Le varietà della lingua lombarda sono le parlate romanze, di tipo gallo-italico, che concorrono a formare il diasistemaSistema superiore che riunisce più sistemi inferiori, anche solo parzialmente omogenei dal punto di vista fonematico, morfologico e lessicale (Treccani) dei dialetti lombardi, definito per la prima volta da Bernardino Biondelli nel Saggio sui dialetti gallo-italici del 1853; le varie classificazioni individuano varietà su diversi livelli, a partire da quelle principali (occidentale e orientale), fino ad arrivare alle singole parlate locali.Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, 1853.

Generalità

La formazione della lingua lombarda moderna è fatta risalire al periodo compreso tra il Quattrocento e il Cinquecento, periodo in cui i dialetti gallo-italici di questa area iniziarono a convergere – in diversa misura – verso una koinè regionale, fenomeno attribuito da alcuni autori alla forza centralizzatrice della città di Milano.

Sovrapposte però al lombardo comune (termine con cui oggi si designano collettivamente le varietà delle aree maggiormente urbanizzate e che condividono i tratti più caratterizzanti della lingua) possono individuarsi aree più ristrette e con elementi propri.

Le due varietà principali, secondo la classificazione fatta per la prima volta da Bernardino Biondelli a metà del XIX secolo e più abbandonata, sono quella orientale (transabduano o orobico) e quella occidentale (denominata anche nei secoli scorsi cisabduanoClemente Merlo, L'Italia dialettale 1 (1924): 12-26. o insubreGabriele Rosa. Dialetti, costumi e tradizioni delle provincie di Bergamo e di Brescia; Tipografia Pagnoncelli, Bergamo, 1857.), areali che presentano differenze principalmente fonetiche e morfologiche, pur restando coerenti dal punto di vista fonologico.

Differenze si trovano anche all'interno del ramo orientale, mentre il ramo occidentale presenta un numero di variazioni minimeGian Battista Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, Pacini, Pisa, 1977. (principalmente riguardante il gruppo vocalico //, // e il passaggio da // a //); le due varianti assumono poi differenze interne a seconda dei vari luoghi soprattutto nelle località prossime ai confini linguistici, come capita spesso nella Romània continua.

Fa notare Andrea Rognoni, in Grammatica dei dialetti della Lombardia:

Il lombardo occidentale e quello orientale hanno iniziato a differenziarsi a partire dal Medioevo: in precedenza le due realtà erano infatti molto più simili; le tracce di questa unitarietà sono percepibili ancora oggi nella presenza di peculiarità dell'orientale in alcune varietà occidentali (come brianzolo, comasco e ticinese) e viceversa, dal momento che alcune aree del Bergamasco, del Bresciano e del Trentino hanno infatti mantenuto fino ai tempi moderni tratti distintivi del lombardo occidentale:

Vi sono pertanto differenze fonetiche che non seguono il confine orientale/occidentale: è il caso, ad esempio, della lenizione delle consonanti occlusive in fine parola (come e , "letto" e "freddo"), che accomuna il bergamasco alle varietà occidentali; tra queste ultime, invece, il milanese urbano l'abbandonò parzialmente ai primi dell'Ottocento (passando alle forme e ), un fenomeno che il Biondelli vede come un tentativo di avvicinamento alla "lingua aulica", ossia all'italiano.

Anche dal punto di vista lessicale vi sono differenze tra Milano ed altre aree: infatti, ai milanesi tos (it. "ragazzo"), gioven (it. "celibe"), legnamee (it. "falegname"), ghezz (it. "ramarro"), erbion (it. "piselli"), scighera (it. "nebbia") e straluscià (it. "lampeggiare"), corrispondono gli omologhi bergamaschi e bresciani s-cet, pöt, marengù, ligoròt / lüsertù, ruàia / roaiòt, ghèba e sömelgà; alcuni dei termini orientali sono comunque rintracciabili anche in area occidentale e viceversa: è il caso di ghiba e sumelegà (testimoniati nel brianzolo dal Cherubini), oppure di ghèz e scighera (riportati anche nel bergamasco dal Tiraboschi).

È quindi possibile osservare, più che un vero e proprio confine tra occidentale e orientale, una progressiva influenza esterna della lingua veneta, che è particolarmente evidente nel dialetto bresciano, parlato più ad est – ad esempio – del bergamasco: italianomilanesebergamascobrescianovenetonottezucchezüch söchsöchesuchebatterebatbat/batíbàterbàtar Sovrapposti al lombardo occidentale e a quello orientale sono presenti altri due tipi di dialetti lombardi, che sono di transizione poiché fanno da "cerniera" con le aree contigue a nord e a sud dei confini della regione linguistica lombarda: quelli settentrionali sono definiti come alpini, quelli meridionali anche come di crocevia.

I dialetti alpini sono quelli che hanno meglio conservato alcune peculiarità dei proto-dialetti dell'Italia settentrionale che si parlavano in quasi tutta la Pianura Padana prima dell'epoca medievale; questi avevano un forte connotazione gallo-romanza, impronta che poi si è mitigata: è il caso - ad esempio - del termine "le capre", che in dialetto milanese medievale doveva pronunciarsi /lasˈkavras/.

Le diverse parlate della Lombardia meridionale sono invece definite da alcuni autori anche come "dialetti di crocevia", oppure "dialetti misti" (alla luce delle influenze emiliane, piemontesi e liguri nella provincia di Pavia, emiliane e venete nel mantovano, e ancora emiliane a Cremona).Glauco Sanga, Dialettologia Lombarda, Aurora Edizioni - Università di Pavia, Pavia, 1984, pag. 8

Lombardo comune

Caratteristiche Le varietà parlate nelle aree più urbanizzate sono indicate col termine lombardo comune; in queste sono infatti individuabili i tratti fonologici comuni che più caratterizzano il lombardo nel continuum gallo-italico, i quali possono riassumersi con:

la desinenza anteriore /i/~/e/ nella prima persona del presente indicativo (milan. /miˈpødi/ come bergam. /meˈpøde/, it. "io posso"), caratteristica strettamente panlombarda (in opposizione agli esiti posteriori o in apocope delle varietà vicine); la tendenza alla caduta delle vocali atone finali diverse da /a/; la presenza della vocale /y/, talvolta aperta finanche a coincidere con /ø/ in sillaba chiusa, sorta da palatalizzazione di Ū latina; la presenza della vocale /ø/, sorta da palatalizzazione di Ŏ latina, estesa anche ai casi di finale diversa da /i/ e /u/, a differenza dei dialetti alpini (dove si può osservare invece /fjøl/, "figliuolo", ma femminile /ˈfjɔla/); la degeminazione e la lenizione consonantiche, la sonorizzazione delle sorde intervocaliche (come in /ˈrøda/, "ruota") e la caduta di D intervocalica (come in /ˈkua/, "coda"); la velarizzazione, la vocalizzazione o la caduta di N postvocalica (come /maŋ/~/mãː/~/ma/, "mano"); lo sviluppo di /t͡s/, e poi di /s/ o /ʃ/, da C davanti a E e I (come /ˈsima/, "cima"); l’esito palatale /t͡ʃ/ da CT latino (come /lat͡ʃ/, "latte"; /nɔt͡ʃ/, "notte"), caratteristicamente lombardo, ma ignoto invece a molti dialetti alpini, dove è rimasto alla fase /jt/ (come in piemontese), oggi in regresso verso l'italiano (oltre che emiliano e veneto) /t/; la risoluzione dei nessi PL, BL, FL, CL, GL a /pj/, /bj/, /fj/, /kj/, /gj/, con anche – per questi ultimi due – una successiva palatalizzazione in /t͡ʃ/ e /d͡ʒ/ (come /t͡ʃaˈma/, "chiamare"; /ˈd͡ʒanda/, "ghianda"); la metafonesi dovuta alla caduta di I finale, per cui /ɛ/ ed /i/ toniche si riducono a /i/ e /u/ al plurale (come /kwɛst/, "questo", ma plurale /kwist/; /kaˈvɛl/, "capello", ma plurale /kaˈvi/), fenomeno un tempo diffuso e oggi residuale, ma ancora presente nei dialetti alpini, dove si estende anche ad /a/, /e/ ed /ɔ/ (come /sɔld/, "soldo", ma plurale /søld/; /cɔr/, "cuore", ma plurale /cør/); il pronome /ge/ o /ga/ ("gli"), che condivide con il ligure.

Questi fenomeni, in larga parte, erano già presenti ai tempi di Bonvesin de la Riva, quando si andò creando in Lombardia una sorta di lingua illustre, soppiantata nei secoli successivi dalla norma toscana.

Koinè regionale Secondo Glauco Sanga, uno dei principali studiosi della linguistica lombarda, è possibile individuare una koinè regionale che coincide in buona parte col dialetto di Milano, in quanto centro principale della regione, nonché varietà lombarda più italianizzata; pur conservando i tratti fonetici principali dell'area di provenienza del parlante, questa si caratterizza per essere priva dei tratti più marcatamente locali, in modo da consentire la comunicazione trans-provinciale.

La stessa koinè regionale presenta quindi un maggior grado di italianizzazione rispetto alle koinè provinciali, ossia quelle che fanno riferimento agli altri centri urbani della regione, alle quali si affianca; l'avvicinamento all'italiano avviene soprattutto in ambito lessicale, adattandone foneticamente i termini (si riporta, ad esempio, /utu'mɔbil/ per "automobile") e con il progressivo abbandono di quelli che si discostano dall'italiano (come /erˈbju(ŋ)/ per "piselli" e /t͡ʃiˈfu(ŋ)/ per "comodino", sostituiti da /piˈzɛj/ e /cumuˈdi/), a fronte di altri che invece sopravvivono (come /erbuˈri(ŋ)/ per "prezzemolo" e /tuˈmates/ per "pomodori").

Le parole più frequenti e generiche tendono a conservare la forma regionale (come /t͡ʃaˈpa/ per "prendere", /veˈɲi ˈfø(ra)/ per "uscire"), mentre altre evidenziano la necessità d'uso del lessico di derivazione italiana (come /diveŋˈta/, /trasfeˈri/, /fraˈsju(ŋ)/), soprattutto nel caso di termini tecnici o di recente introduzione; si nota infatti, ad esempio, come il lessico regionale originario si adatti meglio al contesto agricolo (ossia del passato) rispetto a quello industriale.

Mentre l'influenza dell'italiano sulla morfologia è generalmente minore, più grande è l'influenza in ambito fonologico, con un riassetto nella quantità e nella distribuzione dei fonemi; questo avviene non tanto con una tendenza ad avvicinarsi foneticamente all'italiano, quanto a creare delle corrispondenze di suoni (/t/ intervocalico italiano = /d/ lombardo, /u/ italiano = /y/ lombardo, ecc), in modo da poter traslitterare agilmente un termine da una lingua all'altra, eliminando i mutamenti troppo marcati.

Il processo di convergenza non ha portato quindi all'eliminazione della diversità linguistica tra i due registri (lombardo e italiano di Lombardia), come nel caso di una vera e propria sostituzione linguistica, ma piuttosto ad una reciproca trasformazione fonologica, grammaticale e lessicale; vi è pertanto una riduzione della diversità sostanziale, ma il mantenimento di una diversità formale.

Lombardo occidentale

Caratteristiche Il lombardo occidentale è parlato nella città metropolitana di Milano e nelle province di Monza-Brianza, Como, Lecco, Varese, Sondrio, Lodi e Pavia in Lombardia, nelle province di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, e nella Svizzera italiana.

Le peculiarità del lombardo occidentale sono: presenza di vocali brevi e lunghe, ad esempio per distinguere il participio passato (vocale lunga: /fiˈniː/, it. "finito") dall'infinito (vocale breve: /fiˈni/, it. "finire"); differenziazione dei gruppi s (/sɛt/, it. "sette"), ce/ci (/ʃiˈgula/, it "cipolla") e tj (/kaˈvɛt͡sa/, it. "cavezza"), che ha origine dal tardo latino (, e ); presenza di vocali nasali lunghe nate dalla fusione con le consonanti nasali seguenti (/kãː/, it "cane"; /bẽː/, it. "bene"; /karˈbõː/, it. "carbone"; /vỹː/, it "uno"); presenza del rotacismo per -- intevocalica (/kanˈdira/, "candela"; /ˈpyres/, it. "pulce"), comune in tutti i dialetti lombardi occidentali fino al XIX secolo, poi conservata solo da alcune varietà locali (come il brianzolo, il ticinese e il legnanese); presenza dei gruppi /t͡ʃ/ (/nɔt͡ʃ/, it. "notte") e /d͡ʒ/ (/oˈrɛd͡ʒa/, it. "orecchio"), che derivano dagli esiti latini -- e --; plurale dei sostantivi femminili terminanti in -a effettuato con l'eliminazione dell'ultima vocale (dɔna, it. "donna", pl. dɔn; tsyka, it. "zucca", pl. tsyk).