemente X Altieri, grazie al quale la città era in fermento artistico con una degna chiusura della stagione barocca, di cui la costruzione della cappella della famiglia del papa a San Francesco a Ripa dedicata a una ava, Ludovica Albertoni, di cui la celebre scultura del Bernini e la pala d'altare del Baciccio, e grazie al sontuoso palazzo adiacente alla chiesa del Gesù, affrescato magistralmente da Carlo Maratta, pittore che diventerà protetto del Pallavicini.
Tre saranno le figure più influenti nei primi anni romani del marchese, in particolare exempla del modo di collezionare opere: il cardinale Camillo Massimo, colto intenditore di statuaria antica, protetto del papa Altieri per il quale fu anche supervisore dei lavori decorativi del palazzo del Gesù, il principe Lorenzo Onofrio Colonna, che fu il fautore della Galleria del palazzo familiare dei Santi Apostoli nel 1678, e lo zio il cardinale Lazzaro Pallavicini, che all'epoca dell'approdo di Niccolò a Roma possedeva già una ricca collezione di famiglia con oltre 200 quadri. Nonostante la figura rilevante che assunse il cardinale nei primi anni romani di Niccolò Maria, l'uomo decise di destinare la collezione familiare Pallavicini col testamento e vincolo fidecommissario del 1679 esclusivamente alla nipote Maria Camilla, figlia di Stefano, estromettendo in toto la prole di Carlo, quindi Nicola Saverio, che muore anch'egli nel 1679 e per l'appunto Niccolò Maria, che dovette quindi muoversi in questo settore autonomamente senza il "supporto" di nessun familiare..
Lo sviluppo della collezione (dal 1680)
Inizialmente le prime opere raccolte dal Pallavicini richiamavano le sue origini genovesi, con opere di van Dyck, del Grechetto e di Francesco Roos il Vecchio.. La svolta verso lo stile classicista la si ha nel 1680, data in cui risalgono le prime commissioni avanzate a Carlo Maratta, al quale viene chiesta la realizzazione di due tele, una che fu in parte eseguita dalla sua bottega, l'altra che fu realizzata nell'arco di ben 12 anni.. Nel primo caso rientra il Riposo durante la fuga in Egitto (oggi al palazzo Rosso di Genova), compiuta assieme a Niccolò Berrettoni, nel secondo è invece il dipinto con Romolo e Remo esposti sul Tevere (oggi a Postdam). Questo è solo l'inizio di un sodalizio che durerà tutta la vita tra i due uomini.
Entro la metà degli anni '80 un quartetto di opere con scene bibliche di Maratta viene comperato da Niccolò Maria: si tratta di quadri ispirati ai cartoni preparatori per i mosaici della cupola di San Pietro a Roma.. Vengono realizzate quindi la Giuditta e Oloferne oggi al castello di Buckeburg, il Giaele che uccide Sisara dell'Accademia di San Luca a Roma, il Ballo di Miriam di collezione privata romana e infine il Giosuè vittorioso oggi a Tolosa.. Ancora, sono acquistate in questo giro di anni dal marchese un San Gioacchino e sant'Anna, già a San Pietroburgo e oggi scomparso, un San Giovanni Evangelista oggi ad Amsterdam, una Madonna col Bambino (cosiddetta dell'Orologio) oggi Kedleston e unAddolorata simile a quella che qualche anno prima fu compiuta dallo stesso pittore per la collezione Ottoboni di Alessandro VIII..
Le opere vengono commissionate direttamente dal Pallavicini o acquistate da altre illustri collezioni del tempo. Un primo gruppo di opere il marchese le compera alla morte di Camillo Massimo, nel 1677, mentre un altro gruppo perviene invece da quella di Lorenzo Onofrio Colonna, deceduto nel 1689. Altre opere vengono dagli eredi della collezione Rospigliosi, con cui la famiglia Pallavicini di stanza a Roma aveva iniziato a intrecciare i propri legami familiari dal 1670 mediante le nozze tra la cugina Maria Camilla e Giovanni Battista Rospigliosi, mentre la tela di Andrea Sacchi con il Ritratto del musicista Marcantonio Pasqualini incoronato da Apollo nel 1697 viene acquisita su intermediazione del Maratta dalla collezione Barberini (oggi al MET di New York)..
Gli acquisti erano mirati e non effettuati solo su base quantitativa: per questo motivo nel 1689 Niccolò Maria rifiuta di comprare in blocco la collezione che Pompeo Azzolino raccolse dallo zio, il cardinale Decio, composta da 275 quadri (ereditati anche dalla raccolta della regina Cristina di Svezia, morta nello stesso anno) più una serie smisurata di medaglie e altri pezzi d'arte minore (la collezione Azzolino fu poi prelevata dal principe Livio Odescalchi).
Sul finire degli anni '80 del Seicento viene commissionato a Giacinto Brandi un grande quadro con le Niobidi, che però oggi non è rintracciato. Stando alle descrizione che ne fa Filippo Baldinucci in occasione della visita al palazzo del marchese pare che il dipinto fosse simile a quello che era nella collezione Gabrielli sita al palazzo Taverna (ex Orsini).
In una lettera datata 1690 e inviata a Domenico Piola il marchese spiega quello che è il suo criterio collezionista, dove si prediligono dipinti di "buon maneggio di pennello", di "buon giudizio" e di opere dal gusto antico ma riviste in chiave moderna a scapito dei naturalisti caravaggeschi. Vengono pertanto preferiti a questi ultimi i pittori di scuola bolognese e classicisti, che assumeranno carattere di colonna portante di tutto il catalogo: nel primo caso rientrano i Carracci (Annibale, Ludovico e Agostino) e Guido Reni, quest'ultimo di cui arriverà a possedere ben sette dipinti; nel secondo rientrano invece Carlo Maratta (primo allievo di Andrea Sacchi), che diventerà il pittore prediletto di Niccolò Maria e suo consulente personale per gli acquisti, e Ciro Ferri (primo allievo di Pietro da Cortona)..
Gli artisti maggiormente presenti nella collezione dimostrano che il marchese apprezzava particolarmente quelli che erano i maggiori pittori del primo Seicento romano saliti alla ribalta durante il pontificato Barberini di Urbano VIII, quindi compreso i paesaggisti Claude Lorrain, Gaspard Dughet, il quale figura con venti opere nell'inventario del marchese, e Nicolas Poussin, che compare con quattro tele su storie mitologiche oggi non rintracciate..
I paesaggi così come le bambocciate erano frequenti nella collezione. Alcune vedute del maestro lorense vengono acquistate dal marchese presso l'amico Lorenzo Onofrio Colonna, come il Paesaggio con Psiche abbandonata (oggi a Londra) e un altro, con cui faceva pendant, con torre (oggi non rintracciato ma noto tramite una copia presente nella collezione Pallavicini di famiglia).. Viene acquistato in questa fase dalla collezione Colonna anche il grande quadro compiuto a quattro mani da Gaspard Dughet e Carlo Maratta con il Paesaggio con ninfe e Atteone (oggi in collezione Devonshire nella Chatsworth House), dove sono evidenti i rimandi alla Caccia di Diana del Domenichino.. Di Monsù Teodoro Helmbreker è invece la Festa di contadini davanti ad una taverna, oggi a Kedleston Hall, mentre di Filippo Lauri è il Viaggio di Giacobbe oggi nelle collezioni reali di Hampton Court.. Cristiano Reder è presente nella collezione con svariate opere di piccolo formato, Jan Frans van Bloemen realizza invece molte scene di paesaggi (di cui le uniche tre note oggi tutte a Kedleston)..
Anche le nature morte assumono un ruolo cruciale nella costruzione della collezione, la cui mole di opere (per quantità e qualità) è di tale portata da renderla tra le più prestigiose a Roma in quegli anni, di cui un intero settore nel palazzo all'Orso era destinato alle sole opere di questo genere.. Il quadro di Christian Berentz (per la parte floreale e l'intera stesura) e Carlo Maratta (per la donna e il bambino) con Fiori e frutta con una donna che raccoglie l'uva (oggi a Capodimonte) costituisce uno dei quadri più gratificanti in tal senso per il marchese, che lo acquista dal pittore per 400 scudi e che gli piacque così tanto da chiederne un pendance allo stesso pittore.
Intorno al 1692-1695 entrano nella collezione anche i quattro putti marmorei allegorici sulle stagioni di Camillo Rusconi, (oggi in Inghilterra), tra i pochi pezzi di scultura raccolti dal marchese (poiché prediligeva la pittura)..
L'ultimo lustro del secolo vede il marchese guardare fuori Roma per le committenze artistiche, da un lato a Carlo Cignani (Giuseppe e la moglie di Putifarre), con cui entrò in contatto durante un soggiorno a Forlì, e Domenico Piola, cui commissionò per circa 600 scudi la grande tela (289×396 cm) di Alessandro Magno che riceve l'omaggio della famiglia di Dario, su cui alla consegna del quadro nel 1695 tramite una lettera inviata al pittore palesò il suo entusiasmo per il lavoro svolto, e l'''Ateneo delle Arti, che costituisce un primo tema autocelebrativo del marchese, conscio del prestigio che oramai la sua raccolta aveva raggiunto.
Niccolò Maria diviene "pastore" dell'Accademia dell'Arcadia nel 1692 e accademico d'onore di quella di San Luca nel 1695 assieme alla cugina Maria Camilla, intestataria della collezione Pallavicini di famiglia...