Il governo Netanyahu VI è il 37º e attuale governo di Israele, il sesto sotto la guida di Benjamin Netanyahu, in carica dal 29 dicembre 2022.

Definito da molti, a livello politico, come "l'esecutivo più a destra della storia del paese", esso è nato come regolare governo civile di coalizione dopo le elezioni del novembre 2022, sebbene sia successivamente mutato, in seguito allo scoppio nell'ottobre del 2023 di un pesante conflitto armato contro Hamas presso la Striscia di Gaza (poi allargatosi successivamente anche a una generale guerra per procura contro Hezbollah, Huthi e a una riemersione in chiave di guerra regionale del conflitto israelo-palestinese, nonché della guerra con l'Iran, anche questa prima per procura e successivamente trasformatasi in una vera e propria guerra), in un governo di guerra, al fine di gestire al meglio la grave situazione in condizioni sopraelevate dalla partigianeria politica, fino a tornare, nel 2024, un governo civile con deroghe e prerogative esecutive di emergenza (con il continuo rinnovo dello Stato di emergenza) all'ordinaria gestione degli affari riguardanti la tematica bellica.

Composto da 31 ministri (nella sua formazione iniziale), è stato ab origine sostenuto da una coalizione formata da Likud, Shas (in appoggio esterno dal 16 luglio 2025), Ebraismo della Torah Unito (uscito il 17 luglio 2025), Partito Sionista Religioso, Otzma Yehudit (in appoggio esterno dal 19 gennaio al 19 marzo 2025 per alcuni disaccordi) e Noam (uscito brevemente dal 28 febbraio al 25 maggio 2023 e poi definitivamente, per disaccordi, il 24 marzo 2025), cui si è aggiunto, fino al 9 giugno 2024 e nel contesto bellico, il Partito di Unità Nazionale (compresa la sua fazione Nuova Speranza, rientrata il 29 settembre 2024 come partito autonomo dopo essere inizialmente uscita il precedente 25 marzo), portando il governo a un totale massimo di 36 ministri, di cui 5 nominati in stato d'assedio.

Storia Formazione

In seguito alle elezioni del novembre 2022, vinte dalla coalizione di destra a guida Likud con una solida maggioranza (64 seggi su 120), il presidente d'Israele Isaac Herzog ha conferito, il 13 dello stesso mese, l'incarico di formare un nuovo governo al suo leader, Benjamin Netanyahu, il quale, nonostante ciò, dovette affrontare lunghe settimane di trattative fra i partiti della futura maggioranza, che, in data 21 dicembre, sono infine culminate nell'annuncio di riuscita dell'incarico.

Di conseguenza, dopo aver ricevuto la fiducia dell'Assemblea il 29 dicembre, il governo ha potuto prestare giuramento lo stesso giorno nell'aula della Knesset, entrando così in carica con pieni poteri.

Conflitto in Medioriente e gestione generale

Il 7 ottobre 2023, intorno alle prime ore del mattino, dopo anni di consolidate tensioni con l'organizzazione paramilitare islamista, sunnita e radicale "Hamas" controllante la Striscia di Gaza, un consistente gruppo di miliziani ha attaccato lo Stato di Israele per via terrestre su più punti, sfondando la barriera di confine e travolgendo l'impreparata Polizia frontaliera, così come i reparti dell'esercito posti a pattuglia della zona. Dopo essere penetrati, i miliziani hanno condotto azioni di guerriglia urbana, assediando le città, i kibbutz e le strutture al confine e violentando la popolazione, tra omicidi, prese in ostaggio e violenze di altra natura. La devastazione derivata da questi attacchi, in termini materiali e di vite umane, è stata tale da portare all’abbandono di molti villaggi, e segnatamente dei kibbutz a ridosso del confine.

In reazione a ciò, Israele ha dispiegato immediatamente le proprie forze di difesa, tra cui la propria difesa aerea Cupola di Ferro. Tuttavia, il fatto che l'attacco fosse stato perpetrato durante la festa ebraica della Simchat Torah e lo Shabbat, e un giorno dopo il cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, anch'essa iniziata con un attacco a sorpresa, ha fatto sì che, insieme a fattori d'altra natura, la risposta iniziale procedesse molto più lentamente del previsto.

Peraltro, sul punto, nei mesi e negli anni successivi, nonostante un forte ostruzionismo nella costituzione della Commissione parlamentare indipendente incaricata di fare luce sull’accaduto e sulla gestione delle operazioni, sarebbero emerse anche delle prove di mancata comunicazione e minimizzazione del rischio da parte del governo e, di conseguenza, dei Servizi segreti israeliani (già concentrati in Cisgiordania su ordine dell’esecutivo), nonostante le avvisaglie comunicate sia dall’interno che dall’estero, le quali hanno così portato all’incapacità di quest’ultimi e delle Forze di difesa israeliane di reagire preventivamente, come ammesso pubblicamente anche da quest’ultime.

Tornando ai fatti, tuttavia, in seguito al deteriorarsi della situazione, e nel mentre che le città venivano liberate, il governo ha dichiarato ufficialmente lo stato d'assedio, ponendo il paese in una situazione diplomatico-istituzionale, sociale ed economica di guerra, ordinando, contestualmente, il richiamo dei riservisti e un assedio totale sulla Striscia di Gaza, da attuarsi tramite bombardamenti, embarghi (già attuati da tempo, e dunque divenuti rafforzati) e accerchiamenti militari, in preparazione a una possibile invasione, poi avvenuta il 26 ottobre. Nel mentre, è stata altresì avviata un'importante attività di eliminazione sistematica (o tentativi di questa) dei leader e delle figure di spicco dell'organizzazione e dei suoi alleati, sia nella Striscia di Gaza sia all'estero (tra cui, nello specifico, in Iran, Libano, Yemen e Qatar), come già in precedenza anticipato.

In questa situazione, dunque, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avviato il processo di formazione di un governo di guerra basato su circostanze di unità nazionale con le fazioni di opposizione della Knesset, la quale ha presto accolto una mozione di deroga allo scrutinio ordinario degli atti governativi e sospendendo gli affari legislativi ordinari. Alla fine, il 12 ottobre, con l'adesione del Partito di Unità Nazionale guidato da Benny Gantz, il governo è mutato in assetto di guerra, ricevendo supporto straordinario fino alla fine del conflitto.

In seguito, dopo ben un mese e mezzo di intense negoziazioni supportate da mediatori internazionali, le parti hanno temporaneamente aderito, nonostante le pressioni delle frange più radicali dei rispettivi schieramenti, a un breve e svincolato cessate il fuoco di quattro giorni complessivi, con il solo fine di scambiarsi parte degli ostaggi e dei prigionieri. Questo, pur avendo avuto un discreto successo e pur essendo stato anche parzialmente prorogato di due giorni (con un'apertura alla possibilità di poterlo essere ancora), è infine cessato, insieme alle speranze per una breve soluzione del conflitto, il successivo 1º dicembre, non essendo stato accordata una nuova proroga a causa di disaccordi bilaterali.

Il 9 giugno 2024, poi, dopo mesi di divergenze e discussioni sul futuro bellico, operativo e logistico, il Partito di Unità Nazionale di Benny Gantz, seguendo una delle sue fazioni già distanziatasi nel marzo dello stesso anno (Nuova Speranza), ha lasciato l'esecutivo, passando a una forma di astensione tecnica, senza tuttavia alterare l'assetto di guerra dell'esecutivo, il quale è ciononostante ritornato successivamente civile (sebbene con alcune deroghe e prerogative esecutive di emergenza a causa del conflitto in corso) poco tempo dopo, il 17 giugno, con lo scioglimento della sezione dirigenziale militare e la redistribuzione delle competenze belliche in un comitato interministeriale più ristretto e informale (il c.d. Gabinetto di sicurezza), su volere dello stesso Primo ministro Benjamin Netanyahu.

Il 17 settembre, al culmine di un pericoloso aumento di tensioni e rappresaglie esplicite tra Israele e “Hezbollah”, un'altra organizzazione paramilitare islamista (ma sciita) operante principalmente nel Libano del Sud, il conflitto si è successivamente esteso, seppur relativamente in minore scala e intensità (ma anche in modo più implicito), anche nel paese arabo confinante, principalmente con bombardamenti ed esplosioni mirate (tra cui, incidentalmente, anche contro la missione UNIFIL), nonché con uccisioni di importanti figure direttive, limitati sconfinamenti e persino attacchi aerei diretti di rappresaglia da parte dello stesso Iran contro Israele e viceversa. In seguito, nonostante sia stato conseguito un accordo per un cessate il fuoco in data 26 novembre, consistente nel ritiro delle truppe israeliane dal territorio libanese e delle truppe di Hezbollah (sostituite da quelle dell'Esercito libanese in funzione di solo controllo dei confini) al di là del fiume Leonte, dunque al di fuori del Libano del Sud, ulteriori violazioni (principalmente bombardamenti mirati), seppur minori, si sono comunque verificate.

Il 29 settembre, in seguito a un accordo tra le parti, Nuova Speranza rientra ufficialmente nella coalizione governativa, ma senza alterare lo status dell'esecutivo.

Il 19 gennaio 2025, in seguito alla travagliata approvazione (dopo molti tentativi precedenti falliti) da parte prima della missione diplomatica israeliana, poi del Gabinetto di Sicurezza e infine dell'intero governo civile di un accordo di cessate il fuoco con Hamas nella Striscia di Gaza (nonostante i numerosi rinvii, lungaggini, dibattiti e ostruzionismi), Itamar Ben-Gvir, leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, ha annunciato le dimissioni di tutti i suoi ministri (compreso sé stesso) dall'esecutivo e la sua fuoriuscita dalla coalizione governativa. Tale atto, per quando abbia effettivamente indebolito l'esecutivo, non ha comunque impattato eccessivamente su di esso, non solo perché il partito politico ha esplicitamente dichiarato di voler comunque sostenere, seppur scontento, il governo in appoggio esterno, ma anche perché la coalizione è comunque riuscita a conservare autonomamente una risicatissima maggioranza di manovra (61 seggi su 120) per restare in carica.

In virtù di tale evoluzione, dunque, sono iniziati in data 19 gennaio i primi scambi reciproci di ostaggi e prigionieri, i quali, nonostante alcuni iniziali dubbi, e qualche momentanea frizione a causa di alcuni incidenti, sono risultati proseguire abbastanza pacificamente per tutta la prima fase del cessate il fuoco, permettendo così a Israele di riorientarsi temporaneamente verso altre aree, tra cui la Cisgiordania (in cui le operazioni si sono presto intensificate nei mesi successivi), il Libano (con cui, nonostante il cessate il fuoco precedentemente concordato, dopo vari scontri e successive proroghe unilaterali, l'accordo è stato ufficialmente violato, seppur con meno intensità) e la Siria, tornata nel mentre abbastanza instabile, allarmando contemporaneamente i vertici israeliani, dopo la caduta del regime di al-Asad; in tutti e tre i casi manifestando successivamente in modo esplicito la volontà di mantenere le posizioni ottenute in precedenza per andare così oltre l'ambito strettamente difensivo.

In seguito, tuttavia, nel contesto di una crescente mutua reticenza delle parti e della conseguente incapacità di far avanzare le trattative, il cessate il fuoco è ufficialmente tramontato, scaduti i 42 giorni prestabiliti come parte della prima fase del piano (e nonostante vi fosse stata un'iniziale proroga unilaterale israeliana, attuata in data 2 marzo con varie azioni di pressione), facendo così ripartire per l'ennesima volta i combattimenti (dopo una serie di interventi di isolamento e bombardamenti precedenti) in ottica, anche qui, di un'occupazione di lungo periodo. In aggiunta, politicamente parlando, tale mossa ha permesso, tra le altre cose, anche la ricompattazione della maggioranza, portando così al rientro nella coalizione di governo di Otzma Yehudit, in data 19 marzo.