Per critica e filologia dantesca si intende da un lato la ricezione che la produzione poetica di Dante Alighieri ha avuto in Italia e nel resto del mondo nel corso dei secoli, subendo fasi alterne di apprezzamento e di aperta ostilità da parte dei critici e degli artisti italiani e stranieri (critica); dall'altra, invece, lo studio dell'eredità dantesca dal punto di vista filologico, ossia lo studio critico, storico e linguistico dei codici relativi all'opera dantesca. Già a partire dal XIV secolo, la Divina Commedia aveva avuto una vasta e favorevole ricezione da parte del pubblico, constatazione che si può ricavare dai vari codici conservati, tra i quali troviamo un autografo di Giovanni Boccaccio. Conosciuta e apprezzata nel corso del '400, la produzione dantesca cominciò quindi a diffondersi anche in Spagna, Francia, Inghilterra e Germania, conoscendo una popolarità che durerà fino agli anni '30 e '40 del '500, quando infine il letterato Pietro Bembo escluse Dante dai modelli d'imitazione letteraria. In seguito, con la Controriforma, Dante conobbe anche la censura ecclesiastica per via del trattato "filo-imperiale" De Monarchia, iscritto nell'Indice dei libri proibiti. Ignorato o addirittura disprezzato nel '700, Dante ritrovò il favore dei critici e del pubblico nella stagione romantica, per via della forte religiosità, delle immagini poetiche ricche di pathos sentimentale e, anche, del messaggio politico adottato dal Risorgimento. Il magistero critico-letterario poi del critico Francesco de Sanctis consacrò Dante quale modello d'altissima poesia e simbolo nazionale, dando così inizio ad una lunga stagione di critica letteraria e una progressiva diffusione dell'opera dantesca presso gli italiani, grazie ad iniziative commemorative e allo studio scolastico della Commedia. Contemporaneamente alla riscoperta di Dante da parte degli intellettuali italiani romantici, ci fu un rinnovato interesse per la sua figura e la sua poetica nei restanti Paesi europei e, a partire dal XX secolo, anche extraeuropei.

Storia della critica e filologia dantesca

Il XIV secolo

La mancanza dell'autografo della Commedia A differenza di altre opere letterarie, del codice autografo di Dante non è giunta traccia, così come neanche di quelli degli scritti "minori": l'unico ad aver visionato la scrittura dell'Alighieri fu l'umanista e cancelliere Leonardo Bruni, come lui stesso racconta:

Come si parla sotto, d'altro canto, c'è stata una proliferazione di codici nel corso del XIV secolo già all'indomani della morte dell'Alighieri, elemento che rende ancor più inspiegabile l'assenza del codice autografo dall'Alighieri. Ciò ha reso alquanto difficile la corretta lezione filologica del poema dantesco, realizzando così un affidabile codice archetipo. Nel corso del Secondo Novecento, Giorgio Petrocchi prima, Antonio Lanza e Federico Sanguineti poi, hanno curato l'edizione critica del poema su quei codici trecenteschi precedenti a quelli apografi del Boccaccio, anche se il campo d'indagine risulta ancora aperto.

La diffusione della Commedia: tra Firenze e l'Italia Settentrionale Già all'indomani della sua morte, Dante fu celebrato quale grande poeta e filosofo: presso il pubblico, grazie a degli aneddoti raccontatici da Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante e più tardi dal novelliere Franco SacchettiFranco Sacchetti, nelle novelle 114 e 115 del suo Trecentonovelle, racconta di come Dante si lamenti con un fabbro fiorentino e un asinaio perché recitano, storpiando, alcuni versi tratti dalle sue poesie., era già osannato per l'affresco umano e drammatico narrato nella cantica dell'Inferno, reso pubblico a Verona nel 1315: si sa per certo che la cantica sia stata resa pubblica intorno a quell'anno in quanto Francesco da Barberino dimostrava a quest'altezza cronologica già di conoscere il viaggio ultraterreno all'Inferno e della presenza di Virgilio come guida del poeta.. Diffuso in fascicoli, il poema fu diffuso in codici in seguito alla morte di Dante a Ravenna, ma non ci sono testimonianze scritte del capolavoro dantesco nel corso degli anni '20.. Si sa, però, grazie alla testimonianza del pievano di Santo Stefano di Firenze Forese Donati, che nel 1330-1331 a Firenze già circolavano diversi codici dell'opera dantesca. e che nel corso degli anni '30 Firenze divenne un centro di produzione di notevole quantità. Tra il 1337 e il 1348 circa, a Firenze vengono trascritti centinaia di codici dell'opera dantesca grazie agli sforzi di Francesco di Ser Nardo da Barberino (Codice trivulziano) prima, e di Francesco da Barberino poi: tra questi codici riconosciamo i cosiddetti "Dante del Cento", ossia 70 codici realizzati da un unico scriptorium in scrittura mercantesca o cancelleresca..

A parte il caso di Firenze, bisogna ricordare come molti codici furono prodotti nell'Italia centro-settentrionale e che, rispetto alla tradizione fiorentina, questi debbano essere considerati di maggior attendevolezza perché legati ai vari centri in cui Dante visse durante gli ultimi anni dell'esilio.. Di quest'area si fa riferimento, per esempio, al Manoscritto Landiano del 1336, riportante in totale l'intera Commedia e copiato dal ligure Antonio da Fermo per volontà del podestà di Genova Beccario de' Beccaria.

Primi commentatori e codici della Commedia Primi cultori della memoria dantesca furono i suoi stessi figli Pietro e Jacopo (buona parte del commento di quest'ultimo è contenuto nel Codice Palatino 313, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Firenze), autori di alcuni commentari finalizzati alla spiegazione del messaggio paterno., Jacopo della Lana., Graziolo de' Bambaglioli e Benvenuto da Imola.. Significativi furono anche i commentatori pisani al testo della Commedia, quali Guido da Pisa e Francesco da Buti: il primo risalente già agli anni '30 e '40; il secondo, alla seconda metà del XIV secolo. Oltre a questi, ci sono giunte esegesi di commentatori anonimi, quali lOttimo fiorentino.

Petrarca e Boccaccio

Boccaccio divulgatore di Dante Bisognerà però aspettare Giovanni Boccaccio prima che si arrivi alla diffusione propagandistica dell'opera e della figura umana di Dante. Considerato come esempio sommo di virtù e suo maestro stilistico fin dalla prima giovinezzaPetrarca ricorda l'amore di Boccaccio per Dante con queste parole:, Dante fu esaltato da Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante (rielaborato in più fasi negli anni '50 e '60)., opera che segue il genere agiografico e anche enciclopedico (cioè mischia eventi miracolosi e anche notizie quali l'aspetto fisico, il carattere, il soggiorno bolognese e le prime esperienze con la lingua latina); e nelle Esposizioni sopra la Commedia, una serie di lecturae Dantis tenutesi tra il 1373 e il 1374 nella Badia Fiorentina. Boccaccio fu anche un raccoglitore delle memorie dantesche, visitando Forlì nel 1347/48 e incontrando personalmente la figlia Antonia/suor Beatrice a Ravenna, in una missione diplomatica del 1350.. Di tutt'altro avviso fu invece Francesco Petrarca, che mostrò sempre un sentimento di insofferenza e incomprensione nei confronti dell'Alighieri: insofferenza perché popolare e amato, incomprensione per la distanza culturale tra i due uomini. Questo legame così teso, basato su una cordiale ostilità, è espresso appieno dalla Familiare XXI, 15 , in cui il poeta aretino risponde ad una missiva dell'amico Boccaccio sui rapporti tra lui e Dante. Petrarca afferma che egli non può provare odio per un uomo che conobbe fanciullo e disprezzo per la sua produzione volgare, campo ove anzi Dante eccelle sopra chiunque altro;. D'altro canto, però, Petrarca riafferma la sua preferenza per la lingua latina, in quanto il volgare è più facilmente manomissibile da parte del pubblico e che, scrivendo in volgare, rischi di diventare un imitatore e nient'altro. Ciò nondimeno, l'influenza dantesca nella sua produzione poetica volgare (quindi in riferimento al Canzoniere e ai Trionfi, questi ultimi scritti in terzine dantesche) è significativa, tanto che ha spinto Marco Santagata a parlare di "Dante in Petrarca"..

Boccaccio copista di Dante Boccaccio ci ha lasciato quattro codici importanti contenenti sia la Commedia, le Rime e la Vita Nova: il Vaticano latino 3199, su cui si basa il Bembo per l'edizione aldina delle Rime dantesche; il Toledano, identificato tra il 1348 e il 1355; il R35 (Riccardiano), conservato presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze e databile intorno al 1360: e infine il Chigiano L V 176, collocabile tra il 1363 e il 1366..

La Commedia sbarca in Inghilterra: Chaucer I primi influssi danteschi nella produzione letteraria europea giunsero nella seconda metà del XIV secolo. Per quanto riguarda l'Inghilterra, il nome di Dante cominciò ad essere conosciuto allorché il letterato inglese Geoffrey Chaucer (1343-1400) compì un viaggio in Italia, entrando così in contatto con il mondo letterario nostrano. Nonostante il suo modello principale risultò il Decameron di Boccaccio, Chaucer rimase fortemente colpito dall'alta poesia dantesca, definendo il Sommo Poeta «The grete poete of Itaille– that highte Dant [ovvero Il grande poeta dell'Italia- l'eccelso Dante]». Nei suoi Racconti di Canterbury, il Chaucer mise in bocca ad uno dei suoi pellegrini il racconto di un tale De Hugelino comite de Pize, richiamo alla vicenda di Ugolino della Gherardesca ma trattata con toni differenti..

Tra XV e XVII secolo

Dalla Firenze oligarchica a quella medicea (1375-1492) Gli effetti della propaganda boccacciana presso il pubblico fiorentino ebbero un successo duraturo. In seguito alla pubblicazione del Trattatello, infatti, Firenze cominciò a riprovare affetto e stima nei confronti di quel concittadino da lei offeso col bando dell'esilio, tanto che affidò allo stesso Boccaccio, nel 1373, il compito di tenere pubbliche lezioni nella chiesa di Santo Stefano in Badia. Benché il Certaldese non fosse riuscito ad espletare esaustivamente questo suo compito (si fermò al commento del XVII canto dell'Inferno per problemi di salute), i giovani intellettuali fiorentini mostrarono, nonostante le loro nuove inclinazioni classicheggianti, un senso di profonda stima e devozione per l'Alighieri. Ne è prova la militanza dantesca del futuro cancelliere della Repubblica, l'aretino Leonardo Bruni, il quale difenderà la Commedia dantesca dagli attacchi di Niccolò Niccoli nei suoi Dialogi ad Petrum Paulum HistrumIl Niccoli fu umanista in senso stretto, amante solamente della cultura classica e dispregiatore di Dante e Petrarca, ancora troppo legati al Medioevo. Si veda: . di inizio XV secolo, ed esalterà poi lo stesso Dante in una sua Vita di Dante e Petrarca del 1436, basata quest'ultima sul modello biografico lanciato dal Boccaccio.. Anche Filippo Villani e Giannozzo Manetti scrissero delle vite dantesche, mentre Antonio d'Arezzo tra il 1428 e il 1432 tenne delle Lecturae Dantis nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore..

Nella seconda metà del secolo, quando ormai la parabola dell'umanesimo prettamente "classicista" lasciava il posto a quello "volgare" di Lorenzo il Magnifico e Agnolo Poliziano, l'opera dantesca ritornò ad essere pienamente apprezzata all'unanimità degli intellettuali gravitanti intorno alla corte medicea. Lorenzo, il Poliziano e lo scrittore eroicomico Luigi Pulci, autore del Morgante, infatti, ne ricavarono un modello poetico del loro repertorio, specie per quanto riguardava quello comico-burlesco..

Dante e l'Italia rinascimentale

I codici e gli incunaboli