La storia dell'U.S. Sambenedettese, società calcistica italiana con sede nella città di San Benedetto del Tronto, si estende lungo oltre un secolo a partire dalla fondazione ufficiale del sodalizio, avvenuta nel 1923.
La compagine vanta settantadue campionati complessivi disputati all'interno della lega professionistica nazionale, dei quali ventuno corrispondono a partecipazioni al torneo di Serie B; nel corso della propria parabola sportiva, il club ha inoltre trascorso buona parte della propria storia agonistica suddiviso tra la Serie C e la Serie C1.
Il palmarès della società annovera, a livello nazionale, due campionati di terza serie a girone unico (l'edizione 1955-1956, conquistata ex aequo con il Venezia) e a girone doppio nella stagione 1973-1974, una Coppa Italia Serie C (conseguita nell'annata 1991-1992), oltre ad altri due campionati interregionali di terza serie antecedenti all'istituzione della quarta divisione. Contraddistinto dagli odonimi popolari storici di Superprovinciale e di Regina delle Marche, conferitigli dalla critica giornalistica durante i picchi agonistici toccati tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, il club ha sfiorato la promozione in Serie A in più di una circostanza, in particolare nei campionati 1960-1961 e 1977-1978, nei quali mancò il salto di categoria per pochissimi punti di distacco dalle postazioni di vertice.
A ridosso della solida continuità sportiva passata, la stabilità istituzionale del sodalizio è stata penalizzata negli ultimi tre decenni da croniche fragilità economico-finanziarie di natura extra-calcistica; tali traversie aziendali hanno costretto la compagine costiera a subire sei rifondazioni complessive, l'ultima delle quali si è compiuta nel corso dell'anno 2023 con il definitivo trasferimento dei titoli demaniali comunali.
Storia Le origini Nel 1923, anno di fondazione della Sambenedettese, San Benedetto del Tronto è un piccolo centro di circa quindicimila abitanti che vivono principalmente di pesca. In città il gioco del calcio viene praticato già dal 1900 grazie all'attività di squadre locali come la "Fortitudo", la "Forza e Coraggio" e la "Serenissima". L'estremo disagio creato dalla Prima guerra mondiale non frena l'entusiasmo dei giovani appassionati che si sfidano, spesso scalzi, in incontri formando squadre a ranghi ridotti di sei o sette elementi. Ben presto le tre principali squadre cittadine iniziano a disputare partite contro formazioni dei centri vicini come Teramo, Giulianova e Macerata; a bordo del taxi di Piero Zamponi si allestiscono le prime trasferte per raggiungere i campi sportivi avversari. Alcuni giovani che si cimentano in questo nuovo sport popolare non mostrano particolari qualità atletiche, mentre altri iniziano a emergere calcisticamente.
La connotazione "sociale" del calcio a San Benedetto si manifesta fin dalle origini: pescatori, artigiani e studenti costituiscono l'ossatura delle formazioni che scendono in campo. La "Forza e Coraggio", ad esempio, è una squadra formata principalmente da "lancettieri" (pescatori delle tipiche barche locali) come Giacomo e Guido Spazzafumo e Francesco Liberati; vi giocano anche il marmista Giacomo Croci e Alberto Falaschetti, che di professione fa lo scaricatore di porto. Pasquale Ricci, detto Rapepè, è anch'egli un pescatore e, insieme a Silvano Del Zompo, si distingue pure nella corsa campestre. Non mancano gli studenti come Luigi Mazzoni, Federico Zazzetta e Giovanni Meo, detto Giannì. Forte di indubbie competenze da selezionatore, il barbiere Lucio Palestini mette insieme per la prima volta una rappresentativa sambenedettese che esce vittoriosa da un torneo a Porto San Giorgio.
Intanto lo scenario sociopolitico nazionale cambia profondamente con l'avvento del Fascismo. Il regime intende favorire l'educazione fisica e dà impulso alla creazione di squadre di calcio in ogni parte d'Italia, dalle province ai piccoli centri. A San Benedetto il dottor Italo Foschi, nativo di Corropoli e futuro presidente della , contribuisce, per mezzo del cugino Silvio, alla fondazione della squadra cittadina: l'Unione Sportiva Sambenedettese, nata il 4 aprile 1923 presso Villa Cerulli (in Via Ugo Bassi) dalla fusione delle tre compagini preesistenti. Ben presto viene assorbita anche la formazione del Torrione (i cosiddetti "boys del castello"). Per la nuova squadra si scelgono inizialmente i colori sociali bianco e verde. La compagine non partecipa subito a nessun campionato F.I.G.C. poiché non dispone di un campo di gioco adeguato; nel 1926 viene inaugurato il campo di piazza San Giovanni Battista, detto "la trappoletta", e la Samb si iscrive al campionato di Terza Divisione Marche. Il primo presidente è Ludovico Giovannetti; dopo pochi mesi una scissione per liti interne porta alcuni calciatori a trasferirsi nuovamente al Torrione.
Nel 1928 compaiono i colori attuali, il rosso e il blu, che riprendono lo stemma cittadino; tra i calciatori di questo periodo spiccano il bomber Tommaso Marchegiani, detto Massì, e il portiere Pietro Cosignani. Tre anni dopo viene inaugurato il campo polisportivo "Littorio", che nel 1944 viene intitolato proprio a Tommaso Marchegiani, rimasto ucciso in un bombardamento durante la Seconda guerra mondiale, e infine nel 1949 ai fratelli Ballarin, calciatori del Grande rimasti vittime della tragedia di Superga.
Malgrado i colpi durissimi inferti alla società dagli eventi bellici, il dopoguerra vede nascere una nuova generazione di talenti locali. Essi formeranno un gruppo di calciatori-bandiera che, in più occasioni, sfioreranno la promozione in Serie B. In questo periodo si consolida un'autentica cultura calcistica: la squadra è seguitissima e la passione viene tramandata di padre in figlio. Intere famiglie partecipano alle sorti della Samb, capace di produrre autonomamente i propri atleti e proprio per questo definita dal Corriere dello Sport la "superprovinciale".
Durante il periodo di stanza in città delle forze alleate provenienti dalla Polonia, nell'estate del 1944, viene organizzata una partita amichevole allo stadio Comunale per allentare la tensione bellica e fraternizzare con la popolazione locale. L'incontro vede sfidarsi la Sambenedettese e la rappresentativa dei soldati della 3ª Divisione Carpatica, un evento rimasto impresso nella memoria storica e sportiva della città come simbolo di ritorno alla libertà. La partita si concluse 6-1 per i polacchi.
Nella stagione 1946-1947 la squadra riesce a vincere tutte le gare interne stabilendo un primato nazionale. Fu proprio in questa circostanza che il Corriere dello Sport la ribattezzò definitivamente con l'appellativo di Superprovinciale. A volte, tuttavia, una panchina corta impedisce alla squadra di mantenere la continuità necessaria per compiere il grande salto di categoria.
Nella stagione 1946-1947 la Samb sfiora l'accesso alle fasi finali per la promozione in Serie B, mancando la vittoria del proprio girone per un solo punto a favore della . In quell'annata l'attaccante Luigi Traini (I) mette a segno 32 gol in 24 gare disputate, stabilendo un record; il suo apporto mancherà in sole due partite delle 26 complessive del torneo. La stagione 1947-1948 è caratterizzata da una riforma dei campionati che causa la retrocessione di molte squadre in Promozione Interregionale, tra cui l' (inizialmente retrocesso in Prima Divisione Regionale e in seguito ripescato). La Sambenedettese, guidata dal nuovo allenatore-giocatore Alfredo Notti, si piazza ancora una volta al secondo posto dietro alla Maceratese e viene iscritta alla nuova Serie C per l'anno successivo.
Dal dopoguerra agli anni settanta L'era Roncarolo e la prima volta in Serie B
Nel 1951-1952 fu varata dalla FIGC una drastica riorganizzazione, nota come "Lodo Barassi", volta a ridurre i gironi della Serie C da quattro a uno solo per l'anno successivo. Per l'accesso al nuovo torneo d'élite di Serie C era necessario classificarsi nelle prime tre posizioni del proprio girone, mentre la quarta piazza dava diritto agli spareggi. Tutte le altre squadre, dal quinto posto in giù, sarebbero retrocesse in IV Serie. La Sambenedettese del presidente Domenico Roncarolo, affidata alla guida tecnica di Valeriano Ottino, riuscì a centrare l'ammissione alla nuova Terza Serie classificandosi al terzo posto. La stagione rimase a lungo nei ricordi della tifoseria poiché la squadra lottò per quasi tutto il campionato non solo per il posizionamento di sicurezza, ma anche per il primato, conquistato alla fine dal dopo un lungo testa a testa con la formazione adriatica.
Il campionato di Serie C 1955-1956 registrò la prima storica promozione in Serie B della Sambenedettese, che concluse al primo posto a pari merito con il totalizzando 44 punti. Durante il torneo i rossoblù mantennero il campo interno imbattuto e, con 61 reti all'attivo, vantarono il miglior attacco. La Sambenedettese fu la terza squadra marchigiana a raggiungere la seconda serie nazionale, preceduta solo dall'Anconitana (quattro stagioni in B) e dalla Maceratese (una sola stagione). Il presidente Domenico Roncarolo, che per sostenere la società promosse una raccolta fondi tra i pescatori locali, affidò la squadra all'allenatore Bruno Biagini, con Alberto Astraceli nel ruolo di capitano. Grazie a questa ascesa sportiva, che vide la realtà di una cittadina di circa abitanti confrontarsi stabilmente con i maggiori club nazionali, si consolidò definitivamente l'appellativo di Regina delle Marche. La Sambenedettese era l'unica società di calcio a disputare la Serie B, mentre le altre realtà corregionali erano impegnate nei campionati regionali, come la Del Duca Ascoli, o in Serie C, come l'Anconitana.
La lotta per la Serie A e il decennio in terza serie Dopo quattro stagioni contrassegnate da piazzamenti di bassa classifica, nel campionato cadetto del 1960-1961 la Sambenedettese disputò un torneo di vertice. La squadra registrò il proprio miglior piazzamento di sempre nella categoria, chiudendo la competizione al 7º posto con 39 punti complessivi, a sette lunghezze di distacco dal Palermo che agguantò l'ultimo slot utile per la promozione in massima serie.
Nel corso della medesima annata, la formazione marchigiana affrontò i campioni d'Italia in carica della Juventus negli ottavi di finale di Coppa Italia. L'incontro, disputatosi presso lo Stadio Fratelli Ballarin, richiamò un eccezionale afflusso di spettatori da tutto l'Centro Italia, i quali stiparono l'impianto oltre i limiti di capienza omologati, spingendo parte del pubblico ad assistere al match dai tetti delle abitazioni perimetrali attigue. La partita si concluse sul punteggio di 4-1 in favore della compagine torinese, determinata dalle reti di John Charles, da una doppietta di Omar Sívori e da un'autorete di Aldo Santoni, a fronte del gol della bandiera rossoblù siglato da Giorgio Rumignani.
Nella stagione successiva il club ottenne la salvezza nelle ultime giornate del torneo, ma non riuscì a ripetere il rendimento nel campionato 1962-1963 quando, concludendo la classifica in penultima posizione, patì la retrocessione in Serie C. Nonostante l'esito negativo della stagione, diversi elementi messisi in luce con la maglia rossoblù nel corso del ciclo cadetto vennero acquistati da società di Serie A: il portiere Franco Sattolo si trasferì al Torino, Giampaolo Menichelli alla Juventus, Gianfranco Garbuglia alla Lazio, Edmondo Lorenzini al Bologna ed Enzo Matteucci all'Inter.